L’opportunità del virus

person standing near the stairs

Certo che la pandemia COVID è stata una tragedia. 

Prevedibile e, al tempo stesso, inimmaginabile per le cose cui ci ha costretto. Ma è anche un’occasione, se solo si pone mente a come ci ha trovati.
A gennaio 2020 eravamo profondamente malati. Un buco nero esercitava, già da troppi anni, un’attrazione gravitazionale sui conti pubblici, succhiando via energia a produttori e consumatori, costretti a subire una pressione fiscale e previdenziale demoniaca, e allungando i tempi della crescita economica come un chewingum tirato allo spasimo, fino al pericolo di romperlo e ritrovarselo appiccicoso e sbavaticcio su mani, naso e muso: il debito pubblico. 

Perché una cosa deve essere chiara, specie a quelli che suppongono che spararle grosse aiuti a restare padroni di sé: un debito troppo alto prima sottrae e poi cancella la sovranità. E un’altra deve essere chiarita a quelli che pensano basti pronunciare la formuletta delle necessarie riforme, naturalmente “strutturali”: il nostro debito non si è gonfiato a dismisura perché non si sono fatte le riforme, è successo per potere pagare il prezzo di non farle e non volerle fare, ci siamo indebitati sconsideratamente apposta per evitare di cambiare.

Il debito che avevamo a gennaio del 2020 lo avevamo costruito, pezzo dopo pezzo, spostando risorse da chi produce a chi non lo fa. E siccome sarebbe stato inelegante far osservare che trattasi di mantenuti, alle spalle di chi lavora, quando non, oscena e non rara realtà, di evasori fiscali finanziati dai contribuenti, s’è diffusa la teoria che il benessere e il consumo siano dei diritti. 

I quali diritti si dividono in acquisiti, vale dire rendite oramai date e che non possono essere ritirate, altrimenti ti denuncio e vinco anche la causa, in rivendicati, ovvero indicando chi ha già avuto e chiedendo di avere altrettanto, altrimenti non ti voto e faccio vincere ad altri le elezioni, e da ultimo conquistati, ovvero spese correnti aggiuntive, in cambio di un dolce far niente, quale trionfo di quelli che si fecero vincere la volta scorsa e ora si sostituiscono con nuovi nuovi, che solo rosicando all’opposizione o, peggio mi sento, fuori dal Parlamento e senza emolumento, s’aguzza la fantasia del promettere quel che non si ha, non si sa e non si farà, ma chi se ne importa perché dopo, in qualche modo, si provvederà. 

In ogni caso la colpa è di quelli di prima. Il che è pure vero, perché non c’è colpa più grande di avere coltivato una scolarità tale che, nel breve volgere di qualche stagione, Cetto Laqualunque è passato da essere parodia della demagogia a nostalgia di un qualche residuo legame con la realtà.

Mentre il buco nero gira, cresce e risucchia gli italiani hanno rivolto la loro attenzione a chi consegnava bonus e affermava, bello fresco, che avremmo dovuto fare deficit pluriennale al 2.9%. 

Il perché di quella percentuale va ricercata in una non lettura delle regole del patto di stabilità e nella vulgata, volgare più da turpe che da volgo, secondo cui non si può sforare il 3. Supercretinata galattica ad uso dei naviganti in quelle galassie della superficialità disinformata. Ove mai non fosse stato consentito, questa la ducesca promessa, si sarebbero battuti i pugni. Batterono altro, intanto abbattendo ulteriormente, ove possibile, la credibilità dello stivale. Risucchiati questi, nel frattempo figuratisi d’essere anche riformatori costituzionali, in omaggio al fraintendimento che i nostri guai si risolvano facendo riforme di carta, laddove, all’opposto, come essi stessi fecero, derivano dal pagare il prezzo per volere pervicacemente non cambiare, risucchiati questi avanti gli altri: stamperemo denaro (e chi se lo piglia, il vostro denaro fasullo?); usciamo dall’euro (coerenti, in questo, perché qualche tempo addietro proponevano due monete per l’Italia, non vedendosi come quella del nord potesse essere maneggiata da quelli del sud, e che diamine!); violeremo tutti i parametri. 

Calmi, calmi: sto sconquasso perché lo fate? Oh bella, per ottenere due straordinarie conquiste, da mettere nella teca dei diritti di quelli che si credono dritti: per dare soldi a chi non lavora, ma a patto che continui a non lavorare, e per darli a chi smette di lavorare, ma a patto che non riprenda poi a farlo.

E di chi sarà mai la colpa di tutto, secondo codeste dottrine per orecchianti stonati? Ma dell’Europa, suvvia! Fra i soldi che l’Ue ha messo immediatamente e copiosamente a disposizione dei Paesi più colpiti, e in quel momento il nostro non solo lo era più di tutti, ma guidava alla grande questo poi divenuto più numeroso corteo, c’erano, per l’Italia, anche più di 10 miliardi di fondi che ci erano stati assegnati e che non eravamo riusciti a spendere. La Commissione europea decise subito di rimetterceli a disposizione, benché oramai persi, e senza vincolo di finalità: fateci quel che credete, vediamo se almeno così ci riuscite, a spenderli.

Questa storia dei fondi europei si ripete sempre uguale: vengono ripartiti in piani quinquennali, ovviamente destinati a tutti, ma con maggiore attenzione a chi è più indietro; da noi il ministro o il governo di turno annunciano le cifre, manco fosse loro merito e non tradizionale ripartizione; quindi si comincia lentamente a predisporre progetti, che presto s’inabissano nei pantani burocratici; verso la fine del periodo comincia a suonare l’allarme: oddio perdiamo i contributi europei; a quel punto si scatena una corsa scomposta a reperire tutto quello che possa essere in qualche modo coerente con le finalità di spesa e che sia anche in corso di realizzazione, sicché si spostano in quella direzione i fondi; nel caos si realizzano tante opere utili e belle, ma anche ciofeche inimmaginabili e autentici raggiri; nella memoria collettiva resta la sola cosa che era stata strombazzata, ovvero il pericolo di perderli, sicché molti sono convinti che noi li si perda; invece, rocambolescamente, per lo più li spendiamo, ma in modo tale che una quota sempre troppo alta la buttiamo. Bella roba, vero?

Ma questo lo si racconta solo qualche tempo appresso, quando una qualche procura s’accorge di quello che a controllori e rendicontatori era sfuggito, o s’erano industriati a farselo sfuggire, talora per corruzione e talaltra per carità di patria (minuscolo, in questo caso). A quel punto parte un procedimento penale la cui conclusione si colloca in un indefinito futuro, talché capita che roba sana venga infangata e roba fangosa non venga risanata. Bella roba, vero?

In tutto questo di europeo ci sono solo i fondi, il resto lo mettiamo noi. Roba italoitaliana. Al giro del virus i miliardi persi e riassegnati erano più di 10. Ora, al netto del malaffare, del malanimo e dei malamente, ma come facciamo a ripetere costantemente questa scena? Si dice: la burocrazia. Ma mica ce l’ha portata un marziano, che, per sua fortuna, non chiede permessi di atterraggio e autorizzazioni di decollo. Non solo è roba nostra, creata da noi, ma sarà almeno un secolo che c’industriamo a far commissioni e commissari per la semplificazione amministrativa. Da ben prima della Repubblica e praticamente da subito dopo l’Unità. 

Anche qui, come con il debito, non facciamo i finti scemi e non prendiamoci in giro: la burocrazia raggiunge livelli demoniaci non perché non si sono fatte le riforme, ma per far fronte a un numero impressionante di riforme, scritte e approvate da chi crede che in quello stesso momento il lavoro sia compiuto, sicché possa abbandonarsi alla gloria del riformatore e al riposo del giusto. 

Un po’ come se si ritenesse completato il palazzo una volta che l’architetto ne abbia fatto lo schizzo sul foglio, senza manco perder tempo con i progetti esecutivi (che sarebbero i decreti attuativi, previsti da centinaia di leggi delega e ancora lì ad attendere che taluno s’accorga del significato, probabilmente occulto, del verbo “attuare”). E quando qualcuno domanda all’architetto com’è che alla casa manca una base come anche il tetto, quello risponde: faccio mica il muratore. Il muratore, non discendendo direttamente dai maestri che seguivano le regole per la costruzione del Tempio, ti guarda allocco chiedendosi come mai avrebbe potuto realizzare un palazzo partendo da uno schizzo. 

Sì che, infine, si scopre che la ditta incaricata intendeva pagare il lavoro completo dell’architetto solo una volta ricevuta la concessione edilizia, la quale dipendeva da una modifica di destinazione d’uso del terreno, la cui relativa pratica si sa da dove entrò ma non si sa come finì. E rieccoci qui: perché abbiamo una simile burocrazia?

Perché la vogliamo così. Ci piace. La radice di quello stampo è schiettamente culturale. C’è chi pensa: si stabiliscono delle regole; tutto quello che non è proibito è consentito; ciascuno è tenuto a conoscerle e rispettarle; chi sgarra viene inesorabilmente punito; con severità relativa alla caratura dello sgarro. Troppo facile. 

Noi la si pensa in modo diverso: si deve regolare tutto e non è facile, ma si deve farlo perché tanto vi conosco e so per certo che se non vi dico cosa potete e dovete fare voi vi mettete tutti a imbrogliare e abusare; per tutto quello che non è esplicitamente regolato chiedete all’apposito ufficio e se l’apposito ufficio non è ancora stato creato è segno che si dovrà nominare un commissario, poi ci dimenticheremo di lui, i cui uffici intanto cresceranno, e se ne nominerà un altro, anche perché è cambiato il governo, se va bene i due solidarizzano nel fermare tutto, se va male litigano e si apre un bel conflitto d’attribuzione, vai all’ultima casella, che poi rimanda alla prima; nessuno è in grado di conoscere tutte le norme, anche perché quando avrà finito di leggerle sarà morto e, comunque, nel frattempo, se ne saranno aggiunte altre, ragione per cui è ragionevole supporre che ciascuno faccia come gli pare e, se beccato, dirà che era il solo modo per riparare il buco nel tetto, il che, forse, è anche vero, se non fosse che, con l’occasione del ponteggio, ha edificato due altri piani; a quel punto chi sgarra deve essere compreso, ma lui deve anche comprendere che ne ha approfittato, il che vuol dire che è giunto il momento del condono e pace se per sanare l’illecito si perde infinitamente meno tempo e si pagano meno soldi di provare a farlo lecitamente; in quanto alla punizione è per tutti indistintamente sproporzionata, nel senso che ti processano a vita, condizione nella quale te ne fai una ragione solo nel caso tu sia colpevole.

Il debito lo abbiamo fatto crescere per evitare di dovere cambiare andazzo e mentalità. La burocrazia idem. Tanto è vero che anche dove il cambiamento era imposto dalla tecnologia, con la digitalizzazione ci si è industriati a usarla per non cambiare. Anziché sfruttarla affinché l’anagrafe e il catasto potessero parlarsi, evitando che ancora si debba dimostrare ad altri chi è nato e chi è morto, anziché far comunicare i tanti centri di spesa che, ad esempio, pagano assistenza ai cittadini, in modo che non se ne creino che di mestiere fanno gli assistiti, incassando da diversi come se quelli fossero i soli pochi soldi con cui campare, anziché centralizzare i dati sanitari e renderli immediatamente disponibili ovunque tu vada sotto a un treno, anziché avere un fisco che ancora cerca gli evasori fiscali come cercasse un bosone con il cannocchiale, interagire con il pubblico registro automobilisti e non scoprire ogni tanto, per caso, nullatenenti con cento macchine, che poi non ne hanno neanche una e fanno da prestanome a delinquenti, la digitalizzazione avrebbe offerto la possibilità di agguantare risultati accettabili e stabili, senza varare ogni sei mesi una epocale riforma che non supera l’epoca in cui fu votata. 

E invece che si è fatto? Si è usata la tecnologia per costruire grandi muraglie digitali attorno alle scrivanie, si è usato il computer per fare la medesima cosa che si faceva con i papiri. Risultato: ostacoli digitalizzati, compartimenti stagni digitalizzati, privacy quale alibi del non osare toccare le mie competenze che io non interferisco con le tue. Ovvero: tutto più costoso e potentemente meno efficiente.

Ma siamo scemi? Forse, ma prima e più che scemi a noi preme una cosa: che nessuno abbia il potere e nessuno risponda delle proprie responsabilità. In questo il burocrate insorciato e il legislatore moralizzante sono i perfetti alleati: il primo non dovrà mai rispondere di nulla, perché nella procedura ha un ruolo irrilevante, e il secondo potrà dire d’avere evitato di mettere potere nelle mani dei burocrati, così evitando che il loro visto assuma valore commerciale. E sbagliano entrambi, perché poi va a finire che se fai il tuo dovere, ovvero se passi la carta al collega successivo, già esprimi un benestare, oppure ci metti un diniego e lo firmi, il che, in ambo i casi, ti espone al rischio di rivalse giudiziarie, mentre proprio il fatto che non decidere è la cosa più saggia e conveniente ecco che diventa commercialmente rilevante anche fare le cose ovvie e scontate, per il solo averle fatte passare senza lasciarle a marcire. 

Quindi: dove si nega il potere di fare si accresce quello del non fare e dove si combatte la corruzione la si fortifica fin ai livelli più bassi, per loro natura anche più odiosi e affliggenti.

Del resto: trovatemi uno, me ne basta uno, che dica che il codice appalti è fatto bene e funziona. Non lo troverete. In compenso ne troverete a frotte che vi diranno, magari senza mai averlo letto, che va malissimo e va cambiato. 

In effetti fa schifo, ma temo i cambiamenti, perché temo che lo peggiorino. E sapete perché? Perché in un Paese normale il codice appalti serve a dare gli appalti, sicché puoi farlo bene o male, in modo lineare o contorto, ma lì vai a parare, da noi, invece, il codice appalti serve ad evitare la corruzione, il che significa che meglio lo si concepisce a quel fine e meno lavori si fanno. Non perché appaltare e lavorare comporti necessariamente la corruzione, ci mancherebbe, ma perché non appaltando e non lavorando la si debella. Assieme alla ricchezza, naturalmente. 

La corruzione esiste in tutto il mondo. I sistemi dispotici, a scanso d’equivoci, sono i più corrotti. Dove la ragione ha ancora cittadinanza la si persegue penalmente, rendendola sempre più difficile contabilmente e fiscalmente (ad esempio colpendo i fondi neri). Non parti dal principio che il mondo è popolato da corrotti, ma quando pensi di averne trovato uno raccogli le prove, lo porti davanti a un giudice e quello stabilisce la pena, o segnala all’amministrazione d’appartenenza chi lo accusa, per avere molestato un onesto cittadino. Qui si parte dal principio che siamo tutti corrotti, sicché si prova a controllare qualsiasi cosa, così costruendo la pazzotica trappola burocratica, quando pensano di averne trovato uno lo arrestano, salvo poi dimenticarsi di processarlo in tempo utile.

Dovendo ragionare su come ripartire il più in fretta possibile, dopo il fermo imposto dai contagi, il presidente del Consiglio di Stato, la più alta magistratura amministrativa, dopo avere detto (e come ti sbagli?!) che il codice appalti è un disastro, ha formulato una proposta: togliamoci tutto quello che non è esplicitamente richiesto dalla normativa europea. Bello, lineare, efficace. Solo che se ci togli tutto quello che non è richiesto dalla normativa europea ci rimane … la normativa europea. Cos’è, non si può dire in questo modo? Eppure è il più serio, oltre che il più veloce. Fatto è che se non schiodiamo quello cui ci siamo inchiodati con le nostre mani è ben difficile che si riesca a muoversi con decente agilità.

Potremmo continuare a occupare pagine e pagine, passando dalla scuola alla giustizia, dalla sanità al sistema previdenziale, illustrando la galleria degli orrori che si sono collezionati, sempre per non volere cambiare nel mentre si andava proclamando un continuo e inconcludente cambiamento. 

Ma guardiamo avanti: dov’è l’opportunità?

Il virus non cancellerà la globalizzazione, che tanta ricchezza ha creato e tante distanze ha accorciato, mentre i poveri di comprendonio, mai disposti a verificare i pregiudizi con lo studio della realtà, suppongono il contrario. 

Certo: la cambierà. Abbiamo imparato che concentrare i rischi non è saggio. E l’Italia è uno dei protagonisti della globalizzazione, almeno l’Italia che compete e non campa nelle tasche altrui.

Ma c’è un altro aspetto che ben chiarisce perché il virus è un’occasione, da cogliersi con l’uso dei fondi europei legati al piano Next Generation UE. 

Il tanto citato (spesso a sproposito) New Deal statunitense, che si crede sia stata spesa pubblica a gogò e basta, finalizzato ad uscire dalla grande depressione, fu presentato con una politica sintetizzata con RRR: Relief, Recovery, Reform (assistenza, ripresa, riforma). Funzionò, e alla grande, perché ciascuno delle tre R fu onorata. Questa è l’occasione che ci si presenta, si spera capita e sfruttata all’interno, senza bisogno che altri debba ricordarcelo. L’occasione è quella di spendere per cambiare, anziché, come fin qui si è fatto, sperperare per conservare l’inconservabile.

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