Guerra in Ucraina: tra attualità e storia


Tv e i social network di tutto il mondo sono colmi di notizie della guerra in corso di svolgimento in Ucraina: un conflitto che, per la prima volta dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, rischia di compromettere anni di sensibilizzazione storica e lotta per la pace.

SITUAZIONE ATTUALE

I combattimenti si sono concentrati principalmente nel sud, in particolare nelle regioni del Cherson e della Zaporizhzhia. Tali territori hanno una determinata importanza strategica, consentendo all’esercito russo di riaprire il canale della Crimea del nord, chiuso dopo l’annessione all’Ucraina nel 2014, per approvvigionare d’acqua l’intera penisola. Ad oggi, una parte risulta essere controllata dalle truppe russe, un’altra dall’esercito ucraino, coinvolgendo anche le città di Nikolaev ed Enerhodar. Quest’ultima detiene la più grande centrale nucleare d’Europa, ed è incerto se essa sia stata conquistata dall’esercito di Mosca.

Il Mar Nero sta per essere bloccato del tutto, in quanto la Turchia è in controllo degli stretti del Dardanelli e del Bosforo, e l’invasione delle navi russe in queste zone è stato considerato come un vero e proprio atto di guerra poiché realizzerebbe una violazione della Convenzione di Montreaux del 1936, che le conferisce la facoltà di bloccare il passaggio agli ulteriori afflussi navali in caso di guerra.

Ad Est i combattimenti si stanno sviluppando su tutta la regione del Donbass, fino ad arrivare a Kharkiv, la seconda città più popolosa d’Ucraina, colpita da una pioggia di missili, oltre ad aver assistito alla distruzione del gasdotto e del palazzo del Governatore.

Il fronte di Kiyv a Nord è il più importante. I mass media hanno parlato di scontri per le strade ma il sindaco Klitshko ha sostenuto come i combattimenti non avvenissero all’interno della capitale, bensì nelle zone limitrofe. Alcune fonti sostengono che la città fosse circondata dalle truppe russe, ma sembrerebbe trattarsi di un malinteso ripreso dallo stesso sindaco, mentre sono stati di fatto abbattuti 5 aerei russi e si presume che i prossimi giorni saranno caratterizzati da un vero e proprio assedio, nonostante l’inizio delle trattative diplomatiche tra delegati russi e ucraini in Bielorussia.

L’Unione Europea si è ritagliata un ruolo da protagonista nell’ambito dell’attuale situazione di conflitto: ha ordinato la chiusura dello spazio aereo alla Russia, l’emissione di sanzioni e la consegna di armi all’Ucraina, mantenendo uno stretto rapporto con il Presidente Zelensky.

Dal punto di vista energetico l’Italia ha un particolare interesse in questa guerra: essa trae le proprie fonti di sostentamento dalla Russia, a partire dal gas per poi arrivare fino all’importazione di energia elettrica.

SANZIONI ALLA RUSSIA

Secondo l’opinione pubblica le sanzioni costituiscono uno strumento per fermare i bombardamenti e i carri armati che, in queste ore, stanno attaccando le principali città ucraine.

In realtà, la situazione è più complessa.

Le sanzioni destrutturano il Governo di Mosca, facendo vacillare le posizioni degli oligarchi russi e, dunque, agiscono come strumento di pressione politica, non militare. Esse si possono dividere in due categorie: quelle che vanno a colpire le banche, relative alla decisione di UE, USA, Regno Unito e Canada di bloccare l’accesso di alcune istituzioni finanziarie russe al sistema di pagamento denominato SWIFT, impedendo loro di operare sul circuito di pagamenti internazionale; quelle che vanno a colpire i diretti interessati, cioè Putin, il ministro degli esteri Sergei Lavrov e il ministro della difesa Sergei Shoigu, oltre ad altre numerose figure vicine al leader del Cremlino, i cui conti bancari esteri sono stati bloccati in USA, Regno Unito e UE.

Tra le conseguenze, il Rublo russo ha subito un crollo in Borsa, considerato tra i minimi storici. Le principali Nazioni mondiali hanno innescato un circolo vizioso che ha portato all’aumento di prezzo di alcuni prodotti specifici, tra cui il gas, e il petrolio, di cui lo Stato di Mosca è il terzo esportatore a livello planetario.

Per la prima volta dal 2014 è stato sfondato il tetto dei 100 dollari al barile.

Ulteriori conseguenze hanno inciso sul prezzo della pasta, della benzina e della bolletta della luce. Le sanzioni sono state un’arma a doppio taglio che è andata a riflettersi, in primis, sulle persone comuni.

UNA DECISIONE STORICA

Si tratta della decisione, da parte dell’UE, di fornire armi e aiuti all’esercito ucraino per 500 milioni di euro, costituendo un evento molto importante, in quanto in ambito giuridico i principali trattati europei impedirebbero di usare le risorse comunitarie per finanziare operazioni di supporto militare. Tali fonti di sostentamento, invece, sono state ricavate dallo European Peace Facility, un fondo NATO per finanziare operazioni belliche e di pace tra le nazioni comunitarie e quelle alleate come l’Ucraina, la quale ha accelerato il processo di adesione all’Unione Europea.

Tale decisione, tuttavia, non spetta alla Commissione europea ma agli stati membri, e il presidente del Consiglio Europeo Michel ha evidenziato una certa eterogeneità circa la possibilità dell’UE di avere un nuovo stato membro.

QUESTIONE MIGRATORIA

Secondo stime delle Nazioni Unite, sono circa 600 mila persone i rifugiati che avrebbero richiesto asilo nei paesi limitrofi di Polonia, Romania e Slovacchia. Anche qui Bruxelles si sta adoperando per costruire un sistema di ricezione dei rifugiati che semplifichi l’ingresso e la permanenza nell’Unione. Tale operazione è dovuta al fatto che la procedura standard, non avendo l’Ucraina lo status di membro, preverrebbe che tali individui vengano considerati come extracomunitari, e possano risiedere nei territori dell’Unione per soli 90 giorni.

Il Commissario Europeo per gli affari interni Ylva Johansonn ha annunciato la proposta di garantire un asilo temporaneo di 3 anni per tutti i cittadini ucraini, sottolineando come la maggior parte dei membri siano completamente d’accordo con tale soluzione, nonostante essa debba ancora essere votata.

Dal punto di vista cronostorico, la Crimea è una penisola che da sempre è stata oggetto di conflitti di potere dovuti alla sua posizione strategica. Chiunque la controlli è in grado controllare l’intero Mar Nero, fino allo stretto dei Dardanelli. La popolazione è costituita per il 68% da russofoni, il 15% da ucraini e il resto da appartenenti all’etnia tatara, nomadi di origine turca. Nel 1922 essa venne incorporata all’Unione Sovietica, rimanendovi fino al Dicembre del 1991, dopo che nel 1953 fu accorpata alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina su decreto di Chruscev. Le ragioni erano prettamente economico-politiche: gestire in maniera coesa Ucraina e Crimea e assicurarsi i voti per la sua carica di segretario del Partito Socialista. Dal 1991, il Cremlino, nonostante la desovietizzazione, cercò comunque di sostenere i sentimenti dei separatisti filorussi nella penisola, grazie anche alle forze di intelligence del FSB e il GRU, e con l’espandersi dell’UE e della coalizione NATO, la Russia cominciò a vedere l’Ucraina come stato-cuscinetto da tenere sotto controllo, allo scopo di evitare di vedersi le forze occidentali ad un passo dal confine sovietico.

È proprio questo uno dei motivi che ritengo possano essere considerati cardini per la situazione attuale. Putin temeva che gli USA, sotto il velo della NATO, si stabilizzassero in Ucraina e Georgia, utilizzandole come postazioni per i loro scopi militari, e non si può fare a meno di questo particolare, in quanto se la Russia avesse agito altrettanto, magari situando le proprie basi belliche a Cuba o Messico, dubito che gli americani avrebbero reagito in maniera pacifica.

Nel 1999 il Kosovo rappresentò per la NATO il punto di arrivo più a est dalla Seconda Guerra Mondiale. In quel caso, Putin fece partire dei paracadutisti russi da Sarajevo, arrivando a Pristina e rimanendo per mesi dinnanzi al contingente americano. La NATO era uscita dai propri confini, aveva attuato un’operazione prettamente offensiva e aveva bombardato Belgrado, senza il consenso del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Nel 2011, nel momento in cui Francia, Regno Unito e USA decisero di bombardare la Libia, chiedendo una risoluzione all’ONU non per portare alla caduta del regime di Gheddafi, bensì per la protezione della popolazione, il capo del Cremlino decise di condurre operazioni di intervento in Siria, in Libia e in altri paesi interessati da conflitti bellici, ponendosi sempre in posizione speculare rispetto all’azione dell’Alleanza Nord Atlantica.

Nel giugno 1993 la Duma adottò una risoluzione che dichiarava Sebastopoli come terra russa e, successivamente, Sergei Karaganov, consigliere di Putin, presentò una proposta di distruzione dell’Ucraina, poi rigettata. La situazione rimasta invariata, cambiò di colpo nel 2013, quando il governo ucraino del presidente Janukovyc decise di non sottoscrivere gli accordi di adesione all’UE, per accettare un prestito di 15 miliardi di dollari offerti da Putin per relegare a sé l’economia ucraina, necessaria per la stabilità russa nel continente. Inoltre, un campanello d’allarme fu rappresentato dai plurimi casi di russofobia, che cominciavano a diffondersi proprio in concomitanza con le rivolte in Crimea, denominate Euromaidan, viste dall’UE come espressione della volontà degli ucraini di volersi distaccare dall’influenza di Mosca. Tali tensioni si spostarono poi nel Donbass, territorio che comprendeva le regioni russofone, ormai indipendenti, di Lugansk e Donetsk.

In seguito al conflitto in Crimea nel 2014, la Russia avrebbe denunciato l’utilizzo da parte dell’Ucraina di forze paramilitari afferenti all’estrema destra nazionalista, come il battaglione Azov, per contenere le forze separatiste e filorusse. Il vuoto di potere generato dalla fuga di Janukovyc e gli scontri tra forze governative e filorusse davanti al Parlamento di Seferopoli, in Crimea, offrì l’occasione ideale per l’annessione, avvenuta tramite individui mascherati chiamati ‘’omini verdi’’ che occuparono gli edifici governativi della penisola, tra cui quello del Consiglio di Stato, e tutto ciò che avesse a che fare con la diffusione di notizie ostili. Al personale ucraino fu diramato l’ordine di non mostrare resistenza e, al termine dell’operazione, i russi concessero a Sebastopoli il titolo di città federale al pari di Mosca e San Pietroburgo.

Il Cremlino scelse poi di procedere con un referendum per l’annessione dei nuovi territori, giustificandola con lo scopo di porre fine alle discriminazioni delle minoranze russofone in Crimea, e il risultato fu schiacciante: il 97% dei votanti era a favore dell’unificazione della Crimea, la quale dichiarò successivamente la propria indipendenza dall’Ucraina il 17 Marzo 2014 e siglando il trattato di annessione con la Russia.
L’Ucraina si vide così privata di un importate polo economico, soprattutto sul piano dell’uso del gas, e furono opposte critiche dalla comunità internazionale nei confronti della legittimità del referendum per due ordini di motivi: sono state omesse due alternative, come rimanere parte dell’Ucraina con la costituzione vigente o procedere all’indipendenza della Crimea sia dalla Russia che dal territorio ucraino; il referendum avrebbe violato la costituzione ucraina, tale da non permettere il libero esercizio del diritto di voto dei cittadini della penisola, supportata dalla propaganda russa finalizzata ad additare il governo ucraino come ‘’fascista’’ e ‘’colpevole di genocidio’’. Di contro, la Russia accusò l’Europa e l’Occidente di finanziare proprio tali gruppi estremisti: una dialettica che si è riprodotta anche nella situazione attuale.

La maggioranza russofona di Crimea, dal canto suo, accolse con favore il ricongiungimento con Mosca, dettato soprattutto dall’insoddisfazione verso il Governo ucraino e il malaffare derivante dall’incompetenza e dalla corruzione dilagante delle autorità ucraine. Da tempo essi non volevano vedersi costretti ad utilizzare un’altra lingua e aderire ad un processo di ‘’ucrainizzazione’’.

Sulla scena politica interna, la scommessa di Putin sulla Crimea venne accolta con grande favore sul piano elettorale, ma nel biennio del 2014-15, in concomitanza con l’applicazione delle sanzioni internazionali, la penisola avrebbe perso i 2/3 delle entrate di bilancio provenienti dall’Ucraina, portando alla caduta dei prezzi del petrolio e ostacolando l’assegnazione di grandi progetti da parte di società occidentali, scoraggiandole dall’operare nella penisola. Con le contro-sanzioni applicate dalla Russia, l’Europa ha perso ingenti quote di mercato sul piano delle esportazioni agroalimentari. Tali strumenti, tuttavia, hanno rafforzato gli altri mercati operanti sul piano internazionale, come la Turchia e la Cina.

Tutti questi elementi, se uniti insieme, tendono sostanzialmente a formare un quadro unitario su cui è doveroso riflettere. La storia passata e recente hanno evidenziato che un ex funzionario del KGB russo come Putin non sia particolarmente inesperto sul piano dell’elaborazione di strategie belliche atte a rafforzare il proprio dominio, sia territoriale che politico. Gli esempi della Crimea e dell’attuale invasione dell’Ucraina tendono a risaltare come il capo del Cremlino sia letteralmente un ‘’pazzo’’, che alla minima provocazione risponde immediatamente con le maniere forti.

Tuttavia, il quadro di base rivela come già da tempo i confini russi si videro più volte minacciati dalla volontà della Nato, in particolare dalle forze militari americane, di annettere l’Ucraina all’alleanza. Il territorio ucraino rappresenta un interesse strategico fondamentale per la Russia, e l’allargamento della NATO ha costituito la radice del problema. Ciò non significa giustificare l’aggressione messa in atto da Putin nei confronti del popolo ucraino, che risente in primis delle conseguenze di queste lotte di potere e domini strategici, in barba alle più importanti norme del diritto internazionale.

L’ illustre politologo americano Mearsheimer osservò come il capo del Cremlino sia ‘’un uomo del 19esimo secolo, che vede il mondo in termini di equilibrio del potere, che è disposto a perdere in termini economici quando si tratta di avere come posta in palio interessi strategici fondamentali, mentre l’espansione a est della NATO è stata condotta da uomini e donne del 21esimo secolo, che credono che la politica dell’equilibrio di potere sia morta.’’

L’annessione dell’Ucraina e della Georgia all’alleanza avrebbe portato al contenimento attivo della Russia, permettendo agli USA di sostenerli economicamente, installare basi militari sul loro territorio e inviare loro armamenti, dimenticando che questi due paesi costituissero dei ‘’cuscinetti’’ territoriali strategici per Mosca. Una mossa ‘’provocatoria’’.

La situazione sembra ricordare la questione relativa al dispiegamento di missili balistici sovietici a Cuba nel 1962, considerato uno dei momenti più critici della Guerra Fredda.

Il disastroso ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan potrebbe aver dato alla Russia l’impressione di uno Stato in confusione, distratto verso il quadrante indo-pacifico.

La guerra in Ucraina evidenzia un quadro ben più complesso, richiedendo una conoscenza di eventi che non può limitarsi alle ultime news dal fronte. Si basa su conflitti e mosse militari che devono ricercarsi a partire dalla Seconda Guerra Mondiale. Putin non è di certo il primo tra i pacifisti, ma che cosa avrebbero effettivamente fatto gli Stati Uniti e l’Unione Europea per evitare questa guerra? La consegna di armamenti all’Ucraina non fa altro che rappresentare ‘’la goccia che ha fatto traboccare il vaso’’, e il rischio di una guerra nucleare non è assolutamente da sottovalutare.

Le vere vittime di questi ruoli di potere sono le persone comuni, che sarebbero colpevoli di aver confidato in governi che sembrano non conoscere minimamente il concetto di ‘’Stato di diritto’’.

Come disse Plauto, ‘’Homo homini lupus’’.

Simone Cartarasa

Simone Cartarasa è studente dell'Università ''Alma Mater Studiorum'' di Bologna, dove frequenta Giurisprudenza. Nasce a Caltanissetta l'11 Giugno 1999, ha vissuto sino all'età di 8 anni a Nuoro, dove coltiva la sua passione per il calcio, per poi fare ritorno alla sua città natale con la sua famiglia. Si forma presso il Liceo Scientifico ''A. Volta'' e, successivamente, si trasferisce a Bologna per gli studi giuridici. Nel 2017 viene selezionato tra i candidati per una visita formativa al Parlamento Europeo di Bruxelles guidata dall'On. Ignazio Corrao, membro della Commissione per lo Sviluppo e dell'Agricoltura. Nel 2019 viene altresì selezionato per partecipare all'udienza pubblica della Corte Costituzionale del 23 Ottobre relativa al Caso Cappato. 

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