Dilemma: libertà d’espressione e fake news



Il 30% delle notizie su cancro e tumori che si leggono sui social network è falsa, questo secondo quanto riportato dall’indagine pubblicata sul Journal of the National Cancer Institute.
Ed è infatti proprio sui social che le fake news trovano terreno fertilissimo, riuscendo a proliferare alimentate dalle dita di gente comune. Il processo è istantaneo e potenzialmente alla portata di tutti: leggo, mi indigno, voglio dire la mia, voglio far sentire la mia voce sopra quella degli altri.
 
La complicata situazione sanitaria che stiamo affrontando non ha fatto che ingarbugliare ulteriormente la situazione, per via della circolazione di notizie di ogni tipo circa la situazione pandemica.
È evidente che le così dette ‘bufale’ non siano certo nate oggi, o grazie ai social media, ma è un dato di fatto che questi ultimi gli abbiano concesso una sorta di canale privilegiato, in connessione ad un potere straordinario consegnato ai propri utenti, troppe volte sottovalutato. La pandemia ha offerto allo stesso tempo un ampio campo di dibattito e confronto, che però sa essere assai sdrucciolevole e privo di certezze.
Un’altra peculiare caratteristica di queste piattaforme, che tante volte sembrano quasi agitarsi come degli organismi viventi nutriti dai vari users, è quella dell’imprevedibilità. A volte un contenuto di scarse dimensioni (talvolta filmati di pochi secondi), condiviso con leggerezza, ma nel momento più adatto a renderlo virale, genera una reazione a catena con effetti devastanti. Mentre contenuti di spessore che sono stati studiati a dovere possono rimanere relegati nel dimenticatoio.
 
Tutti questi fenomeni, nella complicata situazione pandemica, sono esplosi e si sono manifestati elevati all’ennesima potenza. Il Covid-19 che ha violentemente turbato le nostre esistenze è diventato la star indiscussa di quasi ogni dibattito, social e non. Ma se nelle televisioni, sui giornali (canali ormai sempre meno utilizzati dai giovani), l’informazione giunge a chi la recepisce attraverso una serie di filtri e spesso per bocca di esperti, sui social non sempre è così, anzi è molto più probabile il contrario. Ed è così che pur parlando del medesimo virus scopriamo che questo ha, nell’opinione pubblica, molteplici origini, caratteristiche, e per alcuni addirittura degli scopi ben precisi.
 
E che dire quando a mettere in moto questo meccanismo è proprio un esponente della comunità scientifica, il virologo francese e premio Nobel per la medicina 2008, Luc Montagnier, il quale invece di porsi come fonte di notizie sicure e scientificamente fondate, proprio in virtù della sua posizione, ha preferito invece uscire allo scoperto con dichiarazioni avventate, che non hanno fatto altro che fagocitare ulteriormente quella frangia di popolazione che fin dall’inizio ha voluto vedere nella pandemia che ci sta attanagliando ormai da quasi due anni una sorta di complotto mondiale perfettamente ordito. Il virologo ha infatti dichiarato in un’intervista, ribadendolo a più riprese in seguito, la sua convinzione che il covid sia stato creato in laboratorio, forse manipolando parzialmente il virus dell’HIV nel tentativo di trovarvi un vaccino, alimentando così teorie del complotto su un’origine artificiale del virus.
Ora il problema diventa ancora più grave, dal momento in cui a esporre queste teorie è un personaggio di tale rilievo, portando così moltissime persone ad affermare: “beh se l’ha detto un premio Nobel allora deve essere vero”, tanto più che le ricerche che lo condussero a vincere l’agognato premio riguardavano proprio l’HIV, virus che egli riuscì ad isolare con successo.
Fortunatamente la teoria di Montagnier è stata rapidamente smontata da moltissimi scienziati, i quali hanno dimostrato come il coronavirus in realtà si sia sviluppato in natura, ma ciò comunque non è bastato a porre un freno alla miriade di teorie complottistiche e ai fiumi di parole che sono seguite online alle affermazioni dello scienziato francese.
 
Un altro caso esemplare è quello che ha coinvolto i tanto temuti vaccini AstraZeneca, in grado di scatenare una psicosi di massa nei cittadini, sempre più restii alla vaccinazione. E questo perché le notizie questa volta, pur non essendo del tutto false, sono comunque poste in maniera errata. Si è preferito porre l’accento su quei rari e sporadici casi di trombosi (in Italia poco più di una trentina su circa 4 milioni di dosi somministrate) verificatisi nei soggetti vaccinati, piuttosto che su quanto fosse appunto esigua la percentuale di questi avvenimenti sulla totalità degli individui che hanno accettato di sottoporsi al vaccino AstraZeneca, creando l’idea nella cultura collettiva che questo sia effettivamente un probabile effetto collaterale del vaccino. Paradossalmente si corrono più rischi per la propria vita mettendosi quotidianamente al volante della propria auto, eppure nessuno salendo sopra la propria vettura per recarsi sul luogo di lavoro si sente di andare incontro ad una tragica fine.
 
Si apre poi il dilemma morale sul come intervenire per combattere la rapida diffusione di informazioni non verificate, inventate di sana pianta, parzialmente vere o semplicemente mal poste: come effettuare una simile operazione senza recar danno a quel mostro sacro troppe volte scomodato come arma ultima per difendere le proprie panzane, che porta il nome di libera espressione?
Tentando di rispondere alla domanda si può pensare a varie opzioni: sicuramente si potrebbe prima di tutto mettere in opera una sensibilizzazione massiccia di chi utilizza il social, che venga magari promossa dal social stesso, abituare l’utente a vedersi non semplicemente come singolo individuo isolato, ma più come un anello di una sconfinata catena, le cui azioni potrebbero avere ripercussioni anche rapide, dando vita al così detto butterfly effect.
 
Vi sono poi importanti iniziative concrete, come per esempio quella promossa da AssoHealth, un’associazione nata di recente che vede numerose agenzie, internazionali e italiane, coalizzatesi con il comune scopo di promuovere un’informazione sicura in ambito sanitario e combattere le pestilenziali ‘fake news’, un virus tanto reale e concreto quanto il Covid-19.
Facendo leva su capisaldi quali chiarezza, basi scientifiche, competenza e responsabilità, questa associazione si propone di portare una grossa luce di speranza in una guerra disperata contro quello che è ormai a tutti gli effetti un duplice virus.
Capisaldi che comunque tutti quanti dovremmo ambire a fare nostri, soprattutto prima di lanciarci con la spada sguainata in battaglie certamente troppo più grandi di noi.

Fulvio Romiti

Nato a Roma il 2 luglio del 1998. Consegue la maturità classica presso il liceo di Roma Pilo Albertelli, attualmente è studente di Lettere Classiche (laurea triennale) presso la Sapienza Università di Roma, dopo aver frequentato per un anno un altro corso di laurea in Lingue, letterature, culture e traduzione straniere. Ha sostenuto dei corsi di formazione in lingue classiche presso l’I.I.S.C. 

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