Diamante nero: bande di adolescenti nel film di Sciammà

Diamante Nero, in francese Bande de Filles, racconta il mondo delle adolescenti di colore nella periferia di Parigi. In scena episodi di bullismo femminile e momenti di fragilità. Ripercorriamo i tratti salienti attraverso il commento della scrittrice Simona Vinci, ospite presso il Cinema Antoniano lo scorso 29 febbraio per la rassegna “Gli adolescenti nel cinema”.

di Maria Grazia Sanna

Credits photo: snaporaz.org

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Avere un gruppo di amiche su cui contare è fondamentale quando si è adolescenti, ci si relaziona con loro come se fossero una seconda famiglia: parte con queste premesse il secondo incontro della rassegna cinematografica “Gli adolescenti nel cinema” organizzato tra gli altri dall’associazione verba manent. Ospite della serata presso l’antoniano a Bologna è la scrittrice Simona Vinci, autrice di diversi libri sull’universo infantile. Quest’ultima introduce alcuni dei dilemmi dell’adolescenza vissuti dalle protagoniste del film “Diamante nero”.

Girato dalla regista francese Sciammà, Black Diamonds è il titolo scelto per la programmazione fuori confine francese per “Bande de filles”. Questo è stato cambiato per mettere in rilievo la celebre canzone di Rihanna “Diamonds”, scelta come colonna sonora e offerta gratuitamente dalla stessa cantante delle Barbados. Nero invece è stato aggiunto come riferimento al colore della pelle dei personaggi, adolescenti senza futuro che vivono nella periferia di Parigi.

Come dice il titolo francese tutto il film ruota intorno a bande di ragazze, le quali per ragioni diverse sentono il continuo bisogno di dimostrarsi diverse da quelle che sono: devono essere forti, dure e coraggiose e pertanto le scene di bullismo quasi all’ordine del giorno. In realtà, sono ragazze fragili private di un’adolescenza spensierata da difficili vicissitudini familiari.

Marieme, la protagonista, si trasforma in poco tempo da vittima al sinonimo più schietto di una ribellione interiore. Il suo personaggio inizia a cambiare subito dopo l’incontro con un gruppo di ragazze che sceglie di frequentare non per similitudini, ma per il loro senso di forza e protezione.

Il primo esempio di questo rito di passaggio si vede, come fa notare Simona Vinci, quando Marieme dice la prima bugia e subito dopo nasconde un coltellino nella tasca. Seguono altri episodi di iniziazione della 16enne alla sua nuova vita con le ragazze e con il primo ragazzo. Ogni sequenza è scandita da una pausa che articola il racconto cinematografico in 5 capitoli.

Alla fine, però, la regista lascia molte domande aperte sui possibili sviluppi della storia e permette allo spettatore di fantasticare sulle dinamiche successive. Tra queste, Simona Vinci immagina come possibile continuum che Marieme scelga di essere se stessa, sottolineando questa strada anche come la più insidiosa.

L’essere adolescenti, infatti, afferma Simona Vinci, rappresenta un periodo di transizione in cui si è tutto e niente e, pertanto, a volte si fanno delle scelte di cui non si è realmente parte. Il senso di onnipotenza si scontra con la realtà in un momento in cui non è si è più bambini, ma non si è nemmeno completamente autonomi. Tali scenari, allo stesso tempo affascinanti e terribili, sono anche quelli che si prestano con meno facilità al racconto. I limiti più evidenti sono dati dal linguaggio e dalle stesse fragilità dei protagonisti. “Le adolescenti insieme ai giovani omosessuali sono maggiormente suscettibili a manifestare le insicurezze in maniera violenta”, spiega Simona Vinci.

Questo universo così particolareggiato ci pone così di fronte alla necessità di andare oltre la storia del film e ricercare altri esempi. Per approfondire alcuni temi la scrittrice propone due libri. Il primo, “Brother and sister”, è una sua produzione e racconta la necessità degli adolescenti di emanciparsi e sopravvivere senza adulti intorno, rimandando così alla trama di “Io e te” di Bertolucci, proiettato lunedì 22 febbraio.

Il secondo, “Fenicotteri in orbita” di Philip Ridley, penetra nel cuore delle vite degli adolescenti inserendo nel racconto anche la storia di un uomo omosessuale, più vicino al loro universo di quanto si possa immaginare.

In conclusione, la scrittrice invita a leggere “Tutti i ragazzi e le ragazze della loro età”, una serie di racconti sull’adolescenza ambientati dagli anni ’60 agli anni ’90. Questi dimostrano infatti che il nucleo centrale dell’adolescenza non cambia a seconda dei decenni, esistono solo modi e strumenti di espressione diversi legati al momento culturale che si sta vivendo.

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