Profughi di guerra di serie A e di serie B

Alan Kurdi. Qualcuno l’avrà già sentito nominare, per altri è un nome totalmente sconosciuto. Era “solo” un bambino, uno fra i tanti, divenuto probabilmente il simbolo più conosciuto della crisi europea dei migranti. Alan Kurdi era il bambino siriano di tre anni con maglietta rossa e pantaloncini blu che nel 2015 fu ritrovato morto, annegato, su una spiaggia. Stava scappando dalla guerra civile nel suo paese e dallo Stato Islamico, con la sua famiglia, su un gommone colmo partito dalla Turchia. Una tragedia disumana, una famiglia distrutta; non solo il piccolo non ce la fece, ma nemmeno il fratello e la madre. E tutto il mondo fu scosso da quella immagine, ma il rammarico a quanto pare svanì velocemente.

Come del ritorno dei talebani in Afghanistan. Grande fervore mediatico alla fine dell’estate scorsa, sembrava ce ne importasse qualcosa, ma chi ne parla più e soprattutto chi si mobilita per aiutare i civili privati di qualsiasi loro diritto? Hanno fatto il giro del web i video di persone disperate in fuga che rincorrevano o si aggrappano agli aerei in decollo dall’aeroporto di Kabul. Prima, nel momento clou della situazione, ed ora?

Dal 2014 ad oggi sono arrivati via mare in Italia circa 750.000 migranti. Bombardati quotidianamente in televisione e sui social da reportage e video con gommoni traboccanti e sbarchi, è apparso che la popolazione immigrata fosse numericamente molta di più.

Numero di immigranti arrivati dal mare in Italia dal 2014 al 2021, Fonte: Statista

Secondo l’UNHCR, dei circa un milione di migranti arrivati in Italia e Grecia nel 2015-2016, il 49% erano siriani, il 21% afghani e l’8% iracheni. La risposta dei governi occidentali? Chi ha costruito muri, chi ha impedito ai profughi l’ingresso nel proprio paese, chi si è rifiutato di finanziare l’operazione italiana di salvataggio Mare Nostrum. Insomma, il sostegno intraeuropeo non è stato così solidale e ha spesso ignorato la gravità della situazione, dipingendo questi migranti e richiedenti asilo come un problema (di spazio, di sicurezza, economico, culturale e sociale). Vulnerabili ed indifesi, hanno il più delle volte trovato le porte chiuse.

Cosa che non si può dire della situazione attuale. L’esodo della popolazione ucraina, implacabile e fortemente necessario, ha visto in una settimana raggiungere 1 milione di profughi. L’UNHCR aggiorna giorno per giorno i dati e si prospetta una fuga di almeno 4 milioni di persone in poche settimane.

Operational Data Portal, situazione di rifugiati in Ucraina, Fonte: UNHCR

Non si sta mettendo in dubbio il fatto che la guerra russa-ucraina in atto sia estremamente dolorosa e rappresenti la più ampia emergenza umanitaria in Europa dalla seconda guerra mondiale. Ma questa situazione risuona un po’ come se ci fossero profughi di serie A e profughi di serie B: chi scappa dall’Ucraina in guerra trova – giustamente – accoglienza, protezione ed assistenza; vengono concessi loro permessi di soggiorno (di un anno, rinnovabile), lavoro e cure sanitarie. Tutti ci siamo mobilitati, anche nel nostro piccolo, con donazioni per gli aiuti umanitari; addirittura abbiamo adibito punti di raccolta per racimolare fondi e beni di prima necessità. Diverso è per i tanti altri, sempre profughi, che si ritrovano un’Europa che sbarra le porte.

In realtà per entrambi si tratta di persone che scappano da una guerra o da aggressioni e violenze disumane. Non deve esistere un’“idoneità” di “tu sì, tu no” se il background è invivibile e condiviso. Entrambi sono alla ricerca di protezione, sostegno ed ospitalità.

I siriani ancora stanno soffrendo. Gli afghani ancora stanno soffrendo. E non solo loro. Il dolore di quelle madri e di quei padri, la sofferenza di quei bambini a cui tutto è negato. Un futuro, l’istruzione, la libertà, la spensieratezza, un sogno. Ma di aiuti concreti ce ne son stati pochi e forse è anche perché la guerra in Siria ha una copertura mediatica relativa e gli interessi di chi conta sono ben altri.

La ricerca della pace e della sicurezza non dovrebbe essere negata a nessuno.

Lucia Valentini

Lucia Valentini è studentessa dell’Università di Bologna, dove frequenta il corso di laurea magistrale in Comunicazione giornalistica, pubblica e d’impresa. Si è laureata in triennale in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì. Tra i due percorsi di studi, per non prendere un anno sabbatico ha conseguito un Master di I° livello in Giornalismo e Comunicazione all’Università telematica Pegaso. Interessata alle questioni geo-sociali e politiche dei PVS e del Medio Oriente, ha partecipato all’International Summer School “Social-Political Conflicts of Modern Society” presso la Saint Petersburg Mining University nell’agosto 2019. Incuriosita dalle religioni e dalle criticità dei paesi in guerra, ha frequentato il corso “Hinduism Through its Scriptures” tenuto dall’HarvardX nell’aprile 2020 e “Terrorism and Counterterrorism” della GeorgetownX a febbraio 2022. Con grande passione per la lingua inglese e qualche conoscenza della lingua russa e hindi. 

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