I bunker come via d’entrata e di uscita

Non c’è situazione psicologica peggiore che avere paura che qualcosa potrà accadere, timore che qualcuno affliggerà la propria sfera personale, terrore che si venga colpiti da eventi catastrofici.
 
La guerra russa-ucraina – ma anche la pandemia da Covid-19 – ha messo nuovamente in discussione la libertà e la sicurezza individuale, accrescendo l’esigenza di creare rifugi adatti ad una possibile escalation. Per questo, anche in Italia l’acquisto di bunker è aumentato vertiginosamente. Scriveva lastampa.it in data 19 marzo: “Boom di richieste per i bunker in Italia, 500 ordini in pochi giorni”. Questi soprattutto da chi prevede un allargamento e un’escalation della guerra. E con 85.000 euro in un mese di lavori si costruisce un bunker di 30 metri quadrati. Un esempio è il bunker NBC, che offre protezione nucleare (dalle esplosioni e dalle radiazioni – N), batteriologica (dalle contaminazioni biologiche – B) e chimica (dalle armi chimiche – C).
 
I bunker vennero usati a partire dalla prima guerra mondiale, soprattutto durante la seconda, per difendere i soldati che combattevano in trincea. Li difendevano da proiettili, missili ed attacchi di ogni genere. Nel 1945 il Fuhrerbunker ospitò Adolf Hitler per circa 4 mesi, prima che lo stesso vi si suicidò: ad 8 metri sotto terra, possedeva tutto il necessario per sopravvivere ed ospitava svariate persone. Gli attacchi dell’ultimo mese sul suolo ucraino stanno prendendo una piega disumana. In situazioni di emergenza, questi rifugi sottoterra nascosti e segreti mettono al sicuro; sono una sorta di safe room con funzione protettiva-difensiva.
 
Un caso calzante è la Svizzera. Nel 1963, durante la Guerra Fredda, introdusse la Legge federale sulla protezione della popolazione e sulla protezione civile (LPPC). Agli articoli 45 e 46 notifica: “Ogni abitante deve disporre di un posto protetto raggiungibile in tempo utile dalla sua abitazione. I proprietari d’immobili sono tenuti a realizzare ed equipaggiare rifugi in tutti i nuovi edifici abitativi”. Ad oggi la Svizzera possiede oltre 360.000 bunker anti-atomici e 5000 rifugi, sufficienti ad ospitare tutta la popolazione (più di 8 milioni e mezzo di abitanti) in caso di necessità. Seppur sin da sempre ha mantenuto la sua neutralità, la Svizzera ha messo le mani avanti e si è preparata nel caso la situazione degeneri ancora di più. Ha anche rotto la sua tradizionale posizione neutralista schierandosi con le nazioni occidentali ed acconsentendo a punire la Russia con sanzioni aspre.
 
La violenza psicologica che fa leva sulle paure è anche l’obiettivo principe che i terroristi fondamentalisti religiosi vogliono raggiungere con i loro attacchi. Ora, paragonare i jihadisti islamici alle milizie russe della guerra ora in atto forse è un po’ estremo, ma in fin dei conti non poi così tanto. Infatti, lo stesso Zelensky ha dichiarato “Putin come l’ISIS. Le azioni degli invasori russi saranno equiparate a quelle de terroristi dello Stato Islamico”. Pensiero ribadito dal Ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba, che ha affermato che la Russia è peggio dell’ISIS. Difatti, l’esercito russo sta compiendo atrocità sul suolo ucraino (Bucha è solo un esempio; Irpin e Hostomel non sono da meno). I militanti russi non possono che essere considerati criminali assassini che compiono crimini di guerra contro l’umanità. Secondo alcuni dovrebbero essere sentenziati come è stato fatto con i nazisti coinvolti nella Shoah durante il processo di Norimberga.
Le persone in Europa sono preoccupate ed impaurite, perché ora la guerra è alle porte dell’Unione Europea. Che sia una guerra di religione – come quella compiuta dallo Stato Islamico – o una guerra aggressiva militare d’occupazione – come quella che sta succedendo sul suolo ucraino -, sta di fatto che comunque quando si verifica un attacco che coinvolge diverse persone, entità e spazi, nell’animo umano scoppia la paura. Che non deve diventare insidiosa per non sviluppare ulteriori disturbi psicologici patologici.
 
Investire nell’acquisto di fortificazioni sotterranee è una via d’uscita (o una trappola) per periodi di tempo brevi e per sentirsi più al riparo, ma non potrà essere una soluzione che può giovare nel lungo termine. Perché interrano la nostra libertà. Crearsi spazi per mettersi al riparo è, al giorno d’oggi, una preparazione preventiva intelligente, ma instaurare una comunicazione tra le parti è fondamentale per evitare o risolvere qualsiasi tipo di conflitto.

Lucia Valentini

Lucia Valentini è studentessa dell’Università di Bologna, dove frequenta il corso di laurea magistrale in Comunicazione giornalistica, pubblica e d’impresa. Si è laureata in triennale in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì. Tra i due percorsi di studi, per non prendere un anno sabbatico ha conseguito un Master di I° livello in Giornalismo e Comunicazione all’Università telematica Pegaso. Interessata alle questioni geo-sociali e politiche dei PVS e del Medio Oriente, ha partecipato all’International Summer School “Social-Political Conflicts of Modern Society” presso la Saint Petersburg Mining University nell’agosto 2019. Incuriosita dalle religioni e dalle criticità dei paesi in guerra, ha frequentato il corso “Hinduism Through its Scriptures” tenuto dall’HarvardX nell’aprile 2020 e “Terrorism and Counterterrorism” della GeorgetownX a febbraio 2022. Con grande passione per la lingua inglese e qualche conoscenza della lingua russa e hindi. 

Leave a Reply

Your email address will not be published.