L’ambiguità nell’accoglienza

Natale Losi

Si tende a considerare chi richiede asilo solo come una vittima. Questo porta alla costruzione di una relazione asimmetrica nella quale si delineano i ruoli del salvatore e del salvato. L’ambiguità dell’aiuto consiste nel voler migliorare le condizioni dell’immigrato senza tener conto delle sue capacità e aspirazioni che lo potrebbero liberare da un rapporto di dipendenza

Mi è stato chiesto di scrivere sinteticamente qualcosa sul mio approccio ai temi riguardanti le migrazioni e, in particolare, di condividere riflessioni sull’impatto generato dall’esperienza da richiedente asilo sulla biografia di una persona: “a quali processi di etichettamento sociale si sottopone ed è sottoposto chi è costretto ad andare via dal proprio paese”.
Non è facile rispondere a queste domande in 10mila battute ma proverò a imbastire un ragionamento essenziale che risponda alle richieste che mi sono state fatte. Innanzitutto circoscrivo il campo delle mie attuali esperienze. Non perdo tempo nel descrivere la mia biografia riferita al lavoro sulle migrazioni, basterà consultare il sito della mia scuola di psicoterapia: www.etnopsi.it. In questo periodo della mia vita, io e i miei colleghi e allievi abbiamo un rapporto diretto con migranti e richiedenti asilo, soprattutto quando questi stanno male. O meglio, quando gli operatori dei centri di accoglienza o di associazioni che sono in contatto con loro, ritengono che loro stiano male. Stiano male, significa, nel linguaggio degli operatori, che abbiano dei problemi psicologici. In genere, gli operatori inviano i loro “protetti” a strutture e servizi del sistema sanitario pubblico. Spesso richiedono l’intervento di questi servizi in situazioni di emergenza, rivolgendosi al pronto soccorso dell’ospedale più vicino. Infatti, in molti casi il disagio manifestato dal richiedente asilo si manifesta attraverso forme che per gli operatori sono preoccupanti. Di solito si tratta o di un’estrema chiusura e isolamento dall’ambiente, oppure, al contrario, di episodi d’improvvisa e ripetuta aggressività nei confronti del contesto in cui vivono. Nei casi che sono segnalati alla nostra attenzione, l’intervento dei servizi pubblici non è servito a risolvere le situazioni per le quali era avvenuto l’invio.
Il soggetto in questione viene “trattato” farmacologicamente e le cause del suo disagio rimangono inalterate. Quindi, quando arrivano da noi, queste persone hanno già avuto una o più esperienze di rapporto con i servizi sanitari, oltre che ovviamente con gli operatori che lavorano in centri o associazioni varie. Dalla nostra casistica è molto difficile ricordare persone che non siano state trattate dai servizi e dagli operatori in modo “ambiguamente etichettante”. Che cosa intendo con questo termine? Perché etichettante e perché ambiguamente? Mi riferisco all’idea sottostante (per questo spesso ambigua) al tipo di relazione che si costruisce tra operatore e richiedente asilo. Questi ultimi sono comunemente posizionati nel ruolo di vittime e spesso di rappresentanti di culture subalterne alla nostra. Ciò avviene indipendentemente dal punto di vista consapevole dell’operatore.
Per questo definisco ambiguo tale etichettamento. Quello di chi, come i leghisti, è assolutamente consapevole non è per nulla ambiguo, è razzista. Paradossalmente, districarsi dalle conseguenze di un etichettamento ambiguo può essere più complicato che liberarsi da attitudini razziste. La “carità pelosa” è molto più invischiante. Come ci si fa a liberare da chi ci etichetta come vittime a fin di bene? Cercherò di fare qualche esempio proveniente dalla nostra pratica clinica.
I. è un giovane maliano di circa ventitré anni. Ci viene riferito dagli operatori di un centro di accoglienza (CARA) perché conduce una vita sempre più isolata, ha disturbi importanti del sonno e da tempo si sveglia di notte sudato con incubi ricorrenti. È stato portato al servizio psichiatrico dell’ASL di riferimento. Gli sono stati prescritti dei farmaci che hanno peggiorato la situazione. Oltre alla persistenza dei sintomi, I. accusa ulteriore stanchezza e stordimento. Durante la prima seduta in cui lo incontriamo I. ci racconta la sua storia, che in estrema sintesi può essere così riassunta. Quando era molto giovane, forse intorno ai diciotto anni, I. parte dal suo villaggio promettendo alla madre morente (e a sua volta vedova) che si sarebbe occupato del mantenimento dei due fratellini minori.
Dopo i funerali della madre, I. affida i due fratellini a uno zio materno e parte per la Libia, dove trova un lavoro che gli permette di inviare regolarmente allo zio i soldi per occuparsi del mantenimento e degli studi dei due fratellini. Con lo scoppio della guerra civile in Libia il datore di lavoro di I. è ucciso, e il ragazzo è costretto a fuggire per non rischiare di essere ucciso a sua volta. Con i soldi risparmiati riesce a imbarcarsi per Lampedusa, da dove sarà poi traferito a Roma, nel CARA che ora lo ospita. Gli chiedo chi gli arriva nei sogni e quali siano i problemi che lo assillano. Questi sono essenzialmente causati dall’impossibilità di continuare a sostenere la vita dei fratellini che, buttati fuori di casa dallo zio, vivono ora di elemosine nel mercato del suo villaggio. Quando riesce a sentirli telefonando su qualche cellulare prestato da un passante, questi sembrano delusi e distanti. Non riescono a capire come possa essere vero che I. non riesca a inviare loro soldi. Prima, dalla Libia, Paese del secondo mondo, riusciva, e ora che è in Europa, non lo fa più. Per questo la madre e il padre vengono ogni notte a rimproverarlo nei sogni.
Non è questo il luogo per descrivere più a lungo la storia e il “trattamento” di I., che si risolverà positivamente attraverso poche sedute. Questo spezzone di storia mi serve solo per esemplificare come l’ascolto degli operatori e degli psichiatri non c’era stato ed era stato impedito da un “etichettamento ambiguo” che li indirizzava verso una lettura psichiatrica e vittimizzante di un giovane che si rivelerà presto dotato di risorse ed energie sufficienti per riprendere ad aiutare i suoi fratellini.
Il caso di S. è ancora più ambiguo. S. è un uomo di circa quarant’anni che ci è inviato da un’associazione che lo segue da mesi e ci chiede aiuto. L’associazione, che non è la stessa che gestisce il CARA dove S. è ospite, è molto attenta alla ricostruzione delle storie dei propri assistiti. Riporto alcuni stralci dalla relazione con la quale l’associazione ha documentato la storia di S. per favorire il suo riconoscimento come rifugiato da parte della commissione governativa.
S. era proprietario di un piccolo negozio nel Kashmir pakistano. Nel 2005, grazie a un matrimonio combinato dalle famiglie, si sposa con una donna inglese di origine pakistana, che vive in Inghilterra. Passa i primi mesi di matrimonio in Pakistan e poi prende con la moglie la decisione di vivere in parte in Pakistan e in parte in Inghilterra. Qui ottiene un permesso per ricongiungimento familiare. Il suo negozio di alimentari era frequentato anche da mujaheddin, che vi facevano rifornimento prima di penetrare il confine per compiere azioni di guerriglia nella parte indiana. Un giorno del 2006 i mujaheddin, che avevano da poco fatto rifornimento di vivande nel negozio del sig. S., sono attaccati dall’esercito indiano. I mujaheddin incolpano S. e la sua famiglia, ritenuti responsabili perché uniche persone che sapevano del loro travalicamento del confine. Sono quindi accusati di collaborare con l’esercito indiano e per rappresaglia distruggono il loro negozio ed aggrediscono S. e la sua famiglia. Il padre e un fratello minore di S. rimangono uccisi, il fratello maggiore scappa a Honk Kong. S. invece, nel dicembre 2006 raggiunge la moglie in Inghilterra. Arriva in Inghilterra da uomo distrutto, senza più l’attività lavorativa, con un grave lutto in seno alla famiglia ed oggetto egli stesso, pochi mesi prima, di una pesante aggressione.
La moglie, che aveva sposato un uomo benestante, si ritrova con un nullatenente. S., diventato un peso, sviluppa una grave forma d’impotenza reattiva alla sua situazione (come è ampiamente certificato dai medici inglesi ed italiani). La moglie chiede il divorzio che è formalizzato nel corso del 2009. Non potendo più rimanere in Inghilterra per motivi di ricongiungimento familiare, S. fa richiesta di asilo. Riceve risposta negativa e in seguito è internato in un centro di detenzione per circa cinque mesi, al termine dei quali è rimpatriato. Era il novembre 2011.
È accompagnato fino in Pakistan da poliziotti inglesi che lo affidano a poliziotti pakistani all’aeroporto di Islamabad. Qui è arrestato da uomini appartenenti alle forze speciali della FIA (Federal Investigation Agency). Accusato di essere una spia degli indiani, è portato nel carcere di Adiala (a Rawalpindi) dove rimane per circa 6 mesi. Viene interrogato in modo brutale. Le guardie del carcere usano lo shock elettrico, i colpi di bastone e i getti di acqua fredda per fargli dire che tipo d’informazioni avesse dato agli indiani.
Poi S. riuscirà a fuggire rocambolescamente e arriverà anche lui in Libia e poi a Lampedusa. Per motivi di spazio mi fermo qui con la storia. Prima di terminare questo breve intervento vorrei precisare perché, anche in questo caso, siano presenti, “etichettamenti ambigui”. L’ambiguità di fondo consiste nell’idea, che sembra incistata nelle menti di noi occidentali, di poter osservare e descrivere queste situazioni da un punto di vista neutro, oggettivo. Nel caso di S. è difficile spiegare una presunta oggettività e neutralità da parte dei poliziotti inglesi che lo riconsegnano nelle mani dei corpi speciali pakistani. In altri termini, detto in modo brutale, siamo spesso noi occidentali, che tanto amiamo descriverci – nell’oblio di quanto successo da periodo dello schiavismo, a quello delle colonie, a quello delle guerre umanitarie – come soccorritori, tra i principali attori di pratiche di fragilizzazione.
Per finire vorrei segnalare alcuni dei principali e più diffusi stereotipi che rendono ambiguamente etichettante il rapporto con i migranti, anche da parte di chi si autodefinisce come aperto, democratico, in altri termini “umanitario”.
I migranti una volta arrivati nei nostri paesi non se ne vanno via più. Non è vero. Le migrazioni non sono processi lineari ma circolari e almeno il 50% dei migranti, dopo un periodo più o meno prolungato, decidono di tornare nel paese di origine. (Vedi tra gli altri il recente “Le Migrazioni Internazionali ai tempi della crisi”, a cura di Corrado Bonifazi e Massimo Livi Bacci, 2014, Neodemos; scaricabile in PDF via internet).
I migranti sono troppi, ci stanno invadendo. Non è vero. I migranti nel mondo sono in questo periodo 232 milioni, pari a circa il 3% della popolazione mondiale. I principali flussi migratori sono tra paesi limitrofi del Sud del mondo e non riguardano che in minima parte i flussi Sud-Nord.
I migranti sono persone vulnerabili e vanno soccorsi e assistiti. È in gran parte non vero. La grandissima maggioranza di migranti e richiedenti asilo possiede risorse umane e energie che li rendono resilienti e capaci di contribuire in tempi brevi alle economie e a positive relazioni sociali nelle società di arrivo. Il rischio maggiore che corrono i migranti in Italia è dovuto a politiche incapaci e confuse che li individuano alternativamente, e a seconda delle convenienze, come aggressori o vittime, senza mai riconoscergli uno statuto di persone adulte e capaci.
Attraverso Lampedusa invadono l’Italia e l’Europa se ne frega.
Niente di più falso. In Europa tutti i grandi paesi, come Germani, Francia, Inghilterra, ma anche i più piccoli, come Svezia, Danimarca, Olanda, Svizzera ecc., ospitano percentuali di rifugiati molto più alte del nostro. Inoltre, i cosiddetti migranti illegali che vivono in Italia, non sono quelli che arrivano via mare a Lampedusa o su altre coste mediterranee, ma quelli che servono al cosiddetto welfare informale italiano.
Ovvero l’esercito di badanti, in prevalenza proveniente dai paesi dell’Est europeo, che vivono spesso come nuovi schiavi tra le mura domestiche dei nostri anziani. Chiudendo Frontex e Mare Nostrum, spacciati come progetti umanitari, potremmo diventare un paese meno ambiguo e un po’ più normale.

Natale Losi
Antropologo-Psicoterapeuta, Direttore Scuola Etno-Sistemico-Narrativa di Roma

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