
“Se fossi nato uno o due secoli fa, avrei potuto essere uno scultore, ma la fotografia è un modo molto rapido per vedere, per fare scultura”. È la frase di Robert Mapplethorpe che bisognerebbe tenere a mente visitando la retrospettiva “La forma della bellezza”, aperta al pubblico il 29 maggio. Avere ben presenti queste parole cambia il modo in cui si guardano le sue immagini. Non sono solo fotografie, ma sculture mancate, realizzate con uno strumento diverso dal marmo.
Mapplethorpe non arriva alla fotografia per vocazione immediata. Prima c’è stata la pittura, gli assemblaggi, la ricerca di qualcosa che avesse peso e volume. Quando scopre la macchina fotografica, capisce che può fermare un corpo o un volto, sottrarlo al mondo e restituirgli la densità di un oggetto. Il bianco e nero non è nostalgia, ma necessità. Senza il colore, senza la distrazione, rimane solo la struttura. La luce che incide, l’ombra che scava, la forma che prende vita come se la materia stesse ancora decidendo di esistere.

La perfezione formale era solo una parte del lavoro; l’altra era la capacità di entrare in connessione con il soggetto prima di fermarlo nell’immagine. “Voglio catturare l’essenza dei miei soggetti, la loro bellezza e la loro verità” diceva. Non si trattava di rappresentare qualcuno o qualcosa, ma di rivelarne ciò che la superficie non mostra. I suoi ritratti non restituiscono un volto, ma una presenza. Quella che, mostrata attraverso la composizione e la luce, è ciò che arriva a chi guarda. Lo spettatore non osserva da fuori, viene incluso in una relazione che Mapplethorpe aveva già instaurato con il soggetto, che appartiene non più solo al fotografo, ma a chiunque si fermi davanti all’immagine.
L’artista riserva lo stesso trattamento a un corpo atletico e a un tulipano. “Che sia un nudo o un fiore, li guardo nello stesso modo”. Una provocazione solo apparente che nasconde in realtà una coerenza estetica senza filtri: ogni soggetto è un pretesto per arrivare alla forma pura, e ogni forma pura è un varco verso qualcosa di indefinibile.

La sede romana della mostra è tutt’altro che casuale: il dialogo con la statuaria antica, con i marmi dei Musei Capitolini, con il fregio augusteo dell’Ara Pacis, non è un accostamento decorativo. È un riconoscimento. Mapplethorpe guarda alla classicità come a un modello irraggiungibile e irrinunciabile: “Sono ossessionato dalla bellezza. Voglio che tutto sia perfetto, e ovviamente non lo è. Ed è un posto difficile in cui stare, perché non sei mai soddisfatto”. In questa insoddisfazione cronica c’è il motore della sua ricerca: non la supponenza del maestro, ma l’inquietudine di chi insegue qualcosa che per definizione sfugge.
La mostra documenta questo percorso attraverso più di 200 fotografie in otto sezioni, con un nucleo inedito di scatti realizzati durante i soggiorni italiani tra Capri e Napoli concepito appositamente per Roma. È un Mapplethorpe meno monumentale, che fa i conti con una classicità vissuta attraverso il paesaggio e la luce mediterranea, e, per una volta, sembra quasi cedere alla seduzione del luogo invece di dominarlo con la composizione.

Ma sarebbe un errore lasciare che la perfezione formale oscuri tutto il resto. I corpi che fotografava non erano astratti, erano corpi sessuati, corpi “queer”, che negli anni Ottanta — nel pieno manifestarsi dell’AIDS che lo ha portato alla morte prematura nel 1989 — erano il frutto della sua riflessione sulla possibilità di farne arte. Per esprimere sé stesso e ritrarre qualcosa di significativo per lui. Ridurli a sculture vorrebbe dire renderli inanimati.
La sua bellezza non era consolatoria, era “la stessa cosa del diavolo”, qualcosa che disturba mentre attrae, che costringe a stare in un posto scomodo.

Anche per questo vale la pena visitare la mostra senza aspettarsi di trovare conferme estetiche, ma con l’atteggiamento di chi vuole lasciare che quelle immagini compiano il loro intento: che la forma perfetta lasci entrare, per chi vuole vederlo, tutto ciò che la perfezione non riesce ad esprimere.
