Capitalismo virtuale, sfruttamento reale: il lato oscuro delle economie di Roblox

Dietro la facciata colorata e spensierata di Roblox il gigante da decine di milioni di utenti attivi al giorno si consuma il più grande paradosso del metaverso contemporaneo. Nata per stimolare l’ingegno dei più giovani, la piattaforma si è convertita in un cinico ecosistema iper-capitalista. Una macchina che trae profitto dal lavoro deregolamentato di giovanissimi creatori, spinti a produrre contenuti in una zona grigia del diritto del lavoro che ricorda, per tutele azzerate e logiche abusive, i laboratori senza regole del passato. 

Il meccanismo di attrazione è subdolo e si basa sull’illusione dell’imprenditoria digitale. Roblox è un’infrastruttura digitale in cui sono gli utenti stessi a creare, pubblicare e giocare a milioni di esperienze virtuali 3D utilizzando gli strumenti di sviluppo forniti dalla piattaforma. Roblox non crea i giochi (chiamati “esperienze”), ma fornisce gli strumenti affinché gli utenti li sviluppino per altri utenti. Quando un gioco ha successo, il creatore guadagna “Robux”, la valuta virtuale della piattaforma. È qui che scatta la trappola. Il sistema economico di Roblox è strutturato con logiche che nel mondo reale sarebbero considerate abusive: per poter convertire i Robux in denaro vero attraverso il programma Developer Exchange (DevEx), è necessario raggiungere soglie minime altissime e pagare un abbonamento premium.

Ancor più grave è il tasso di conversione. Se un utente spende un dollaro per comprare Robux, quando uno sviluppatore cerca di convertire quegli stessi Robux in dollari reali, il tasso di cambio è drammaticamente inferiore. Tra commissioni degli app store e le trattenute di Roblox, l’azienda trattiene circa il 70% dei ricavi. È la versione digitale e post-moderna della “company town”, la città-fabbrica dell’Ottocento dove i minatori venivano pagati con buoni spendibili solo negli spacci aziendali di proprietà del padrone.

Questa struttura economica ha generato una corsa all’oro che grava interamente sulle spalle di adolescenti e preadolescenti. Per mantenere i propri giochi in cima agli algoritmi di visibilità della piattaforma, i giovani creator formano veri e propri studi di sviluppo non registrati. Nascono gerarchie tra “scripter”, “builder” e “moderatori”, spesso quattordicenni che lavorano fino a 60 ore a settimana in uno stato di “crunch time” perenne (il superlavoro forzato tipico dell’industria videoludica). Non esistono contratti, non c’è previdenza, non esiste il diritto alla disconnessione o la tutela contro il licenziamento ingiustificato.

A peggiorare il quadro c’è la totale assenza di garanzie legali. Essendo considerati “utenti” o “creatori indipendenti” e non dipendenti, questi ragazzi sono privi di qualsiasi rete di sicurezza. Se l’algoritmo di moderazione automatica di Roblox banna un account (magari per un errore o per una segnalazione ingiusta di un competitor) i fondi virtuali accumulati con mesi di lavoro svaniscono nel nulla, senza possibilità di appello reale. Il diritto del lavoro, ancora ancorato a definizioni fisiche di impiego minorile, osserva questo fenomeno con cecità istituzionale, incapace di riconoscere il lavoro minorile quando questo avviene tramite avatar e righe di codice.

Non si tratta di demonizzare lo strumento, ma di regolarne l’impatto. Insegnare il coding e il game design ai ragazzi è un merito innegabile di queste piattaforme, ma la monetizzazione del loro prodotto non può avvenire in un far west deregolamentato. La politica e le istituzioni a tutela dei minori devono aggiornare urgentemente i propri radar, imponendo a queste piattaforme standard di trasparenza, tutele contrattuali e limiti di sfruttamento economico adeguati all’età degli utenti.

Il videogioco è nato per simulare mondi fantastici in cui evadere dalla realtà. Ma se l’economia che lo sostiene diventa un meccanismo di ricompensa basato sulla quantità di compiti digitali svolti dai minori, rischiamo che il metaverso non sia il nostro futuro tecnologico, ma solo il passato peggiore dei diritti dei lavoratori, rimpacchettato in una veste grafica a blocchi.

Riccardo Fanni Canelles

Ho frequentato la European School of Trieste dall’asilo fino alla terza media in lingua inglese, un percorso che mi ha dato un’impostazione internazionale e stimolante sin dai primi anni di studio. Attualmente sto concludendo il percorso Liceale all'istituto Galileo Galilei” di Trieste ( liceo Scientifico Tradizionale ). Coltivo da tempo un forte interesse per lo sviluppo tecnologico, con una particolare attenzione ai campi dell’intelligenza artificiale e dei videogiochi, che considero strumenti fondamentali per il futuro e potenti mezzi di espressione creativa. 

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