L’identità ridotta

Michele Manocchi

Chi viene etichettato diventa virtualmente privo di potere, un oggetto incasellabile al quale non è riconosciuto il diritto di opinione. Non bisogna però dimenticare che non si discute di cose ma di persone, ognuna con proprie peculiarità e storia

“L’etichettamento si riferisce al processo attraverso il quale le agende politiche (policy agendas) sono stabilite e, più in particolare, al modo in cui le persone, concepite come oggetti su cui intervenire (objects of policy), sono definite in comode rappresentazioni” (Wood G., 1985, Labelling in Development Policy, London, Sage, pg. 1).
Questa definizione rimanda subito all’immagine di una burocrazia tiranna che ci appioppa etichette come utente, avente diritto, membro, cittadino, ecc., etichette che sono difficili da contrastare, e verso le quali è difficile ribellarsi.
Ma in realtà, per comprendere meglio la forza pervasiva di queste etichette, dobbiamo ragionare insieme sul fatto che i processi di etichettamento sono parte integrante della nostra quotidianità. Appena apriamo gli occhi siamo i “padroni” del nostro amico a quattro zampe e per questo siamo chiamati a comportarci di conseguenza, ovvero portarlo a fare un giretto o dargli da mangiare. Ma subito dopo siamo padri e madri, che devono svegliare i figli, e poi siamo lavoratori, e in base al tipo di lavoro che svolgiamo dobbiamo vestirci in un certo modo; clienti se compriamo giornali o caffè; utenti di servizi, ad esempio quando andiamo in un ufficio pubblico per sbrigare una pratica (almeno così speriamo) o quando ci rivolgiamo a una organizzazione per trovare lavoro o seguire un corso di formazione.
Ogni interazione è composta da tre elementi base: degli individui che interagiscono, i comportamenti che essi mettono in azione (potendo anche “non” agire), e il contesto nel quale tale interazione avviene. Durante ogni interazione, il più delle volte in modo inconsapevole, mettiamo in atto processi di etichettamento e siamo a nostra volta oggetto delle etichette che le persone con cui interagiamo “avvertono” di dover e poter usare. C’è una condivisione di base di alcuni elementi culturali che rende i nostri e gli altrui comportamenti reciprocamente comprensibili.
Ma c’è un elemento che spesso sfugge in queste analisi: un certo ammontare di potere che le persone si spartiscono a seconda di come esse stesse interpretano la situazione e di come le etichette che sono abituate a utilizzare sono capaci di reggere il gioco, dare forma e stabilità all’interazione. Se ci dovessimo trovare di fronte ad un giudice, anche solo in qualità di parte lesa, ci comporteremmo in un certo modo, nel modo che ci pare consono, anche se nessuno ci ha spiegato come fare e non abbiamo precedenti simili esperienze.
Ad una riunione di condominio ci comporteremmo diversamente, così come durante una passeggiata con il nostro cane. Ciò che cambia profondamente in queste tre situazioni è il rapporto di potere che plasma il contesto e dunque i nostri e gli altrui comportamenti. Nel primo caso, davanti ad un giudice ci sentiamo totalmente privi del potere di definire la situazione. Il pallino del gioco è nelle sue mani, o meglio nelle mani di un sistema burocratico che ci fa sentire il peso delle sue regole e che ci porta, più o meno docilmente, a conformarci a quanto sentiamo ci viene richiesto. Nella seconda situazione, la riunione tra condomini, sentiamo di essere in una condizione di parità di potere, ovvero ciascuno ha la possibilità e il diritto di definire la situazione come meglio crede, di portare il suo punto di vista, di contestare quello degli altri e di cercare una sintesi. Infine, nei confronti del nostro cane dovremmo recitare la parte del padrone, ovvero di una figura di riferimento indiscutibile, che guida i gesti e le scelte dell’animale che, sommessamente, e spesso gioiosamente, le sta accanto: siamo noi a definire del tutto contesti e regole. Quindi, i rapporti di potere vanno da situazioni in cui il soggetto sente, o è forzato a sentire, che non può in alcun modo far valere le proprie opinioni, a situazioni in cui l’individuo si sente completamente responsabile di tali etichette, passando per un vasto ventaglio diposizioni intermedie, nelle quali gli individui avvertono gradi diversi di parità di potere, e dunque la possibilità di dire la propria e discutere.
Dunque, i tre principali elementi di un processo di etichettamento sono, per l’appunto, il fatto che si tratta di processi, e dunque di insiemi di azioni, fisiche e mentali, concatenate, che prendono forma in un tempo più o meno esteso, in specifici luoghi e all’interno di uno specifico ambiente culturale, e che vedono l’intervento di diversi attori, intesi sia come individui sia come organizzazioni, istituzioni, apparati burocratici. Ciò comporta che il significato di una certa etichetta non dovrebbe essere dato per scontato, soprattutto da parte di chi lavora in situazioni complesse e alla presenza di persone provenienti da ambienti culturali diversi, proprio in quanto il senso delle nostre azioni è socialmente e storicamente costruito, e dunque potrebbe assumere significati differenti a seconda della prospettiva sociale e storica assunta da ciascuno degli attori coinvolti.
Il secondo elemento riguarda le conseguenze che tali processi hanno sulle persone, situazioni, comportamenti, che ricevono e subiscono una certa qual etichetta. Infatti, soprattutto quando abbiamo a che fare con organizzazioni, istituzioni e burocrazia, abbiamo spesso la convinzione che siamo noi a dover accettare per primi le regole imposte da altri, pena l’impossibilità di raggiungere il nostro fine, sia esso ottenere un certo documento o ricevere un certo servizio. E nei casi in cui uno di questi attori, di cui avvertiamo il potere definitorio, decida di etichettarci come cattivi clienti, utenti indesiderabili, rompiscatole, ecco che le conseguenze potrebbero essere assai gravi per noi, impedendoci di ottenere ciò di cui avevamo bisogno, o rendendoci la vita molto più difficile.
Infine, occorre sempre osservare i rapporti di potere e la sua allocazione tra i vari attori coinvolti, al fine di stabilire se vi sia parità o disequilibrio tra le parti, e dunque se vi sia per gli uni la possibilità di dettare le regole del gioco e farle valere, nonostante i possibili punti di vista contrari. Ogni volta che un attore sociale utilizza un’etichetta sta, allo stesso tempo, utilizzando un certo ammontare di potere, che in parte gli deriva dalla posizione sociale che ricopre e che gli viene riconosciuta, e in parte deriva da come lui/lei interpreta tale posizione e percepisce il proprio grado di potere.
Ciò comporta una importante implicazione, che però spesso viene disattesa: l’individuo, l’organizzazione, che si trova in una posizione di potere dovrebbe assumersi appieno tale responsabilità e quindi sentirsi consapevolmente responsabile per le conseguenze delle etichette che utilizza. Ciò significa che se un apparato politico-burocratico come un Ministero decide di costringere migliaia di persone ad assumere forzatamente l’etichetta di “richiedenti asilo”, come è successo nel caso della cosiddetta “Emergenza Nord Africa” del 2011-2012, allora lo stesso sistema dovrebbe ritenersi responsabile della gestione amministrativa, politica e tecnica di tali persone e assumersi tutte le conseguenze di tale scelta che lascia del tutto prive di qualsiasi possibilità decisionale le persone così etichettate.
Come molti lettori ricorderanno, infatti, nel marzo del 2011 l’allora Ministro dell’Interno Roberto Maroni decide, dopo aver stipulato un accordo con la Tunisia in seguito all’arrivo di circa 23mila tunisini, che le persone provenienti dalle crisi nordafricane sarebbero state considerate richiedenti asilo, indipendentemente da chi fossero e dalle loro storie. E per fronteggiare la presunta “emergenza”, decide di non affidare questi richiedenti al sistema nazionale predisposto alla gestione dei rifugiati – lo SPRAR – ma di creare un sistema parallelo, affidato alla Protezione Civile, che notoriamente non aveva alcuna esperienza con i rifugiati, istituendo un sistema molto più costoso e molto meno preparato di quello consueto.
Il risultato è conosciuto. Le circa 25mila persone arrivate dopo il 5 marzo 2011 provengono perlopiù dalla Libia, ma per la stragrande maggioranza non hanno cittadinanza libica in quanto straniere a loro volta in Libia, dove si erano trasferite per lavoro. Nella fase finale del conflitto contro Gheddafi vengono usate da quest’ultimo come “bombe umane contro l’Occidente”, e dunque rastrellate e imbarcate a forza su imbarcazioni di fortuna. Il Ministero decide, nonostante gli avvisi contrari di tutte le organizzazioni esperte nel lavoro con i rifugiati, di etichettare queste persone come richiedenti asilo, costringendole dentro lo stretto percorso burocratico previsto per chi si ritenga un rifugiato: permanenza in appositi centri in attesa del colloquio presso una Commissione Territoriale preposta al vaglio della domanda d’asilo e alla decisione sulla concessione o meno di un permesso di soggiorno. Questa decisione non è stata comunicata, né sono state spiegate le conseguenze di una tale etichetta, a moltissime delle persone arrivate in questo modo, che dunque si sono viste costrette in un percorso che non avevano richiesto e del quale non sapevano nulla. Poi sono state sistemate in strutture spesso inadeguate, come alberghi in disuso, e concentrate in gruppi numerosi anziché gestite in piccoli gruppi come insegnava l’esperienza SPRAR, e seguite da operatori non preparati e poi non adeguatamente seguiti.
Infine, come molte organizzazioni esperte nel lavoro con rifugiati avevano facilmente previsto, moltissime di queste persone (tra il 70 e l’80%) non hanno ottenuto alcun permesso di soggiorno legato alla loro domanda d’asilo, in quanto le loro storie non erano adeguate per rispondere coerentemente alle situazioni previste dalla Convenzione di Ginevra, punto di riferimento per il diritto d’asilo: non erano libici, dunque non fuggivano dal loro Paese, nel quale quindi avrebbero potuto rientrare seppur ritrovando le difficoltà che avevano prodotto il trasferimento in Libia, non erano state perseguitate per motivi specifici ma rastrellate e imbarcate: in Libia lavoravano in alcuni casi da molti anni, senza alcuna intenzione di lasciare il Paese.
Il Ministero ha poi cercato di mettere delle toppe, con ulteriori decreti legge sbagliati e incoerenti, ma per i fini di questo articolo quanto detto è sufficiente. Sufficiente per mostrare come, nel caso del diritto d’asilo, le etichette sono rilevanti per le ragioni espresse sopra: sono prodotte durante un processo in cui una delle due parti, lo Stato italiano, assume tutto il potere definitorio; le persone che subiscono tali etichette non hanno alcuna possibilità di ribellarsi ad esse; tali etichette annientano tutte le altre caratteristiche personali, sociali, culturali, storiche, delle quali ciascuna di queste persone è portatrice, evidenziandone solo una, in questo caso per giunta falsa, e riducendo l’individuo a un oggetto burocratico facilmente incasellabile nel sistema di accoglienza. E le conseguenze di tali processi di etichettamento sono drammatiche non solo per coloro che ne sono stati oggetto ma anche per il sistema, depauperato dallo spreco di risorse pubbliche e dall’aumento della complessità a livello di governance, con sistemi paralleli guidati da istituzioni differenti in assenza di un coordinamento generale; aumento di conflittualità tra le organizzazioni del privato sociale, in parte per spartirsi le significative risorse disponibili, in parte per le scelte assunte, ora di ingresso pieno nel piano emergenziale, ora di monitoraggio critico nei confronti dello stesso; impedimento di percorsi di reale autonomia per le persone prese in carico, soprattutto per il forte taglio assistenzialistico dato al piano.
Questo lungo esempio rappresenta un caso emblematico, ma non dobbiamo pensare che sia isolato. Infatti, nell’esperienza dei rifugiati i processi di etichettamento sono sempre all’opera, non solo a livello istituzionale ma anche nelle interazioni con le organizzazioni e i singoli operatori sociali che essi sono portati a incontrare. Nella mia esperienza le etichette utilizzate da educatori, avvocati, volontari, ecc., si muovono tra due estremi: da una parte abbiamo il rifugiato “buono”, “giusto”, “meritevole di aiuto”, che spesso è identificato come la “vittima universale” da salvare a tutti i costi, bisognosa di tutto, senza storia, valori, aspettative, bisogni, completamente da ri-educare; dall’altra, c’è il rifugiato “cattivo”, “disonesto”, “truffaldino”, che mente e cerca di raggirare il sistema per ottenere dei presunti vantaggi. Questa seconda etichetta è la più utilizzata dai politici che vogliono una chiusura sempre maggiore delle frontiere e un inasprimento delle regole per l’ingresso in Italia, posizioni che non solo sono false nei loro presupposti, ma che comportano solamente il prosieguo degli arrivi, con più pericolo per i migranti e maggiori affari per le organizzazioni criminali.
Concludo citando uno dei più conosciuti articoli di Roger Zetter, che già nel 1991 puntualizzava il peso delle etichette sui rifugiati: “Le discontinuità che […] derivano [dai processi di etichettamento], tra aspettative e risultati – un senso accentuato di alienazione e di privazioni, il sovraffollamento, la perdita della privacy – costituiscono un chiaro e nitido riflesso della presenza, nell’etichetta di rifugiato, di una definizione istituzionalizzata. Bisogni e aspirazioni vengono ridotti e inseriti in programmi tecnocraticamente gestibili con effetti indesiderati sulla vita dei rifugiati” (mia traduzione da Zetter R., 1991, Labelling Refugees: Forming and Transforming a Bureaucratic Identity, Journal of Refugee Studies, Vol. 4, No. 1).

I processi attraverso i quali le persone, tutti noi, siamo etichettati sono normali e utili in sistemi burocratici complessi come quelli dei Paesi in cui viviamo, ma dovremmo sempre tenere a mente che le persone che arrivano sono, per l’appunto, persone con le proprie storie, abitudini, valori, priorità e bisogni, e non oggetti, e che il loro arrivare qui non è una sorta di nuovo inizio, ma una tappa, una delle tante, all’interno di un difficile percorso che ogni giorno mette a repentaglio la loro salute fisica e mentale e la loro stessa identità.

Michele Manocchi
Visiting Scholar presso il Centre for Research on Migration and Ethnic Relations, Western University. London – Ontario (Canada); membro del Centre for Refugee Studies presso la York University di Toronto (ON)

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