Quanto (ci) costa morire in Italia.

Inchiesta – Il fine vita negato: morire soli tra povertà economica e sanitaria 

551,53 euro al mese: è quanto lo Stato riconosce con l’indennità di accompagnamento, meno di un terzo della retta di una RSA.

«Ho una confessione da farti.»

Non era l’inizio che mi aspettavo da un uomo di settant’anni in talare, seduto di fronte a me nella sagrestia che odorava di incenso e di silenzio. Don Aldo era un parroco di provincia, rispettato, circondato per decenni da famiglie, battesimi, funerali altrui. Eppure quella mattina era lui ad avere bisogno di confessarsi. E lo faceva con un laico.

«La mia paura più grande,» disse posando la tazzina con una lentezza quasi liturgica, «è morire da solo. Senza nessuno accanto. In uno di quei posti.»

Uno di quei posti. Non disse “ospizio”. Non disse “RSA”. Come se nominarlo fosse già una resa. Come se quella parola contenesse qualcosa di definitivo e vergognoso al tempo stesso — la fine della storia di un uomo, affidata a estranei pagati a ore, dietro un cancello con il citofono.

Don Aldo non era un caso eccezionale. Era, semmai, l’eccezione che conferma la regola: perfino chi ha dedicato la vita ad accompagnare gli altri nella morte teme, nel profondo, di non essere accompagnato nella propria.

Il numero che non fa notizia

In Italia, al 1° gennaio 2024, risultano attive 12.987 RSA — Residenze Sanitarie Assistenziali — con 425.780 posti letto complessivi, pari a 7,2 ogni mille residenti, un dato cresciuto del 4,4% rispetto all’anno precedente. Dentro quelle strutture vivono, e muoiono, 385.871 persone. Non è un dato astratto: è una città grande come Firenze integralmente composta da anziani, molti dei quali non usciranno più.

Eppure di loro si parla quasi soltanto quando accade qualcosa di violento: un caso di maltrattamenti finito sui giornali, un’ispezione sanitaria andata male, una pandemia che ne uccide migliaia in poche settimane — come è accaduto nel 2020, quando le RSA si sono trasformate in silenziosi epicentri del disastro. Fuori da quelle circostanze, la morte degli anziani soli è invisibile. Non fa notizia. È attesa, prevista, quasi inevitabile. E proprio per questo, terribile.

Secondo il Rapporto ISTAT 2025, quasi il 40% delle persone di almeno 75 anni vive da solo, in prevalenza donne. Nel biennio 2023-2024, il 36,2% delle famiglie italiane è composto da persone che vivono da sole, mentre le coppie con figli rappresentano solo il 28,2%. L’Italia che ha costruito la propria identità culturale sul mito della famiglia allargata, del pranzo della domenica, del nonno al centro del tavolo — quella Italia non esiste più, se mai è esistita per tutti.

Da albergo per anziani a sala d’attesa della morte

C’era un tempo in cui l’ospizio aveva un altro volto. Le case di riposo della seconda metà del Novecento erano, almeno nell’intenzione, luoghi di vita: sale da pranzo con le tovaglie, orchestre nei pomeriggi di domenica, orti curati dagli ospiti, cappelle con il rosario alle sei. Non erano luoghi perfetti — la retorica del “paradiso degli anziani” ha sempre nascosto fragilità e solitudine — ma erano pensati per accogliere persone ancora parzialmente autonome, che avevano scelto o accettato di vivere insieme ad altri della stessa età, in un contesto protetto ma non medicalizzato.

Quel modello è scomparso, travolto da due trasformazioni che si sono sovrapposte: l’allungamento della vita media e l’inadeguatezza del welfare.

L’Italia è tra i Paesi più longevi del mondo. Un uomo di 65 anni può aspettarsi in media altri 18,9 anni di vita. Ma la quantità di anni non coincide con la loro qualità: la quota di anni vissuti in buona salute si riduce, e negli over 85 due anziani su tre sono non autosufficienti. Si vive più a lungo, ma si vive peggio. E si rimane a casa — o si viene accuditi da familiari e badanti — fino a quando le condizioni diventano così gravi da rendere la gestione domestica impossibile.

Il risultato è che oggi l’età media di ingresso nelle RSA supera gli 84-85 anni, con una permanenza media di circa 8-12 mesi. Più di un anno, raramente. Non si entra più in struttura per trascorrere un quinquennio sereno di vecchiaia assistita: si entra quando si è già al capolinea, quando la demenza è avanzata, quando la mobilità è azzerata, quando il corpo inizia a cedere in modo irreversibile. Quasi il 60% degli ospiti presenta disturbi cognitivi certificati. La RSA non è più un luogo di vita: è, nella grande maggioranza dei casi, un luogo di fine vita. Un’anticamera della morte con il codice fiscale.

Questa trasformazione ha conseguenze profonde sul piano umano. Strutture nate per ospitare anziani relativamente attivi si sono ritrovate a dover gestire pazienti con bisogni clinici da reparto ospedaliero, senza le risorse, il personale e la formazione necessari. Il tutto in un sistema dove, secondo il 7° Rapporto dell’Osservatorio Long Term Care del Cergas Bocconi, le RSA soddisfano appena il 7,6% dei bisogni di cura degli anziani non autosufficienti, e l’assistenza domiciliare integrata eroga in media sole 14 ore annue per persona — meno di tre ore al mese.

Il prezzo della dignità

Entrare in una RSA non è un diritto universale. È, prima di tutto, una questione di denaro.

Il costo medio mensile di una struttura per anziani in Italia varia tra i 1.600 e i 2.500 euro al mese. Nelle strutture convenzionate con il Servizio Sanitario Nazionale, la quota sanitaria — che copre le prestazioni mediche e infermieristiche — è a carico del SSN, ma la quota alberghiera, che copre vitto, alloggio e servizi, resta interamente a carico dell’ospite o della sua famiglia, con importi che si aggirano tra i 1.300 e i 1.900 euro mensili. A Parma, per citare un caso emblematico, la lista d’attesa per le strutture pubbliche contava al febbraio 2026 ben 571 persone in coda, in aumento di 40 unità rispetto ai cinque mesi precedenti. Chi non può aspettare — e di solito chi entra in RSA non ha tempo da perdere — è costretto a rivolgersi al privato, con rette sensibilmente più alte.

Si confronti questo dato con la realtà delle pensioni italiane. La pensione minima INPS nel 2026 è di 611,85 euro mensili (fino a circa 619,80 con le maggiorazioni per gli over 70). Anche la pensione media degli over 75, che si aggira attorno ai 1.200-1.400 euro lordi, non copre nella maggior parte dei casi il costo della retta. Il risultato è un paradosso crudele: chi ha lavorato una vita intera non può permettersi di morire assistito.

La legge italiana stabilisce che l’unico soggetto su cui ricade l’obbligo giuridico di pagare la retta è la persona ricoverata, con le proprie risorse economiche. Se l’ISEE sociosanitario è particolarmente basso, il Comune di residenza può intervenire con un’integrazione per coprire la quota alberghiera, ma si tratta di una misura discrezionale, non garantita, soggetta a lunghe liste d’attesa nei comuni più poveri — esattamente quelli dove la necessità è maggiore.

La geografia della cura, in Italia, è profondamente ingiusta. Il Nord-Est conta 10 posti letto ogni 1.000 residenti, mentre nel Sud il dato è di poco superiore a tre ogni 1.000. La copertura RSA supera il 29% degli over 75 non autosufficienti nella Provincia Autonoma di Bolzano, mentre si ferma all’1% in Campania e Sardegna. Nascere nel Mezzogiorno significa, statisticamente, avere meno probabilità di morire assistito. Non è destino: è politica.

Lo Stato, gli strumenti, i limiti

Di fronte a questo quadro, cosa offre lo Stato italiano?

L’indennità di accompagnamento INPS — la misura più diffusa — vale nel 2026 551,53 euro mensili (era 542,02 nel 2025), un importo che, pur ritoccato ogni anno dalla rivalutazione, resta lontano dal costo reale dell’assistenza e copre a malapena un terzo della quota alberghiera di una RSA convenzionata. È una cifra pensata come incentivo alla gestione domestica dell’anziano, non come strumento reale di accesso alle cure residenziali.

Nel 2024, il governo ha approvato il cosiddetto “Decreto Anziani” (d.lgs. 29/2024), che ha introdotto, in via sperimentale dal 1° gennaio 2025 al 31 dicembre 2026, la Prestazione Universale per gli anziani non autosufficienti: all’indennità di accompagnamento si aggiunge una quota integrativa di 850 euro, per un totale che può arrivare fino a circa 1.400 euro mensili.

Il nome è ambizioso. I limiti, meno dichiarati. La misura è destinata a una platea ridottissima — solo gli ultraottantenni già beneficiari dell’indennità di accompagnamento, con ISEE sociosanitario inferiore a 6.000 euro — e l’erogazione è vincolata all’acquisto di servizi certificati: laddove la quota non venga utilizzata, il beneficiario è tenuto alla restituzione. Non è una riforma del welfare. È un bonus sperimentale, condizionato e provvisorio.

Il Sole 24 Ore, sintetizzando il rapporto Cergas Bocconi 2025, ha definito la Legge 33/2023 sulla non autosufficienza “una scatola vuota ancora da riempire”, varata con trent’anni di ritardo rispetto all’Austria e già in parte svuotata dal successivo decreto attuativo. Sul fronte dei diritti, il tema dei caregiver familiari — coloro che assistono gratuitamente un congiunto non autosufficiente — è stato espunto dalla Legge Delega e dai decreti attuativi, senza che una legge organica di tutela sia mai stata approvata.

Morire in corsia: due povertà, una sola medaglia

C’è un altro luogo, accanto alla RSA, in cui gli anziani italiani vanno a morire. È l’ospedale. E non è una parentesi marginale: è, in valore assoluto, la prima destinazione della morte nel nostro Paese.

Secondo i dati ISTAT, ospedale e abitazione si dividono quasi alla pari il primato come luogo della morte — insieme oltre quattro decessi su cinque — seguiti a distanza da RSA e hospice. Più di quattro italiani su dieci muoiono comunque in un letto d’ospedale, in un reparto per acuti, sotto luci al neon, tra monitor che suonano e turni che cambiano: un luogo nato per guarire, non per accompagnare alla morte. L’ultimo report ISTAT sulle cause di morte, relativo al 2022, fotografa un ritorno ai modelli pre-pandemia: rispetto all’anno prima i decessi aumentano nelle strutture residenziali (+9.192), negli hospice (+4.447) e negli istituti di cura (+3.721), mentre calano nelle abitazioni (-4.575). Durante l’emergenza Covid molti malati gravi erano morti a casa per la difficoltà di accedere a ospedali e cure palliative; con la normalizzazione, la morte torna nei luoghi istituzionali.

Eppure non è questo che la gente desidera. Il 76% dei pazienti preferirebbe morire nella propria casa, ma la maggior parte dei decessi avviene negli ospedali per acuti — spesso perché il malato, specialmente se anziano, non conosce nemmeno l’esistenza dei servizi di cure palliative sul proprio territorio. La rete di accompagnamento alla morte è strutturalmente insufficiente: in Italia si contano 265 hospice, pari a 0,4 posti letto ogni 10.000 abitanti, sotto lo standard fissato dalla legge (0,6). Centinaia di centri per le cure palliative domiciliari risultano sulla carta, ma quelli realmente attivi sono molti meno.

Ma “morire a casa” non vuol dire una cosa sola: ne esistono due versioni che non potrebbero essere più diverse. C’è la morte a casa accompagnata — con le cure palliative domiciliari, il dolore sotto controllo, qualcuno che veglia — ed è quella che il 76% desidera, dignitosa. E c’è la morte a casa in solitudine, senza assistenza, perché lo Stato non la garantisce e la famiglia non c’è o non può esserci: è la morte invisibile da cui siamo partiti. La differenza tra le due non è il luogo, che è identico, ma una cosa sola: l’accompagnamento.

Qui si annida il nodo che nessuna statistica restituisce nella sua brutalità: non è morire a casa a essere un privilegio, ma morire a casa accompagnati. E l’accompagnamento, oggi, è costoso.

Per morire dignitosamente nella propria abitazione servono condizioni che molti anziani non possono permettersi: una casa adeguata, riscaldata, senza barriere architettoniche; un letto sanitario, un materasso antidecubito, l’ossigeno; una badante che vegli giorno e notte; un medico di base presente e una rete di cure palliative domiciliari funzionante. Tutto questo ha un costo. E quel costo, lo abbiamo visto, è fuori dalla portata di chi vive con una pensione minima da poco più di 600 euro.

Così l’ospedale diventa la destinazione di chi non ha alternative. Non per scelta clinica, ma per esclusione economica e assistenziale. L’anziano povero, che non può pagarsi una RSA e non può permettersi una morte dignitosa a casa, finisce in un pronto soccorso per l’ennesima crisi, viene ricoverato, e in corsia muore. Non perché l’ospedale sia il luogo migliore: perché è l’unico rimasto. È, paradossalmente, anche la soluzione più cara per lo Stato — un posto letto ospedaliero costa molto più di una giornata di assistenza domiciliare — ma è quella verso cui il sistema spinge i suoi cittadini più fragili.

C’è un dato che illumina questa ingiustizia con una luce obliqua: l’Italia è il Paese del mondo sviluppato con la più alta percentuale di morti in casa, e questa quota è più alta al Sud che al Nord. Si potrebbe leggere come un trionfo del calore familiare meridionale. Sarebbe un errore. Quel primato è dovuto in parte a fattori culturali, ma in parte alle disparità del welfare: nel Centro-Nord, dove i servizi residenziali e sanitari sono più diffusi, si muore di più nelle istituzioni; nel Sud, dove quei servizi mancano, si muore di più in casa — ma è la morte a casa in solitudine, non quella accompagnata: non per dignità, ma per assenza di alternative. La morte domestica del Mezzogiorno non è sempre una scelta: è spesso ciò che resta quando non c’è nient’altro.

È qui che le due povertà si saldano in un’unica medaglia. La povertà economica — pensioni insufficienti, case inadeguate, impossibilità di pagare una badante o una retta — produce direttamente la povertà sanitaria: l’esclusione dalle cure palliative, dall’assistenza domiciliare qualificata, dalla possibilità stessa di morire nel proprio letto. Non sono due problemi distinti. Sono la stessa disuguaglianza che si manifesta due volte: una prima nel modo in cui un anziano vive gli ultimi anni, una seconda nel modo in cui muore. Chi è stato povero in vita resta povero anche di fronte alla morte. E lo Stato, che dovrebbe garantire almeno l’ultima dignità, lascia che sia il conto in banca a decidere dove si esala l’ultimo respiro.

E nemmeno la morte chiude il conto. Un funerale tradizionale in Italia costa mediamente tra i 3.500 e i 7.000 euro; chi non può permetterselo ripiega su un servizio essenziale da circa 1.200 euro, o — se è indigente e senza parenti — sul “funerale di povertà” a carico del Comune: una bara semplice, spesso la cremazione, senza fiori né carro né cerimonia. L’ultimo atto della cura ridotto a pratica amministrativa. Anche da morti, insomma, si è poveri.

Le guardiane silenziose: le badanti tra due solitudini

Esiste, nel sistema del fine vita italiano, una figura che non compare nei comunicati ministeriali né nelle statistiche ufficiali sulla morte. Eppure è spesso la persona più vicina a un anziano nelle sue ultime ore di vita. Non è un medico, non è un infermiere, non è un figlio. È una donna straniera, quasi sempre, che dorme nella stanza accanto, cuoce il brodo, cambia i pannoloni, sorregge un corpo che non si regge più. È lei, il più delle volte, a trasformare quella che sarebbe una morte in solitudine in una morte accompagnata: è la cerniera che tiene insieme i due volti del morire a casa. Ma è un accompagnamento comprato sul mercato, accessibile solo a chi può pagarlo, e al prezzo della solitudine di un’altra famiglia.

Le badanti hanno da poco superato le colf. Secondo il Rapporto DOMINA 2026, su 817 mila lavoratori domestici in regola le badanti — chi assiste direttamente la persona — sono 413 mila. Ma è una fotografia parziale: nel lavoro domestico il tasso di irregolarità tocca il 48,8%, quasi la metà, e le stime sul fabbisogno parlano di oltre un milione di badanti necessarie. Sono in stragrande maggioranza donne, in larga parte dall’Europa dell’Est — Romania, Ucraina, Moldavia — e dall’America Latina, con una quota crescente di lavoratrici italiane. Sono loro a reggere un sistema di welfare che lo Stato non riesce a tenere in piedi: oltre 900 mila famiglie ricorrono a un lavoratore domestico, e la spesa complessiva delle famiglie — regolare e sommersa — supera i 13 miliardi di euro.

Il paradosso è stridente. L’Italia non riesce a garantire cure adeguate ai propri anziani con le proprie risorse pubbliche, e colma il vuoto importando cura dall’estero, a condizioni spesso irregolari, da donne che per farlo lasciano i propri figli, i propri anziani, le proprie famiglie in paesi lontani. È un trasferimento silenzioso di affetto e di sacrificio, da Est a Ovest, che non viene mai chiamato con il suo nome: sfruttamento strutturale travestito da soluzione familiare.

Due psichiatri di Kiev, nel 2005, hanno identificato e denominato una sindrome psichiatrica specifica: la Sindrome Italia. Depressione, insonnia, ansia, stati dissociativi — diagnosticati sistematicamente nelle donne ucraine e rumene rientrate in patria dopo anni di assistenza agli anziani italiani. Donne che avevano dedicato anni a tenere per mano qualcuno che non era il loro padre, che avevano assistito alla morte di persone con cui avevano condiviso ogni giorno, mentre i propri cari invecchiavano o morivano dall’altra parte del continente, senza di loro.

Il doppio abbandono è la cifra di questa storia. Un anziano italiano muore solo, o quasi, perché i figli non possono o non vogliono stare. Al suo capezzale c’è una donna straniera che ha già abbandonato — per necessità economica — i suoi di figli. Due solitudini che si incontrano in una stanza, spesso senza neanche una lingua comune.

Eppure, in questo sistema fratturato, si formano legami che sfidano ogni logica contrattuale. Ci sono badanti che piangono la morte dei loro assistiti più di quanto piangano i parenti che si presentano solo al funerale. Ci sono anziani che lasciano in eredità qualcosa alla loro badante, suscitando lo scandalo dei figli assenti. C’è chi ha sposato la propria badante — casi non rari, secondo i demografi — perché in quel rapporto di cura quotidiana aveva trovato l’unica forma di intimità rimasta.

Non è sentimentalismo. È la fotografia di un sistema che ha delegato la morte a chi non ha altra scelta.

Perché le famiglie si allontanano

La narrazione più comoda è quella del figlio ingrato. È anche la più ipocrita. Le famiglie italiane non lasciano soli i propri anziani per indifferenza: lo fanno, quasi sempre, perché non possono fare altrimenti.

Innanzitutto perché la famiglia, semplicemente, non c’è più. Il sistema in cui la cura dell’anziano si distribuiva tra fratelli, cognati e nipoti dello stesso quartiere è scomparso: oggi circa sette famiglie italiane su dieci non hanno più una rete allargata su cui contare. Chi dovrebbe assistere è spesso un figlio unico, a sua volta non più giovane, o lontano centinaia di chilometri.

Poi c’è il lavoro. Per mandare avanti una casa servono due stipendi, e accudire un genitore non autosufficiente è un impiego a tempo pieno che nessuno paga — un peso che ricade ancora, in larga parte, sulle donne. La legge 104 aiuta solo chi assiste un familiare con disabilità già certificata come grave: chi ha un padre con una demenza appena cominciata, o una madre che cammina a fatica ma non abbastanza da “contare”, resta nel vuoto, senza permessi e senza tutele.

Così la famiglia che vorrebbe esserci, e non riesce, si ritrova davanti a tre sole uscite: pagare una badante, se può permetterselo; affidare il proprio caro a una struttura, se trova posto; oppure lasciarlo in quella solitudine che è il punto da cui siamo partiti. È il rovescio esatto delle due morti a casa: senza una famiglia che faccia da accompagnamento e senza uno Stato che la sostituisca, la morte accompagnata diventa un privilegio e quella in solitudine la regola. E intanto una convinzione comoda — che gli anziani siano un “affare di famiglia” — continua a mascherare l’assenza dei servizi pubblici. È un’ipocrisia che lo Stato non si limita a tollerare: ci si appoggia.

Il corpo che non conta

C’è un ultimo nodo che nessuna politica sembra voler affrontare davvero: la morte nelle RSA è, quasi per definizione, una morte senza testimoni affettivi.

Non si tratta solo di statistiche. Si tratta di ciò che accade nelle ultime ore di una vita. Un anziano con demenza avanzata, senza parenti che abbiano ancora la forza di venire a trovarlo, muore quasi sempre di notte, in una stanza condivisa, con accanto un OSS esausto che ha altri quattro pazienti da gestire. Non perché il sistema sia malvagio. Ma perché il sistema non è stato progettato per accompagnare: è stato progettato per contenere.

Il modello dominante delle RSA italiane è ancora, strutturalmente, quello della residenza medicalizzata: letti, turni, farmaci, cartelle cliniche. Non spazio per il rito, per la parola, per la mano stretta. Le cure palliative — che nella loro definizione originaria includono il sostegno psicologico, spirituale e relazionale al morente — sono ancora un servizio raro, disomogeneo, appannaggio dei centri urbani del Nord. Il decreto anziani del 2024 ne prevede il potenziamento, ma siamo, per ammissione degli stessi esperti del settore, quasi all’anno zero.

Don Aldo lo sapeva. Per questo aveva paura.

Di chi è la colpa?

La domanda, nell’articolo e fuori, è sempre la stessa. Ma forse è la domanda sbagliata.

Non è una questione di colpa individuale — né del figlio che non viene, né del medico che non ha tempo, né della badante ucraina che per badare a nostro padre ha lasciato il proprio a morire a Leopoli, né dell’OSS che è pagato poco e lavora troppo. È una questione di scelta collettiva: quale valore attribuiamo alla vecchiaia? Quale dignità riconosciamo a chi ha già dato, e adesso non produce più?

Una società che risponde a questa domanda con 551 euro al mese di indennità di accompagnamento, una lista d’attesa lunga anni, e un sistema di cure palliative ancora allo stato embrionale, ha già risposto. Ha deciso che la vecchiaia è un problema da gestire, non una vita da accompagnare. Che il fine vita è una questione privata, familiare, economica — non un diritto.

L’alternativa: la dignità non è una merce

Esiste un’altra strada, e parte dalla Costituzione. L’articolo 32 definisce la salute “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. Se la morte è l’ultimo atto della cura, allora spegnersi con dignità non può essere un servizio da acquistare a seconda del portafoglio: è un diritto. È da qui che occorre ripartire, non da un calcolo di bilancio.

La risposta più immediata — “più pubblico, meno privato” — è però anche la più fragile. Il problema non è tanto chi possiede i posti letto: quasi metà delle RSA italiane fa capo a enti non profit, fondazioni e cooperative la cui vocazione di cura nulla ha a che vedere con la logica del profitto. Il nodo è un altro: oggi circa il 58% dei ricavi dei gestori proviene dalla spesa privata delle famiglie. È la retta — non la natura giuridica di chi gestisce — il meccanismo che trasforma la dignità in merce. I sistemi che funzionano, dall’Austria alla Germania con la sua assicurazione pubblica per la non autosufficienza fino ai Paesi scandinavi, non hanno nazionalizzato gli ospizi: hanno reso pubblico e universale il finanziamento, lasciando plurale l’offerta ma fissando standard rigorosi e garantendo a tutti l’accesso a prescindere dal reddito.

C’è poi una verità che ribalta la domanda di partenza. La maggioranza delle persone non vuole morire in una struttura: vuole morire a casa. La vera alternativa, allora, non è costruire più ospizi pubblici, ma investire risorse pubbliche sull’intera filiera della cura: un’assistenza domiciliare reale — non quattordici ore l’anno — cure palliative diffuse capillarmente, una legge che finalmente riconosca e retribuisca i caregiver familiari, e una rete residenziale pubblica equa soprattutto al Sud, dove oggi semplicemente non esiste. Il diritto da garantire non è “una RSA pubblica”, ma una morte dignitosa ovunque essa avvenga.

Sarebbe disonesto fingere che tutto questo non abbia un costo. Un sistema universale finanziato dalla fiscalità è caro, e in un Paese con il debito e la demografia dell’Italia la domanda — dove si trovano le risorse — non può essere elusa, pena la propaganda. Né il pubblico è di per sé garanzia di qualità: liste d’attesa interminabili, sottofinanziamento cronico e rigidità burocratica sono mali tutti italiani e tutti pubblici. Ma riconoscere la complessità non è un alibi per l’immobilismo: è la premessa di una scelta consapevole. Perché di una scelta si tratta — e una società è ciò che decide di finanziare. Finora l’Italia ha scelto di non pagare.

Don Aldo è ancora vivo. Ancora nella sua parrocchia. Ma la paura che mi ha confessato quella mattina non era la sua soltanto. Era la nostra.

Fonti: Costituzione della Repubblica Italiana, art. 32; ISTAT, Rapporto annuale 2025; ISTAT, Le strutture residenziali socio-assistenziali e socio-sanitarie (dati al 1° gennaio 2024); ISTAT, Cause di morte in Italia – Anno 2022; Osservatorio Long Term Care, Rapporto Cergas Bocconi 2025; INPS, importi delle prestazioni assistenziali 2026 e Prestazione Universale (d.lgs. 29/2024); Osservatorio DOMINA, Rapporto annuale sul lavoro domestico 2026; Assindatcolf / Centro Studi Idos, Family Net Work; Altroconsumo, Inchiesta RSA 2026; Il Sole 24 Ore, analisi non autosufficienza; AIPO, Cure palliative e realtà epidemiologica; Percorsi di Secondo Welfare, Sindrome Italia.

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