Il cammino dei Saharawi: tra lotta armata e resistenza pacifica

Un contingente di uomini e donne procede lentamente sotto il sole del deserto del Sahara, a pochi passi dal confine tra Algeria e Marocco. Hanno al seguito bandiere che in pochi saprebbero riconoscere: tre bande orizzontali, nera bianca e verde, un triangolo rosso sul lato del pennone; al centro spiccano una mezzaluna e una stella a cinque punte rosse, simboli dell’islam. È la bandiera della repubblica Democratica Araba dei Saharawi. Il gruppo marcia su un percorso rudemente segnato da grandi pietre, è fondamentale non oltrepassarne i confini poiché la sabbia circostante nasconde centinaia e centinaia di mine antiuomo. Si fermano, parlano davanti alle poche telecamere presenti. Di fronte a loro svetta una barriera di sabbia e terra alta 3 metri, corre lungo tutto l’orizzonte, è affiancata da reticoli di filo spinato, bunker e, a intervalli regolari, postazioni militari marocchine. Nei documenti internazionali viene chiamato Berm ma, nei territori della Repubblica araba Saharawi democratica (Rasd), non è altro che “il muro della vergogna”. E i Saharawi per quasi trent’anni hanno stabilito questo luogo, poco distante da quella cicatrice di mattoni e armi che taglia il deserto, come avamposto della loro resistenza: marciano tra le mine, si pongono faccia a faccia con le vedette nemiche poco distanti, tengono comizi. Invocano il diritto al ritorno.

Dominio Spagnolo e resistenza armata

I Saharawi, infatti, pur essendo indigeni del Sahara occidentale, ad oggi non ne detengono il controllo; le loro terre, ricche di fosfati e affacciate su una porzione di Atlantico particolarmente fruttuosa, sono state oggetto delle mire espansionistiche di diversi stati che se le sono contese e passate di mano come pezzi di una scacchiera dimentichi, come spesso avviene nella storia, che quelle non fossero terre vergini. I primi a imporsi furono gli spagnoli che decretarono il Sahara Occidentale colonia iberica nel 1885 e lì rimasero, senza grandi scossoni, per più di settant’anni. Solo nel 1960 iniziò un cambio di rotta: l’ONU riconobbe il diritto all’autodeterminazione dei popoli coloniali includendo anche i territori del Sahara occidentale beneficiari di tale diritto. Da quel momento le tribù autoctone, per decenni sotto l’egida di un popolo straniero, iniziarono la loro strenua e logorante battaglia atta a rivendicare la sovranità delle proprie terre e quel diritto all’autodeterminazione promessogli a livello internazionale che gli spagnoli sembravano restii ad ascoltare. Ci furono proteste e manifestazioni, spesso sedate nella violenza; l’evento chiave di volta avvenne nel 17 giugno del 1970, quando le tensioni esplosero in quella che fu in seguito ribattezzata “intifada di Zemla”: nel corso di una manifestazione in cui si richiedeva l’indipendenza occorsero tumulti e la Legione straniera spagnola aprì il fuoco uccidendo dodici manifestanti e ferendone molti altri. Il sanguinoso episodio accese notevolmente il movimento anticoloniale e spinse i Sahrawi verso una resistenza armata che, tre anni dopo, si strutturò nell’organizzazione militante nota come Fronte Polisario.

Il Fronte Polisario combatteva gli spagnoli prendendo a modello la strategia vincente che gli amici algerini avevano usato per sbarazzarsi dei francesi. Anzitutto vigeva il modello della guerriglia: attacchi rapidi contro avamposti spagnoli seguiti da altrettanto rapide ritirate che sfruttavano la profonda conoscenza del terreno di scontro. In secondo luogo, si puntava a logorare gli spagnoli tramite incursioni mirate a infrastrutture strategiche come le miniere di fosfati di Bou Craa e, in particolare, al gigantesco nastro trasportare che collegava i giacimenti al mare; questa forma di boicottaggio risultò particolarmente efficace poiché la ritardata decolonizzazione spagnola si fondava, com’è ovvio, prepotentemente su interessi economici, minarli sistematicamente significò ridurre di parecchio i benefici derivanti dal controllo della zona. Parallelamente alle azioni militari, inoltre, il fronte Polisario esercitava una forte pressione politica e diplomatica, resa incisiva dalla legittimazione dell’ONU e da un appoggio popolare pressoché totale e fervente; “i combattenti si muovono tra il popolo come pesci nell’acqua” diceva Mao, ed è quanto mai vero per i Saharawi, da sempre uniti nel sopportare situazioni di pressione estrema, ambientale o umana. Oltretutto il Fronte Polisario poteva contare sull’appoggio e sulla vicinanza, morale e geografica, dell’Algeria, che forniva terreno per basi logistiche e armamenti utili alla guerriglia.

Il passaggio al Marocco

Le modalità di combattimento e resistenza Sahrawi in quel periodo risultarono vincenti e la Spagna, per altro alle prese con problemi interni, come il declino fisico di Francisco Franco, si vide costretta, nel febbraio del 76’, a lasciare il Sahara Occidentale. Non prima però di aver ordito un illegittimo passaggio di testimone che avrebbe segnato il destino dei Saharawi molto più del precedente colonizzatore: il Marocco. Infatti, già da anni i limitrofi Marocco e Mauritania avanzavano pretese sul Sahara Occidentale per le stesse ragioni economiche della Spagna mascherate però dietro pretesti storici. Il Marocco affermava che l’ex colonia di Madrid fosse parte dei suoi territori già prima che se ne appropiassero gli spagnoli e che fosse dunque equo gli venisse riconsegnata. In effetti per anni la Spagna aveva combattuto su due fronti in Sahara Occidentale: da un lato i guerriglieri Saharawi e, ancora più a lungo, l’esercito di liberazione del Marocco. Nel 1975 la dipartita del colonialismo iberico era evidentemente ormai prossima e, inoltre, la Corte Internazionale dell’Aia aveva emesso una sentenza fumosa circa la questione del Sahara occidentale affermando che il diritto all’autodeterminazione dei popoli andava rispettato ma riconoscendo, allo stesso tempo, una certa validità ai legami storici col territorio millantati dal Marocco. Ed è in questa cornice complessa che il re Hassan II riconobbe lo spiraglio migliore per poter definitivamente occupare il Sahara Occidentale. Il 16 ottobre del 1975, il sovrano pronunciò un discorso storico alla nazione invitando uomini e donne di tutto il paese ad avanzare verso il Sahara, rivendicandone il dominio. L’evento prese il nome di Marcia Verde. Paradossalmente, al re marocchino va riconosciuto il merito di essere riuscito in un’impresa che molti altri non avrebbero nemmeno tentato: un’occupazione pacifica. Convinse i suoi cittadini, pregni di nazionalismo, a lasciare le loro case, la bandiera marocchina in una mano e il corano nell’altra, e a procedere nel deserto verso una terra pressoché sconosciuta in un collettivo sforzo quasi biblico. Funzionò: la marcia ebbe un’adesione colossale: si stima che parteciparono 350.000 volontari a cui furono forniti cibo, tende e scorte militari, ma nessuna arma. Da un punto di vista mediatico ebbe un’eco internazionale titanica e gli spagnoli non ebbero né la stupidità né la forza di bloccare con la forza e davanti agli occhi del mondo la fiumana di gente che si riversò nel Sahara Occidentale: li lasciarono semplicemente passare. È allora che la spagna decise di arrendersi, ma non alle popolazioni autoctone bensì al Marocco. A pochi giorni dall’inizio della Marcia, vennero firmati, in frettoloso segreto, gli accordi di Madrid, con cui la penisola iberica si impegnava a lasciare i territori del Sahara Occidentale trasferendone l’amministrazione a Marocco e Mauritania.

Il fronte Polisario si vide nuovamente negato quel diritto all’autodeterminazione per cui aveva imbracciato le armi e, alla nuova occupazione illegittima, rispose proclamando la nascita della Repubblica araba saharawi democratica (Rasd). Ovviamente, tornò a combattere. Inizialmente le stesse strategie mostratesi efficaci contro gli spagnoli risultarono altrettanto valide contro Marocco e Mauritania tanto che quest’ultima, da sempre rimasta più nelle retrovie, nel 1979 decise di ritirarsi dal conflitto. L’esercito marocchino invece si dimostrò più feroce promuovendo l’uso di bombe al napalm e fosforo bianco contro la popolazione. Questi attacchi e l’ingente presenza di coloni marocchini non erano casuali, avevano uno scopo strategico: spingere la popolazione saharawi, stremata dal conflitto, verso il confine algerino. Così avvenne: in moltissimi si rifugiarono a Tindouf, oasi concessa dall’Algeria stessa come avamposto strategico del Polisario, dove vennero poi stabiliti i campi profughi. E più la popolazione si ritirava verso i confini algerini più era facile per l’esercito marocchino portare avanti il progetto che più di ogni altro scontro avrebbe sancito le sorti del conflitto: la costruzione del Muro. Tecnicamente un Berm, una fortificazione di sabbia e pietra militarizzata ed estesa su 2.700 km, nei progetti invalicabile, alta tre metri e provvista di torri sentinella, militari armati e, su entrambi i lati, circondata da milioni di mine antiuomo. Al suo interno il Sahara Occidentale occupato dai coloni, le miniere di fosfati, lo sbocco sull’Atlantico; tenuti fuori i Saharawi profughi scappati verso Tindouf, irrimediabilmente separati da famiglie e amici rimasti bloccati dal lato sbagliato del confine. Fu un’impresa complessa, divisa in sei fasi e resa più ardua dalla guerriglia continua tuttavia, nel 1987, vide la sua ultimazione. Il Fronte Polisario tentò comunque di portare avanti la resistenza armata ma, chiaramente, da un’evidente posizione di inferiorità.

Le nazioni unite e la promessa dimenticata

Il 1991 segna un ulteriore importante spartiacque per le sorti del conflitto quando, alla fine, intervennero le Nazioni Unite. Si presentarono sotto forma di missione di pace a cui venne dato il nome di operazione MINURSO. L’obbiettivo, anzi la promessa, era quella di organizzare un referendum per l’autodeterminazione del Sahara Occidentale. E a questa promessa il Fronte Polisario credette, o si vide costretto a credere. Depose le armi, rispettò il cessate il fuoco e attese. Attese. Continua, sempre più amaramente, ad attendere. Questo perché l’ONU procrastina, di anno in anno, l’indizione del referendum; evidentemente non avevano calcolato, o avevano preferito non far presente, che prima di indire un referendum è necessario stabilire delle regole: in particolare quali avrebbero dovuto esserne le modalità e soprattutto chi avrebbe avuto diritto al voto. Così i Saharawi, che avevano scelto di rispettare la pace, si trovano ora in un limbo istituzionale, una popolazione spaccata che vive realtà diametralmente opposte a seconda del lato del muro in cui si trova.

La resistenza pacifica dei Sahrawi

Sul fronte algerino i campi profughi di Tindouf si sono via via strutturati, i Sahrawi sono riusciti a plasmare i campi profughi in qualcosa di inedito: i campi presero la forma di un minuscolo stato. I territori sono organizzati in wilaya (province) ciascuna ripartita in daira (comuni) a loro volta divisi in quartieri. Il governo è strutturato come una repubblica semipresidenziale a partito unico (il Fronte Polisario) ed esistono sub unità rappresentative con rappresentanti regolarmente eletti. Sono presenti tribunali e carceri. Ci sono ristoranti, poliambulatori e, soprattutto, moltissime scuole. Sebbene le condizioni dure del deserto li rendano dipendenti dagli aiuti umanitari il popolo Saharawi ha portato avanti una fiera autonomia amministrativa politica e organizzativa, con risultati sorprendenti: basti pensare che il popolo Saharawi è riconosciuto per essere uno dei paesi africani con il più alto tasso di alfabetizzazione che sfiora il 95%. La scolarizzazione è obbligatoria per bambini e bambine e arriva fino alle secondarie. I giovani vengono poi incentivati a continuare gli studi in Algeria o in altri paesi esteri. Cuba, ad esempio, negli anni ha consentito a più di 2000 studenti saharawi di laurearsi attraverso programmi di borse di studio complete (la popolazione è rimasta devastata dalla scomparsa di Fidel). Nelle wilaya ci sono centri di formazione professionale e scuole per disabili gestite dall’unione nazionale delle donne saharawi. Donne che, peraltro, vengono tenute in altissima considerazione nel panorama culturale, politico e amministrativo.

Questa è la resistenza pacifica dei Saharawi: una resistenza che per decenni ha deposto le armi in favore dell’istruzione, della solidarietà e della cultura. Una resistenza che si manifesta in marce pacifiche, quasi eco paradossale della ben più imponente marcia verde, una resistenza fondata sul mantenere viva una identità culturale, lingua e tradizioni. Purtroppo, questa forma di resistenza li ha resi tristemente famosi come “il popolo dimenticato”.

Dimenticati dalle Nazioni Unite sono i Sahrawi di Tindouf e, ben più grave, coloro rimasti bloccati dal lato sbagliato del muro. Da questa parte la popolazione rimasta subisce atti di intimidazione quasi quotidiani con tassi di scolarizzazione e disoccupazione ugualmente allarmanti. Amnesty International denuncia da anni la sistematica repressione dei diritti umani, riportando di processi iniqui, detenzioni arbitrarie, vere e proprie torture nelle carceri. Lamentando l’impossibilità di accesso in queste realtà ad osservatori internazionali.

La fine della tregua

I Saharawi hanno sopportato e perseguito la diplomazia internazionale per più di trent’anni. Ma dopo le continue vessazioni, le procrastinazioni referendarie, l’indifferenza internazionale, Il 12 novembre del 2020 quella corda sottile si è spezzata: l’esercito marocchino ha violato il cessate il fuoco, intervenendo attraverso la zona cuscinetto di Guerguerat contro civili saharawi che manifestavano pacificamente opponendosi all’apertura di una breccia nel limite invalicabile stabilito negli accordi del 1991. E allora il Fronte Polisario è intervenuto rimbracciando le armi e ritornando alle ostilità armate. Riprendendo la ricerca armata dell’autodeterminazione dovuta e ponendo fine a trent’anni di ineccepibile e, purtroppo, sterile sforzo pacifico. Nel 2025 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha rinnovato il mandato della missione MINURSO di un altro anno e, come ulteriore beffa, ha riconosciuto che una forma di autonomia sotto sovranità marocchina potrebbe rappresentare la soluzione più realistica del conflitto, sancendo un’enorme vittoria diplomatica per il Marocco. Un’enorme sconfitta invece per la popolazione Saharawi che ha combattuto con ogni mezzo a sua disposizione, armi e diplomazia, guerriglia e istruzione, ma che, ancora oggi, osserva il muro che ha tagliato la sua terra mentre il resto del mondo si gira dall’altra parte.

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