Desmond Tutu e la truth and reconciliation commission

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Il 26 Dicembre del 2021 è morto a Città del Capo Desmond Tutu, arcivescovo della Chiesa Anglicana dell’Africa meridionale e attivista sudafricano, il quale fu una delle figure più importanti insieme a Nelson Mandela nella lotta contro l’Apartheid negli anni ’80, posizione che gli consentì di vincere il premio Nobel per la pace nel 1984 per il coraggio e l’eroismo mostrato dai neri sudafricani con metodi non violenti.

Tra le espressioni più celebri troviamo quella di ‘’Rainbow Nation’’, termine con il quale l’arcivescovo

intendeva descrivere il Sudafrica, facendo riferimento all’ideale di una convivenza pacifica e armoniosa fra le diverse etnie del Paese e mostrando un particolare interesse verso la difesa dei diritti umani, utilizzando la sua elevata posizione sociale per agire a favore degli oppressi e dei più poveri.

La filosofia di azione di Tutu, infatti, si è sempre ispirata al concetto africano di ubuntu, che indica la visione di una società senza divisioni e nella quale è necessario prendere coscienza non solo dei propri diritti, ma anche di quei doveri verso il prossimo che consentono di realizzare il senso profondo dell’umanità attraverso la benevolenza.

Nel 1976 fu consacrato vescovo di Lesotho e nel 1978 fu scelto come Segretario sudafricano delle Chiese, conferendo linfa alla protesta delle comunità nere, profondamente discriminate dalle minoranze bianche, soprattutto nell’esercizio dei diritti civili. Tutu continuò a sostenere presso la comunità internazionale che non ci sarebbe mai stata pace in Sudafrica se non si fossero operate sul Governo pressioni diplomatiche e, soprattutto, economiche.

Successivamente, dopo essere diventato vescovo di Johannesburg nel 1985 primate anglicano in Sudafrica nel 1986, Tutu ha continuato a svolgere un importante ruolo al fianco di Nelson Mandela, e nel 1994 guidò la Truth and Reconciliation Commission (TRC), cioè la “Commissione per la verità e la riconciliazione”, un tribunale straordinario istituito dopo la fine del regime dell’apartheid.

Lo scopo era quello di raccogliere la testimonianza delle vittime e dei perpetratori dei crimini commessi da entrambe le parti, sia neri che bianchi, durante il regime, richiedere e concedere il perdono per azioni svolte durante l’apartheid, per superarla non solo per legge ma per riconciliare realmente vittime e carnefici, oppressori ed oppressi. Il tribunale ebbe un vasto eco nazionale e internazionale, e molte udienze furono trasmesse in tv.

La Commissione svolse un ruolo importante nella transizione del Sudafrica dal segregazionismo a una nuova organizzazione con pari diritti per bianchi e neri. I suoi risultati e i suoi metodi sono stati oggetto di critiche, ma l’opinione predominante è che il tribunale abbia raggiunto i propri scopi, interrogando più di

30.000 testimoni, tra cui molti responsabili di crimini politici e razziali commessi tra il 1960 e il 1994.

Il concetto di ‘’conciliazione’’ era in linea con la posizione non violenta di Mandela, il quale sosteneva che il perdono dovesse essere la principale risposta dei neri a ciò che avevano subito durante l’apartheid. Molti afrikaner (nome dei cittadini appartenenti alla popolazione dell’Africa meridionale) furono giudicati colpevoli, ma rei confessi, ricevettero l’amnistia.

Uno studio condotto nel 1998, tuttavia, intervistando diverse centinaia di vittime dell’apartheid, rilevò che la maggior parte degli interessati non riteneva che la Commissione avesse raggiunto lo scopo di riconciliare neri e bianchi. In particolare, molti criticarono il numero troppo elevato di amnistie, giudicando che la punizione dei colpevoli fosse un prerequisito necessario per una vera riconciliazione. A queste accuse di troppa indulgenza si aggiunge il fatto che la maggior parte dei responsabili degli abusi conservarono le posizioni di potere che ricoprivano durante il regime di apartheid, ai vertici della polizia e della pubblica amministrazione.

Ciò nonostante, oggi la Commissione rappresenta la più celebre applicazione del concetto di giustizia riparativa nell’ambito della violazione dei diritti umani. Mandela scelse, infatti, di sanare le ferite del

Sudafrica attraverso la costruzione di un dialogo tra vittime e carnefici, in antitesi al paradigma della “giustizia dei vincitori” o della Corte penale internazionale, spesso orientata alla sola punizione dei colpevoli.

Tutu è riuscito nell’intento di rovesciare la logica vessatoria del ‘’tribunale dei vincitori’’ per propendere

verso una logica remunerativa basata sul perdono e la riconciliazione.

Simone Cartarasa

Simone Cartarasa è studente dell'Università ''Alma Mater Studiorum'' di Bologna, dove frequenta Giurisprudenza. Nasce a Caltanissetta l'11 Giugno 1999, ha vissuto sino all'età di 8 anni a Nuoro, dove coltiva la sua passione per il calcio, per poi fare ritorno alla sua città natale con la sua famiglia. Si forma presso il Liceo Scientifico ''A. Volta'' e, successivamente, si trasferisce a Bologna per gli studi giuridici. Nel 2017 viene selezionato tra i candidati per una visita formativa al Parlamento Europeo di Bruxelles guidata dall'On. Ignazio Corrao, membro della Commissione per lo Sviluppo e dell'Agricoltura. Nel 2019 viene altresì selezionato per partecipare all'udienza pubblica della Corte Costituzionale del 23 Ottobre relativa al Caso Cappato. 

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