La questione meridionale nel 2022

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Una delle problematiche che, seppur implicite, continuano a caratterizzare il panorama socio-economico della nostra penisola è la questione meridionale.

Si tratta di un concetto che fu utilizzato per la prima volta dal deputato radicale lombardo Antonio Billia nel 1873 per evidenziare il grande divario che, a partire dal 1861, si è instaurato tra le regioni dell’Italia meridionale rispetto alle altre regioni del Paese, in particolare quelle settentrionali.

Tale questione fu confermata da molti degli scritti di Antonio Gramsci, sottolineando come l’incontro tra le due parti della penisola ebbe l’effetto di portare all’immigrazione di ogni denaro liquido dal Mezzogiorno nel Settentrione per trovare utili maggiori e più immediati nell’industria, e l’unità d’Italia non fece altro che amplificare tale divario, ricevendo il benestare dei ricchi ‘’agrari meridionali’’, passati da strenui difensori dei Borboni a sostenitori del nuovo Regno governato dai Savoia.

A distanza di 100 anni da tali scritti, è necessario analizzare l’attuale questione meridionale non più nell’ottica delle lotte contadine come ai tempi di Gramsci, frutto di un’economica ancora basata sulla

produzione prettamente agricola, ma alla luce dello sviluppo ineguale del capitalismo nel nostro Paese.

La pandemia da Covid-19, inoltre, non ha reso tutti più poveri ma ha colpito principalmente le fasce sociali più basse e fragili, già in crisi nei decenni precedenti, ampliando i divari interni al mercato del lavoro, con riferimento alle perdite di occupazione tra i giovani e le donne del Mezzogiorno.

Nell’ambito dell’occupazione giovanile, in particolare, la media europea si aggira intorno al 60%, in Itala arriva al 41% e nel Sud è ferma al 29,5%, mentre nel Centro-Nord si attesta al 49%. Ciò significa che, nel Mezzogiorno, poco meno un giovane under 35 su tre riesce a trovare lavoro. Le alternative sono

rappresentate dalla possibilità di emigrare all’estero oppure diventa necessario accettare di lavorare in nero o con una paga ridotta nella propria terra.

Per le donne, a causa della crisi economica generata dalla pandemia, la possibilità di trovare lavoro è scarsa o nulla (solo una donna su tre risulta essere occupata), rimanendo relegate al lavoro casalingo o alla cura dei bambini. Secondo il rapporto SVIMEZ del 2021, i posti autorizzati per asili nido sono il 13,5% nel Mezzogiorno, contro il 32% nel resto del Paese. Inoltre, secondo Gerardo Santoli, presidente di Confimprenditori e membro dell’Osservatorio Nazionale PNRR (Piano Nazionale Ripresa e Resilienza), il

Ministero dell’Istruzione avrebbe commesso un errore matematico nella distribuzione regionale delle risorse per gli interventi di edilizia scolastica previsti dai bandi PNRR sugli asili nido, basando l’assegnazione dei fondi sulla proiezione ISTAT di abitanti per regione nel 2035, presupponendo uno spopolamento del Sud con migrazione delle famiglie meridionali nel Nord Italia e senza tener conto degli effetti di eventuali interventi correttivi. Ciò significa che, secondo il Governo italiano, in virtù del probabile spopolamento futuro, circa 50 mila bambini meridionali potranno avere diritto ad accedere agli asili nido di Lombardia e Veneto, costruiti però con i soldi destinati al Sud Italia, quasi rigettando l’idea di portare lo sviluppo dove manca, favorire l’occupazione femminile e il benessere delle famiglie dove scarseggia.

Nel 2020 i dati Istat hanno previsto un calo dell’8,9% del Pil italiano che, anche se abbiano colpito maggiormente il Nord Italia, coerentemente con l’insorgenza precoce della pandemia in tale area geografica, andrà maggiormente ad incidere sulle famiglie meridionali. In esse, secondo Bankitala, ‘’è anche più alta la quota di nuclei il cui principale percettore di reddito da lavoro è occupato in posizioni temporanee e in settori più esposti agli effetti della pandemia’’.

A tali conseguenze economiche post-pandemiche si aggiungono i fattori negativi preesistenti, quali l’impiego di risorse pubbliche per l’erogazione di sussidi, per la realizzazione di opere inutili (e mai terminate), oltre che il finanziamento di spese improduttive.

In conclusione, la questione meridionale ha caratterizzato la nostra penisola sin dall’unità d’Italia e, probabilmente, è destinata a rimanere un problema perenne che difficilmente verrà risolto, sia per i continui squilibri socio-economici tra Nord e Sud, sia per l’adozione di politiche focalizzate più sul perseguimento dell’interesse partitico che sulla reale volontà di fornire una soluzione adeguata.

Tuttavia, è possibile ridurre questo divario, ponendo grande attenzione a quei fenomeni

d’imprenditorialità diffusa in settori innovativi o export-oriented, sciolti da fenomeni di corruttela politica e clientelare o subordinazione alla spesa pubblica, e a politiche volte a favorire lo sviluppo di un’economia circolare e sostenibile, incentivando i trasporti tra Nord e Sud e investendo in istruzione e sanità pubblica. Un nuovo modello di sviluppo, forse, può rappresentare la base per il cambiamento sociale e politico del Mezzogiorno, senza distaccarsi dall’unitarietà dell’agire politico.

Simone Cartarasa

Simone Cartarasa è studente dell'Università ''Alma Mater Studiorum'' di Bologna, dove frequenta Giurisprudenza. Nasce a Caltanissetta l'11 Giugno 1999, ha vissuto sino all'età di 8 anni a Nuoro, dove coltiva la sua passione per il calcio, per poi fare ritorno alla sua città natale con la sua famiglia. Si forma presso il Liceo Scientifico ''A. Volta'' e, successivamente, si trasferisce a Bologna per gli studi giuridici. Nel 2017 viene selezionato tra i candidati per una visita formativa al Parlamento Europeo di Bruxelles guidata dall'On. Ignazio Corrao, membro della Commissione per lo Sviluppo e dell'Agricoltura. Nel 2019 viene altresì selezionato per partecipare all'udienza pubblica della Corte Costituzionale del 23 Ottobre relativa al Caso Cappato. 

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