
Questa inchiesta in quattro puntate ricostruisce il rapporto fra lo Stato italiano e le sue vittime attraverso quattro cerchi concentrici. Nella prima puntata abbiamo attraversato il cerchio in cui lo Stato paga per legge, con nove provvedimenti e importi che vanno dai duecentomila euro agli otto euro al giorno. Nella seconda quello in cui una legge non c’è e a decidere è un giudice, spesso quello di Strasburgo, come nei casi Fanesi, Magherini e Cestaro. Qui entriamo nel terzo cerchio, il più affollato: quello in cui non c’è né una legge né un giudice, e il prezzo del danno è zero.
Il 17 giugno 2024, nelle campagne dell’agro pontino, un macchinario agricolo privo di protezioni ha amputato un braccio a Satnam Singh, bracciante indiano di trentun anni. Il suo datore di lavoro non ha chiamato l’ambulanza: lo ha caricato su un furgone e lo ha lasciato agonizzante in un cortile. Satnam è morto due giorni dopo. L’8 luglio scorso la Corte d’assise di Latina ha condannato Antonello Lovato a sedici anni di reclusione per omicidio volontario con dolo eventuale — la procura ne aveva chiesti ventidue, la corte ha riconosciuto le attenuanti generiche — e resta pendente un secondo processo per sfruttamento. La CGIL, costituita parte civile, ha ripetuto in ogni udienza la stessa frase: la morte di Satnam non è stata una fatalità.
C’è però un numero, emerso durante quel processo, che dice più della sentenza. Nella provincia di Latina gli ispettori del lavoro sono ventidue, per circa settemila aziende agricole. Non è un dato di cronaca: è la misura esatta di quanto il terzo cerchio sia lasciato senza sorveglianza.
Duemilaseicento vite ogni sei mesi. I dati INAIL relativi al primo semestre del 2026, pubblicati il 3 agosto, raccontano un Paese che non sta migliorando quanto i titoli suggeriscono. Le denunce di infortunio sono state 213.985, in aumento del 4,7 per cento; i morti in occasione di lavoro 342, quindici in meno dell’anno precedente; quelli in itinere 128. In totale 470 persone in sei mesi, cioè 2,6 al giorno, che diventano 482 se si contano anche gli studenti. E proprio il dato sugli studenti è quello che dovrebbe far discutere: dodici casi mortali denunciati, contro i sette del 2025, quasi il doppio. Nel frattempo le malattie professionali sono esplose: 59.480 denunce, ottomilaquattrocentonovantaquattro in più, con un incremento del 16,7 per cento. E l’incidenza infortunistica, rapportata agli occupati, è tornata a salire: da 845 a 880 denunce ogni centomila lavoratori. Il calo dei decessi, insomma, convive con un aumento generalizzato del rischio.
Contro tutto questo lo Stato schiera un apparato ispettivo che i suoi stessi funzionari descrivono in audizione parlamentare con una frase difficile da dimenticare: al ritmo attuale, un’impresa italiana può attendersi un controllo una volta ogni diciotto anni. Le ispezioni dell’INAIL sono crollate del sessantatré per cento in otto anni. Ventidue ispettori per settemila aziende non è un’anomalia pontina: è la regola nazionale, vista da vicino.
Chi non riesce nemmeno a diventare vittima. C’è poi una soglia ulteriore, che il caso Singh ha portato alla luce e che nessuna statistica registra. Il lavoratore irregolare privo di copertura assicurativa, se muore, non genera alcun diritto per i superstiti: la sua morte è giuridicamente invisibile. E chi vorrebbe denunciare lo sfruttamento si trova davanti un calcolo impossibile, perché la denuncia comporta il rischio concreto di perdere il lavoro, l’alloggio che spesso dipende dal datore e — per chi è privo di permesso — di essere espulso dal Paese. È il paradosso più crudo dell’intera inchiesta: qui la vittima non solo non viene risarcita, ma è attivamente disincentivata a farsi riconoscere come tale. La legge contro il caporalato ha avviato molti procedimenti, ma la sua dimensione preventiva resta debolissima, e chi denuncia rischia di pagare più di chi sfrutta.
Quando la cura diventa un privilegio. Il secondo fronte del terzo cerchio è la sanità. Secondo l’ISTAT, nel 2024 il 9,9 per cento della popolazione — 5,8 milioni di persone, contro i 4,5 milioni dell’anno prima — ha rinunciato a visite o accertamenti pur avendone bisogno. La motivazione prevalente sono le liste d’attesa, indicate dal 6,8 per cento della popolazione: una quota che era il 4,5 per cento nel 2023 e il 2,8 nel 2019, dunque più che raddoppiata in un quinquennio. La rinuncia colpisce soprattutto gli adulti fra i quarantacinque e i sessantaquattro anni e gli anziani, ed è più diffusa fra le donne. Il rapporto OCSE sul profilo sanitario italiano, presentato al CNEL nel maggio scorso, aggiunge il dato che chiude il ragionamento: gli adulti a rischio di povertà hanno una probabilità oltre due volte e mezzo superiore, rispetto alla popolazione generale, di segnalare bisogni sanitari insoddisfatti.
Nessuna di queste persone è, in senso giuridico, una vittima. Non esiste un fascicolo, non c’è un responsabile, non c’è un procedimento: c’è una prestazione che non è arrivata in tempo, e una malattia che nel frattempo ha fatto il suo corso. Eppure il sistema, in parallelo, brucia oltre dieci miliardi l’anno in medicina difensiva — esami prescritti non per curare ma per proteggersi da un contenzioso che conta più di trentacinquemila cause l’anno, chiuse nel novantacinque per cento dei casi con un proscioglimento. Risorse sottratte alla prevenzione per alimentare la paura.
Quattrocentomila domande, un fondo che si riduce. Il terzo fronte è quello dei più giovani, e conviene misurarlo non attraverso le morti — un terreno su cui ogni nesso causale diventa fragile e ogni semplificazione dannosa — ma attraverso le domande di aiuto rimaste inevase, dove il nesso smette di essere psicologico e diventa amministrativo, documentale, incontestabile.
Nel 2024, a fronte di dieci milioni di euro stanziati per il bonus psicologo, sono state accolte 3.300 domande su oltre quattrocentomila presentate: lo 0,8 per cento, meno di una su cento. Nel 2025 le richieste sono state oltre duecentoquarantacinquemila. E per il 2026 il fondo non è cresciuto: è stato ridotto a otto milioni e mezzo, contro i nove milioni e mezzo dell’anno precedente. La formula che governa l’erogazione è sempre la stessa, ed è la medesima che abbiamo trovato in fondo al listino delle prefetture nella prima puntata: il contributo è riconosciuto nei limiti delle risorse disponibili. Sullo sfondo, una rete territoriale che non regge: nel Paese esistono 395 posti letto di neuropsichiatria infantile in tutto, con cinque regioni che ne sono del tutto prive, mentre per la Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza un minore su quattro convive con disturbi d’ansia.
Quattrocentomila persone hanno chiesto aiuto per iscritto, in forma protocollata, allo sportello che lo Stato aveva aperto per loro. Il novantanove per cento si è sentito rispondere che i fondi erano finiti. Non è una statistica sul disagio: è una statistica sulla risposta pubblica al disagio.
Le cinque povertà. A tenere insieme questi tre fronti c’è un tessuto connettivo che l’inchiesta ha incontrato a ogni passaggio: la povertà, declinata in cinque forme che si sommano e si moltiplicano — economica, sociale, genitoriale, affettiva, culturale. Muore di lavoro chi lavora nei settori più poveri e meno sorvegliati; rinuncia alle cure chi non può né pagarle né attendere; resta senza sostegno psicologico chi non ha una famiglia in grado di pagare privatamente una terapia. La graduatoria del bonus psicologo, per inciso, premia l’ISEE più basso: è l’unico caso in cui lo Stato riconosce esplicitamente che il bisogno cresce dove il reddito cala, salvo poi finanziare quella consapevolezza con otto milioni e mezzo di euro. La prevenzione mancata, vista da qui, non è una svista tecnica: è una scelta distributiva, che scarica il rischio sui più fragili e ne presenta il conto alle famiglie.
Il gradino dove l’omissione diventa profitto. Al fondo del terzo cerchio c’è un ultimo scalino, e ha una natura diversa da tutto ciò che lo precede. L’azzardo legale ha raccolto nel 2024 la cifra record di 157,4 miliardi di euro, lasciando ai giocatori perdite per 21,6 miliardi e allo Stato un incasso erariale di 11,6. Il disturbo da gioco riguarda circa 1,2 milioni di persone; una su due, fra quante si rivolgono alle fondazioni antiusura, risulta indebitata per l’azzardo; e la Direzione investigativa antimafia colloca stabilmente il settore fra i principali interessi della criminalità organizzata. Qui lo Stato non omette e non tace: concede le licenze, riscuote il gettito, partecipa agli utili della fragilità. È il punto in cui il terzo cerchio smette di essere un cerchio di assenza e comincia a somigliare a qualcos’altro.
Perché esiste un ultimo cerchio, e lì lo Stato non è assente affatto. Legifera.
Venerdì 18 settembre — Quarta e ultima puntata: «No, e c'è scritto in una legge». Lo scudo penale dell'ex Ilva, lo scudo erariale che dal 2020 esonera i funzionari pubblici dalla responsabilità per colpa grave, il disegno di legge che esclude il risarcimento a chi subisce un danno mentre commette un reato. Dove il diritto al risarcimento non manca: viene cancellato.

