
Non solo repressione penale: l’ex Capo del DAG, Nicola Russo, analizza la mutazione globale dei clan, i limiti dei modelli investigativi tradizionali e la necessità di un’alleanza etica contro le seduzioni digitali del crimine.
Nicola Russo, Consigliere della Corte d’Appello di Napoli, già Capo del Dipartimento per gli Affari di Giustizia del Ministero della Giustizia, è un magistrato impegnato da anni su alcuni dei fronti più delicati del contrasto alle mafie, sia sul territorio italiano che in campo internazionale.
Vi proponiamo un intenso colloquio con lui sulle nuove frontiere delle mafie transnazionali e il contrasto globale a tali fenomeni, l’evoluzione tecnologica e i nuovi allarmi sociali.
Nella seconda parte dell’intervista, che pubblicheremo in seguito, temi più legati al territorio d’origine del giudice, ancora flagellato da una pervasiva presenza della criminalità organizzata.
Dottor Russo, la sua esperienza sul campo in America Latina, all’interno di progetti dell’Unione Europea come PAESCA ed EL PAcCTO, ci mostra come la criminalità organizzata transnazionale non sia più una semplice federazione di gang, ma una holding globale capace di standardizzare i propri modelli operativi. In che modo le mafie italiane, e in particolare la camorra e la ‘ndrangheta, hanno ridefinito i propri legami con i cartelli sudamericani per la gestione del traffico internazionale di stupefacenti? Quali sono i protocolli di assistenza tecnica e le strategie operative più efficaci che ha riscontrato e promosso per colpire queste reti prima che il network criminale si cristallizzi sul territorio nazionale?
Le mafie italiane, soprattutto per il traffico di stupefacenti, hanno dovuto stringere rapporti con altri gruppi criminali insediati nei territori di produzione e di stoccaggio delle materie prime e dei precursori. Il legame, da esclusivamente economico, col tempo si è trasformato in un’occasione di “formazione” delinquenziale reciproca. Dunque, le mafie italiane hanno trasmesso il proprio know how in termini di architettura dell’associazione, strutturazione sul territorio, regole di governo eccetera. I cartelli centro e sud americani hanno fornito esperienza nelle modalità realizzative di azioni di controllo del territorio e hanno fatto da paradigma nella conduzione dello scontro diretto contro le istituzioni. La tecnica intimidatrice delle cosiddette “stese” è stata importata in Italia proprio dalla realtà latino-americana dove ad essa si faceva da tempo frequente ricorso per la affermazione o riaffermazione di potere nei confronti dei gruppi criminali contrapposti.
Personalmente sono anche convinto che vi sia stata un’influenza quanto meno “culturale” da parte dell’esperienza di scontro con le istituzioni portata avanti da Pablo Escobar, ad esempio, con l’uccisione del procuratore generale Carlos Mauro Hoyos nel 1988 o l’attentato all’aereo di linea Avianca 203 del 1989 e gli attentati italiani del 1992/1993. Stesse modalità eclatanti, stessa finalità politico-terroristica.
Attualmente la ridefinizione dei rapporti economici nel traffico di droga, strutturati attraverso la gestione della domanda ed offerta attraverso intermediari operanti in regime di oligopolio (un esempio è stato lo stabiese Raffaele Imperiale), ha diradato le relazioni dirette tra le mafie a vantaggio di un sistema di gestione di tipo più impersonale e globalizzato. In questa fase le transazioni si sono anch’esse dematerializzate facendosi sempre più ricorso a divise virtuali come i bitcoin.
Se, quindi, l’imperativo “follow the money” diventa di più difficile attuazione, è anche vero che l’estensione dei perimetri d’azione impone di far ricorso a comunicazioni a distanza con un continuo sforzo di aggiornamento tecnologico per sottrarre al controllo delle forze dell’ordine le informazioni. Analogo sforzo ovviamente è richiesto alle strutture investigative per stare al passo di questi continui cambiamenti.
Per queste ragioni la cooperazione giudiziaria e di polizia diventano un’esigenza ineliminabile, attesa la dimensione transnazionale dei traffici illeciti e la necessità di uno scambio di informazioni continuo tra gli operatori di giustizia. Anche le esperienze che tuttora conduco in questo ambito (attualmente mi occupo, come componente italiano del team europeo del programma El Paccto, di promuovere la costituzione di squadre investigative comuni) mi confermano l’importanza di un’azione sinergica e diffusa di contrasto.
Durante il suo mandato come Capo del Dipartimento per gli Affari di Giustizia (DAG) al Ministero, lei ha gestito in prima persona i complessi meccanismi della cooperazione giudiziaria internazionale. Spesso l’efficacia del contrasto alle mafie transnazionali si scontra con l’eterogeneità dei sistemi giuridici e con la difficoltà di armonizzare le legislazioni antimafia. Dal suo osservatorio privilegiato, quali ritiene siano i nodi normativi globali ancora da sciogliere e come si possono esportare i modelli investigativi e di aggressione patrimoniale italiani in contesti ordinamentali profondamente diversi dal nostro?
I programmi di cooperazione come Paesca, Falcone e Borsellino, Copolad ed El Paccto hanno proprio questa funzione, cioè di armonizzazione dei modelli normativi di contrasto attraverso l’esportazione delle nostre best practice. Esperti italiani, magistrati o appartenenti delle forze dell’ordine, svolgono attività di assistenza tecnica e giuridica presso le istituzioni dei paesi latino americani (e con il piano Mattei quest’esperienza si sta trasferendo anche in Asia ed Africa) per far comprendere come gli strumenti giuridici sperimentati in Italia per la lotta alle mafie si siano rivelati particolarmente efficaci. Grossi mutamenti sono stati già avviati: si pensi, ad es., all’introduzione del reato di associazione mafiosa in Argentina, alla costituzione in questo Paese ed in Costa Rica di una direzione nazionale antimafia o, ancora, alla legislazione sull’utilizzo a fini sociali dei beni confiscati in Colombia). Tutti questi importantissimi risultati sono stati possibili aiutando le istituzioni di questi Paesi a trovare i vettori normativi necessari per l’aggiornamento delle proprie legislazioni.
Le rotte del narcotraffico internazionale non movimentano solo sostanze stupefacenti, ma generano flussi finanziari di proporzioni colossali che necessitano di sofisticate operazioni di riciclaggio estero. In un mercato criminale globale e interconnesso, come si stanno evolvendo le sinergie tra le proiezioni internazionali dei clan e le strutture camorristiche radicate in Campania, di cui lei ben conosce le dinamiche d’azione? Il coordinamento tra gli Uffici Studi e Relazioni Internazionali dei distretti giudiziari e gli organismi investigativi transnazionali è oggi sufficiente a intercettare questi flussi prima che vengano iniettati nell’economia legale?
Come dicevo, l’evoluzione tocca non solo i beni illeciti che vengono trasferiti ma ancor più i mezzi di pagamento. Per questo occorre implementare la cooperazione giudiziaria con i Paesi che fanno da hub economici dei capitali illeciti. Per questo motivo, da Capo dipartimento puntai fortemente alla costruzione di forti rapporti di collaborazione con gli Emirati Arabi che attualmente sono diventati (soprattutto per ciò che riguarda l’emirato di Dubai) uno dei principali centri dove operano i riciclatori di capitali. L’ufficio Studi e Relazioni Internazionali della Corte d’Appello di Napoli (una vera novità nell’organizzazione giudiziaria) ha il compito differente ma succedaneo di favorire la costruzione di “ponti” con istituzioni giudiziarie ed investigative di altri Paesi proprio per realizzare sempre più forti rapporti di collaborazione. Non a caso ad ottobre una delegazione fi autorità giudiziarie ed antiriciclaggio di quel Paese farà visita in Corte d’Appello.
Nell’ambito delle sue specializzazioni e delle docenze in Alta Formazione per il contrasto al crimine organizzato, si fa spesso riferimento alla resilienza delle mafie. Se da un lato l’Europa adotta strumenti di cooperazione sempre più integrati, dall’altro le mafie d’esportazione dimostrano una straordinaria capacità di mimetizzazione istituzionale ed economica all’estero. Qual è la sua prognosi sull’efficacia a lungo termine delle attuali strategie di contrasto multilaterale? Stiamo davvero anticipando le mosse dei cartelli globali o la risposta normativa internazionale sconta ancora un ritardo fisiologico rispetto all’iper-velocità del business criminale?
Non credo che siamo al punto da anticipare le mosse delle organizzazioni criminali, anche perché dobbiamo ancora comprendere quanto l’intelligenza artificiale sarà in grado di favorire, da un lato, i traffici illeciti e, dall’altro, il contrasto ad essi. La modernizzazione delle società e delle relazioni influisce anche sulle formule organizzative delle mafie. Se, per un versante, le comunicazioni e le relazioni criminali possono estendersi sull’intero pianeta con enorme rapidità, per altro versante, l’attrazione dei social costituisce comunque una debolezza anche per le organizzazioni che sempre meno riescono ad essere sommerse.
Recentemente, il Procuratore Nicola Gratteri ha lanciato pesanti e reiterati allarmi sulla spaventosa mutazione delle mafie: l’uso sistematico del deep web e delle comunicazioni criptate da parte delle cosche, il reclutamento geopolitico e digitale dei minorenni, e i legami sempre più strutturati con la “fascia grigia” dei colletti bianchi. Tutti temi che sia lei, nel corso della sua lunga attività giudiziaria e accademica, sia noi cronisti investigativi in prima linea denunciamo con forza da decenni. Davanti allo stupore e alla sorpresa di una parte della politica e dell’opinione pubblica, sorge spontanea una provocazione: oggi si fa la scoperta dell’acqua calda? Perché per anni questi gridi d’allarme, lanciati da magistrati e giornalisti d’inchiesta, sono rimasti inascoltati o derubricati a mere suggestioni letterarie?
Non tutti avevano l’esperienza di magistrati e giornalisti di cronaca che quotidianamente si occupavano di questi temi. Molti, poi, negavano la vastità e la complessità del fenomeno sia per non rivelare l’inadeguatezza della propria capacità di contrasto o perché di quel fenomeno facevano parte…
Per approfondire — Formazione, carriera giudiziaria, incarichi istituzionali e studi dell’intervistato nella scheda biografica integrale di Nicola Russo.
