Bambini Kamikaze come arma del terrorismo

Ci sono storie che nessuno di noi vorrebbe ascoltare, storie che non appena ci soffermiamo ad immaginare che impatto concreto hanno ci fanno rabbrividire, storie che vanno a negare i principi profondi che guidano il nostro agire quotidiano. Ogni giorno nel mondo avvengono centinaia di violazioni dei diritti umani, una parte di queste sono perpetrate sui bambini, una percentuale di queste riguarda lo sfruttamento dei bambini anche ai fini bellici. Nel 2016 il fenomeno dei bambini soldato non è tramontato: oggi essi sono diventati arma del terrore. 

La denuncia proviene dall’UNICEF che, nel suo recente rapporto “Beyond Chibok”, ha raccolto dati, storie ed informazioni legate al coinvolgimento di minori nei conflitti, in particolare riguardo alla modalità di warfare più recente legata al terrorismo: al mondo, oggi, un attentatore su cinque è un bambino. La situazione è particolarmente drammatica in Africa dove Boko Haram, fazione islamista attiva prevalentemente nell’area della Nigeria, fa utilizzo massivo e sistematico di bambini, utilizzati come kamikaze. Le statistiche parlano chiaro: in un anno, gli attentati suicidi commessi da bambine, ragazzini e adolescenti sono duplicati. L’età media è 8 anni, le bambine vengono utilizzate più dei maschi e i luoghi più colpiti sono i mercati, frequentatissimi e spazi pubblici per eccellenza della gente comune.

Appare chiaro che si tratta di palesi violazioni dei diritti dei bambini che, in quanto soggetti vulnerabili, dovrebbero essere tutelati con particolare cautela e cura. Invece verso di loro – come verso i ceti sociali più vulnerabili – vengono utilizzate tecniche di manipolazione della mente umana che possono condurre a compiere gli atti più degradanti e drammatici. E’ incredibile come sia difficile comprendere che la violenza sia generata da altra violenza e che per bloccare o ridurre questo ciclo drammatico che si protrae dall’origine dell’uomo sia necessario investire sull’educazione, la formazione professionale e ad impedire che i soggetti più deboli possano essere vittime di sistemi di potere o semplicemente della prevaricazione dei singoli.

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Ci sono scienziati e psicologi che, sin dagli anni Sessanta, hanno studiato il fenomeno partendo dalla necessità, storica e morale, di comprendere ciò che è successo in Europa durante l’Olocausto per arrivare poi a chiarificare schemi ricorrenti di azione / reazione della mente umana. Stanley Milgram, per esempio, ha avviato l’esperimento di psicologia sociale, che ha poi preso il suo nome, nel 1961 alcune settimane dopo l’inizio del processo al criminale di guerra nazista Adolf Eichmann. L’idea era quella di rispondere ad una semplice domanda: è possibile che Eichmann e i suoi milioni di complici stessero semplicemente eseguendo degli ordini?

Dopo aver selezionato un campione di 40 persone, tutti uomini, tra i 20 e i 50 anni, Milgram li divide in coppie e, in ogni gruppetto, vengono assegnati dei ruoli: “allievo” e “insegnante”. Il compito del primo è memorizzare una serie di parole e obbedire agli ordini del secondo, mentre il compito del secondo è punire, infliggendo delle scosse elettriche, l’allievo se colto in fallo. L’esperimento prevede che l’allievo non percepisca alcuna scossa, ma finga di subirne le conseguenze, mentre lo scienziato esorta l’insegnante a continuare. I risultati sono stupefacenti per l’epoca: nonostante le urla e la consapevolezza di trovarsi nel contesto di un esperimento psicologico, una percentuale significativa degli “insegnanti” ha continuato ad obbedire pedissequamente allo scienziato che incoraggiava a punire gli “allievi”, sentendosi tuttavia mero esecutore di un volere esterno e quindi non responsabile. La situazione è stata poi definita come stato eteronomico ed è frutto della concorrenza di tre fattori: la percezione di legittimità dell’autorità, l’adesione al sistema di autorità, le pressioni sociali. Milgram, con questo esperimento, non ha probabilmente risposto davvero all’ambiziosa domanda che si era posto in origine, tuttavia ha dato avvio ad altri esperimenti che hanno utilizzato un’impostazione simile per raggiungere risultati significativi.

Nello stesso filone si colloca il celeberrimo esperimento carcerario di Stanford. Un team di psicologi dell’università statunitense, nel 1971, decise di indagare le reazioni umane in un contesto determinato dove fossero definite in maniera fissa le condizioni di appartenenza. Il gruppo di studenti coinvolto è stato diviso in guardie e carcerati in un’ipotetica prigione. Una volta stabiliti i ruoli, sono bastati pochi giorni affinché la situazione degenerasse: le “guardie” hanno cominciato ad abusare del loro (finto) potere, picchiando e sminuendo i “carcerati” che, ben presto, hanno cominciato a mostrare segni di traumi psicologici. La situazione divenne drammatica a tal punto che il dottor Philip Zimbardo e il suo team furono costretti ad interrompere l’esperimento prima di rischiare di lasciare tracce gravi permanenti sul campione. La prigione dell’esperimento era ben presto diventata una prigione vera.

Entrambi gli esperimenti descritti vanno nella direzione di sottolineare come la deindividualizzazione delle persone coinvolte implichi una diminuita consapevolezza di sé da cui consegue un ridotto senso di responsabilità rispetto alle azioni compiute. L’importanza e l’attualità degli studi di Zimbardo e di altri ricercatori, sarebbe dimostrata dalle vicende riguardanti le torture cui furono sottoposti i prigionieri iracheni nella Prigione di Abu Ghraib, ad opera di militari statunitensi, durante l’occupazione militare dell’Iraq, iniziata nel 2003 e dalle notizie presentate in apertura riguardo all’utilizzo dei bambini come arma del terrorismo. Inoltre ci dimostrano la debolezza umana di fronte a un altro uomo soprattutto se rappresenta un autorità: in fondo, chi ha l’intenzione di manipolare potrebbe non trovare troppi ostacoli di fronte a sé. Figurarsi se poi le persone coinvolte sono minori, bambini, ancora più fragili e più facilmente condizionabili da una forma di autorità adulta.

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