Camorra, e istituzioni, Cantelmo: “Contro la ‘via mafiosa al lavoro’ serve lo Stato”

L’ex Procuratore antimafia, al lavoro anche a Napoli, Torre Annunziata e Avellino, analizza lo scioglimento dei comuni per infiltrazioni, la demolizione di Palazzo Fienga, fortino del clan Gionta, e ricorda il “caso Ercolano”.

Il Vesuviano e l’area Sud di Napoli non sono semplicemente un pezzo di provincia; sono una trincea dove da decenni si combatte una guerra silenziosa per la vivibilità e lo stato di diritto. In queste terre, dove le ferite del passato si intrecciano con le sfide del presente — tra lo smantellamento di simboli storici della camorra e l’insidia di nuovi “sistemi” criminali —, comprendere la direzione del cambiamento non è un esercizio teorico, ma una necessità vitale. Può essere utile, dunque, andare oltre la cronaca giudiziaria, cercando, attraverso l’analisi lucida di chi  – come il Procuratore Rosario Cantelmo – ha vissuto e guidato gli uffici giudiziari di quelle terre in prima linea, le ragioni di ciò che è mutato, le risposte ai fallimenti istituzionali e, soprattutto, le coordinate di un riscatto possibile che parta dalla società civile.

Il Vesuviano e la provincia Sud di Napoli, l’intera area di competenza del Tribunale di Torre Annunziata sono da decenni alla ricerca di un equilibrio che restituisca a territorio e cittadini vivibilità e legalità. Sono terre dove lei ha operato molto a lungo e in cui la criminalità organizzata è presente in maniera massiccia e radicata, influenzando in maniera profonda anche l’andamento del vivere civile ed infiltrando istituzioni, politica e tessuto economico. 

Lo Stato, la magistratura e le forze dell’ordine hanno dato negli anni pesanti spallate alle organizzazioni malavitose, eppure la vera svolta sembra lontana. Cosa è davvero cambiato da vent’anni a questa parte?

Sono in pensione da circa cinque anni e negli otto precedenti ho operato come Procuratore della Repubblica ad Avellino. Ho avuto poche occasioni recenti di interessarmi in modo specifico del vesuviano e della Provincia sud di Napoli.

Tuttavia, da osservatore esterno, ho l’impressione che molto poco sia cambiato.

L’area torrese è un territorio ad alto tasso delinquenziale, con una radicata presenza della criminalità organizzata.

In questi giorni è stata avviata l’attività di demolizione del famoso – anzi, famigerato – “palazzo Fienga”.

Si tratta di una decisione lodevolissima e dal forte impatto, una iniziativa che dimostra la riappropriazione da parte dello Stato di uno dei più importanti “simboli” del potere camorristico su quel territorio.

Ritengo, però, che questo non basti, essendo necessario intervenire sulla società civile, offrendo alla popolazione segni concreti di sostegno. 

Per spiegare cosa intendo dire, ricordo che nel corso di una indagine, furono acquisite intercettazioni ambientali dalle quali emergeva che alcune mamme si presentavano alla moglie del capo-clan della zona, richiedendo per il figlio un lavoro nel “sistema”.

Come dire, esiste in quel territorio quella che io chiamo la “via camorristica al lavoro”.

È anche – e soprattutto – sotto questo profilo che va indirizzato l’impegno delle istituzioni.

Tocca ai politici intervenire, impegnandosi per eliminare le disuguaglianze, perché -come diceva Falcone – la diseguaglianza è terreno fertile per le mafie: fanno affari con i potenti (con gli imprenditori per riciclare i capitali illeciti, con i politici mediante il “voto di scambio”) e reclutano i disperati per formare i loro eserciti (vedette, pusher, quelli che mettono le bombe ai negozi).

Ci sono stati, purtroppo, anni in cui perfino la magistratura ha presentato le proprie falle in quel comprensorio. Si pensi a clamorose mega inchieste flop come la famigerata “Cheque to cheque”, o al nefando “caso Vernola” col cancelliere che fece sparire miliardi e lo stesso Procuratore dell’epoca, Alfredo Ormanni, finito sotto processo. Che situazione ereditò quando dovette accollarsi la reggenza della Procura oplontina?

Ha dell’incredibile che in una Procura della Repubblica che opera in un territorio a così alto tasso delinquenziale si siano verificate illeceità di tale gravità e siano state presenti zone d’ombra così intense.

Per capire il grave livello delle irregolarità accertate, si pensi che dagli accertamenti svolti dagli Ispettori del Ministero della Giustizia era emerso che il cancelliere era stato destinatario di ordinanze di pagamento da lui emesse a favore di sé stesso per una somma complessiva pari a circa 28 miliardi di vecchie lire. Una cifra enorme per un ufficio giudiziario di ridotte dimensioni.

Che situazione ereditai quando ebbi la responsabilità di reggere quell’ufficio fino alla nomina del nuovo Procuratore?

Una situazione a dir poco drammatica. 

L’ufficio del cancelliere era stato posto sotto sequestro dalla Procura di Roma che era titolare delle indagini. Furono disposte svariate perquisizioni in molti altri uffici. Diversi Sostituti presentarono domanda di trasferimento.

Rimanemmo in pochi, ma tutti dotati di un forte senso dell’istituzione che rappresentavamo e decisi a riaffermare la dignità della nostra funzione.

E così, piano piano, con molto impegno e tanti sacrifici, riuscimmo a riorganizzare una vera Procura della Repubblica. 

Nonostante la presenza radicatissima e capillare di camorra e mafia in quelle terre, la DDA – soprattutto per motivi tecnici – non ha mai avuto una propria rappresentanza stabile sul territorio. Eppure sarebbe stato utilissimo e necessario. Era proprio impossibile scavalcare l’ostacolo dettato dall’ordinamento? Non si sarebbe potuto almeno trovare un escamotage per avere a Torre Annunziata una sorta di “distaccamento” della magistratura antimafia che si dedicasse esclusivamente alle questioni di quell’area? Anche lei, a un certo punto rimarcò quella necessità, se non erro…

La normativa in vigore prevede la costituzione di Direzioni Distrettuali Antimafia solo nelle Procure presso i Tribunali capoluogo del Distretto.

Pertanto, la Procura di Torre Annunziata non può avere tale articolazione.

Tuttavia, le vicende criminali che avvengono su quel territorio sono seguite con attenzione, in quanto la Procura della Repubblica di Napoli, all’epoca in cui io ancora lavoravo, aveva un progetto organizzativo che prevedeva l’assegnazione di Sostituti Procuratori delegati a seguire le dinamiche camorristiche di quel territorio.

Posso ritenere che quella organizzazione è tuttora in vigore.

Forse, potrebbe essere utile prevedere che i Sostituti della D.D.A. siano sempre affiancati da Sostituti della Procura territoriale, in quanto questi ultimi hanno una conoscenza del territorio e delle figure criminali molto profonda, che deriva dalla loro attività quotidiana su quel territorio.

Una delle piaghe più terribili che flagellano queste zone è rappresentata dall’imposizione del pizzo da parte dei clan. Uno strumento di controllo, di affermazione di potere, di sostituzione allo stato di diritto, oltre che – ovviamente – un meccanismo di razzìa economica. Lei è stato capace di innescare, in una zona ben definita, il cosiddetto “effetto Ercolano”: in quella città grazie all’opera della magistratura inquirente e delle forze dell’ordine, i commercianti denunciarono in massa consentendo di stroncare intere organizzazioni e di portare in cella e a processo esattori e boss. Qualcosa che, purtroppo, poi non si è verificato altrove…

A Ercolano, gli imprenditori anche quelli titolari di realtà più piccole – e gli operatori commerciali erano vittime di quel male sottile chiamato imposizione del cosiddetto “pizzo” – che sottraeva a loro, alle loro famiglie ed ai loro dipendenti il futuro.

La fortissima pressione della camorra era determinata dalla presenza di 2 clan in lotta tra loro per il controllo del territorio: tra il 2000 ed il 2007 si erano verificati circa 60 omicidi. 

La paura ed il silenzio, sfociati in un muro di omertà, regnavano sovrani.

Basti pensare che nel novembre 2007 erano stati denunciati 57 imprenditori per il reato di favoreggiamento aggravato (un paradosso, le vittime erano diventate criminali)

I cittadini, peggio ancora, si erano rassegnati (la rassegnazione, il peggiore degli stati d’animo), ritenendo che non potevano fare nulla ed accettando come inevitabile la presenza nella loro vita di una criminalità violenta e la convivenza con la camorra. 

Poi, ad un tratto, qualcosa è cambiato ed è cominciato il riscatto di una città.

Alla Compagnia Carabinieri di Torre del Greco si sono succeduti due bravissimi Comandanti. 

È stato organizzato un gruppo di lavoro, fatto di militari professionalmente attrezzati, che sono scesi sul territorio e, con la loro costante presenza, hanno avviato costanti contatti con i commerciati, generando un forte rapporto di fiducia tra i cittadini e quei rappresentanti delle Forze dell’Ordine.

Sono iniziate le prime ammissioni da parte di qualche coraggioso commerciante.

Sono partite le prime denunce, a cui hanno fatto seguito le prime operazioni giudiziarie.

Non più operazioni sporadiche, isolate ed a “macchia di leopardo”, ma interventi operati in successione, con continuità, in modo mirato ed organizzato nei confronti di entrambi i gruppi criminali; alcune volte si è riusciti a bloccare sul nascere i tentativi di riorganizzazione dei gruppi appena colpiti.

Insomma, è cominciata quella che io chiamo “un’indagine di sistema”

La gente ha capito che forse il sogno impossibile (vivere senza l’odiosa presenza della camorra) era diventato realizzabile.

È intervenuta l’Associazione anti-racket, che ha fatto capire ai commercianti che stando insieme ed uniti era possibile denunciare senza paura.

Le denunce sono aumentate in modo esponenziale.

In tanti hanno imparato a dire “NO”, una parola semplice, ma che in quel contesto richiedeva molto coraggio.

L’Amministrazione comunale di Ercolano ha fatto scelte di forte impatto, come quella -prima in Italia- di ridurre il carico fiscale ai commercianti che decidevano di denunciare. L’insieme di queste circostanze ha determinato la scelta di libertà, la scelta di civile ribellione nei confronti della camorra. Si trattò di un evento così importante da avere rilievo internazionale: alla Procura della Repubblica di Napoli si presentarono giornalisti e televisioni dall’Europa (tra le altre, Belgio, Olanda) e addirittura dalla Corea.

Nell’area di competenza del Tribunale e della Procura di Torre Annunziata ci sono state, e ci sono, diverse città che hanno visto, negli anni, sciogliere i propri consigli comunali per infiltrazioni camorristiche. Anche più volte. Attualmente anche Torre Annunziata, Castellammare e Sorrento hanno visto arrivare di nuovo le commissioni prefettizie. Cosa consente – secondo lei – alla malavita organizzata e alla cosiddetta “fascia grigia” di trovare coì facilmente la strada di una qualche permeabilità nelle istituzioni locali?

L’invio di una Commissione prefettizia può essere determinato da comportamenti eclatanti, quali la parentela con camorristi, le frequentazioni con mafiosi, le irregolarità nelle sottoscrizioni delle liste, l’intimidazione contro avversari, l’accertata partecipazione ad eventi, matrimoni, processioni connotati da presenze mafiose.

Ma assume rilievo anche la cosiddetta “contiguità compiacente”, rappresentata, ad esempio, dall’abituale frazionamento delle gare con costanti affidamenti sottosoglia, omettendo di ricorrere alle centrali di acquisto e dall’uso ingiustificato e prolungato delle proroghe; 

-dalle mancate iniziative sia sull’abusivismo edilizio (con riferimento a manufatti riferibili a componenti dell’organizzazione camorristica), sia sull’affidamento dei beni confiscati alla stessa organizzazione, sia sulla riscossione dei tributi locali con riferimento a particolari categorie di persone; 

-sul mancato riscontro alla richiesta di informazioni da parte degli organismi centrali.

Si tratta di comportamenti articolati ed amministrativamente complessi, rispetto ai quali i politici non possono fare tutto da soli, ma hanno necessariamente bisogno della collaborazione attiva offerta da un reticolo di connivenze. 

Credo che l’intervento della Commissione debba prestare attenzione anche a questo “reticolo di connivenze”.

Come accennavamo prima, è del cinque maggio la notizia dell’inizio dei lavori di abbattimento di Palazzo Fienga, per quasi cinquant’anni quartier generale del clan Gionta di Torre Annunziata e residenza di boss e luogotenenti dei “Valentini”. Al suo posto dovrebbe sorgere una “piazza della legalità”. L’opinione pubblica si è molto divisa sul punto, fra chi è favorevole all’abbattimento dello storico complesso architettonico, considerato simbolo della camorra e della mafia da radere al suolo, e chi, invece, avrebbe auspicato un recupero della struttura, da destinare a sede di uffici giudiziari, forze dell’ordine, associazionismo, per portare nel cuore del degradato Quadrilatero delle Carceri, la presenza attiva e costante dello Stato. Anche l’Osservatorio permanente per la legalità, diversi anni orsono, si espresse favorevolmente a questa seconda ipotesi. Qual è la sua opinione in proposito?

Come ho detto, sono assolutamente favorevole all’abbattimento di quello che è stato per decenni un autentico monumento allo strapotere della criminalità camorristica.

“Palazzo Fienga”, col tempo, deve scomparire dalla memoria dei cittadini torresi e deve essere sconosciuto alle nuove generazioni, che devono solo sentirne parlare nei discorsi dei loro nonni.

Non va valutato il rischio che un’area come una piazza, all’interno di una zona ancora ad alto tasso di presenza criminale, si possa trasformare semplicemente in piazza di spaccio?

La preoccupazione può anche esistere, ma, a mio avviso, non bisogna arrendersi, perché ciò significherebbe ammettere che nulla si può fare in quel territorio ed è proprio questo atteggiamento di resa che va contrastato ed evitato.

Lo Stato centrale ha fatto la sua parte, la più importante.

Adesso spetta alle Autorità locali e, soprattutto, alla parte buona della società civile, evitare che una bella piazza, anziché ospitare ragazzini che giocano, si trasformi in un punto di vendita di morte.

I grandi clan, quelli storici, sono stati in gran parte smantellati e decapitati da anni, grazie all’opera di magistratura e forze dell’ordine, ma stiamo assistendo a un ricambio generazionale ormai arrivato al cosiddetto “quarto sistema”, governato – ormai quasi in assenza di regole… – da giovanissimi eredi delle cosche. Come arginare questa cooptazione che avviene con automatismi feroci quanto apparentemente inarrestabili?

La cooptazione a cui si fa cenno è conseguenza della penetrante presenza sul territorio della criminalità organizzata, che continua ad operare nell’indifferenza della maggior parte della gente e nell’assenza da parte delle istituzioni di fattive e concrete iniziative che possano spingere i giovani ad imboccare strade diverse.

Lei ha vissuto queste terre per anni, respirandone aria e umori, sentendone il polso, e potendone conoscere gli aspetti più deleteri, ma, credo, anche apprezzare quelli positivi. C’è possibilità di riscatto a suo avviso? 

La speranza è che l’esempio di Ercolano – di cui dicevamo prima – si diffonda con la stessa intensità con la quale si è diffuso il crimine organizzato e che lo si possa abbattere non solo con l’intervento giudiziario, ma con la forza dell’esempio, della parola, della dignità, a testa alta e senza alcuna paura.

Sono assolutamente convinto che c’è la possibilità del riscatto di questo territorio.

Ovviamente, essere artefice di questo riscatto tocca alla parte buona della società civile, quella che già sa cosa fare e da che parte stare.

Ed è altrettanto ovvio che questa complessa opera di riscatto va fortemente accompagnata ed aiutata dalle istituzioni.

Il riscatto, una volta realizzato, sarebbe la più inaspettata delle vittorie.

APPROFONDIMENTO: “Chi è Rosario Cantelmo, il magistrato in prima linea contro la camorra e i reati dei colletti bianchi” 👉 https://www.socialnews.it/blog/2026/06/03/chi-e-rosario-cantelmo-il-magistrato-in-prima-linea-contro-la-camorra-e-i-reati-dei-colletti-bianchi/

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