Il ruolo scomodo delle associazioni

Alessia Montuori

Spesso, a loro spetta il compito di richiamare le istituzioni e la politica affinché vengano inseriti interventi migliorativi e si realizzi un’omogeneità, almeno formale, nello svolgimento delle procedure

Quando si parla di diritto di asilo in genere si fa riferimento all’accoglienza, e alle condizioni più o meno dignitose in cui quest’ultima prende forma nel nostro Paese, anche in relazione agli altri paesi europei. Non si fa molta attenzione, se non fra pochi addetti ai lavori, alla procedura di riconoscimento della protezione internazionale, e cioè a come si viene qualificati “richiedenti asilo” e successivamente riconosciuti rifugiati o destinatari di un’altra forma di protezione (sussidiaria, umanitaria), il che in effetti è ciò che fa la differenza per un inserimento stabile nella società di arrivo della persona richiedente protezione. È – banalmente – la differenza che passa fra avere un documento che autorizzi la presenza sul territorio e non averlo (il che a cascata significa essere portatori di tutta una serie di diritti non garantiti all’”irregolare”), ma comporta anche il fatto di essere riconosciuti come vittime di persecuzioni e/o torture o come membri di gruppi discriminati per ragioni politiche, etniche o di genere. Insomma di essere creduti. Inoltre, l’Italia è un paese dove spesso le leggi a tutela dei diritti ci sono – grazie alla mobilitazione della società civile, che riesce talvolta a inserirsi tra le maglie della retorica “da invasione” convincendo i politici ad adottare misure minimamente migliorative nei confronti degli stranieri su alcuni temi specifici – ma che vengono sistematicamente sconfessate dall’adozione di prassi non uniformi e illegittime nei vari territori, unitamente a un ampio margine di discrezionalità della Pubblica Amministrazione che non esita ad applicare le garanzie al massimo ribasso possibile quando si tratta di stranieri, visto il loro scarso potere di controllo sul suo operato. Questo è quanto emerge dall’esperienza di molte organizzazioni impegnate su questi temi.
È quindi su questi due aspetti strategici in particolare (qualità della procedura di riconoscimento della protezione internazionale e contrasto alla diffusione di prassi illegittime della Pubblica Amministrazione nei confronti di migranti, richiedenti asilo e rifugiati) che abbiamo concentrato i nostri sforzi come associazione Senzaconfine negli ultimi due anni, grazie al sostegno di Open Society Foundations e alla collaborazione di A Buon Diritto, ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione) e Lab53. Prima all’interno del progetto Voci sospese, che ha prodotto uno studio pilota di tipo qualitativo sulla qualità della procedura – in particolare sull’operato delle Commissioni Territoriali, gli organi amministrativi incaricati dalla legge di decidere sulle istanze dopo aver ascoltato il richiedente nel corso di un’audizione personale – ma anche occasioni di formazione, come un corso avanzato, per operatori socio-legali e un convegno sulla tematica della tutela giurisdizionale dei richiedenti che ricevono un diniego. Attualmente, con il progetto di un Centro operativo per il diritto di asilo che istruisca cause pilota contro le prassi illegittime della Pubblica Amministrazione (uffici della Questura, Municipi, ASL, Prefetture, e così via) per cercare di arginare l’ampio margine di discrezionalità diffusa che vanifica l’esistenza di leggi a tutela dei diritti. È una battaglia difficile in cui si fatica anche solo a vedere la punta dell’iceberg, ma che è fatta di quotidiana e paziente osservazione nei luoghi sensibili, di accompagnamenti da parte degli operatori, di studio e analisi dei casi e condivisione fra operatori, avvocati, volontari, cercando di tenere sempre al centro la persona, la sua volontà, la sua dignità, il suo progetto di vita, il quale deve essere ripreso faticosamente dopo la frattura dolorosa della fuga nella quotidianità pesante dell’esilio.
È una strada diversa da quella del “businness dell’accoglienza”, che finisce per occuparsi dei – pur necessari – bisogni materiali fintanto che la persona ha “diritto” a rimanere sul territorio nazionale secondo le leggi, e che se ne disinteressa totalmente un minuto dopo la perdita del documento. È una strada che presuppone il prendersi cura di tutti nel migliore dei modi possibili, cercando un inserimento stabile, e che alla lunga può portare benefici sia alla persona che qui cerca rifugio, sia alla società che la accoglie.
Senzaconfine è un’associazione sociale, culturale e politica senza fini di lucro, indipendente e apartitica con sede a Roma. Nasce nel 1989 con l’intento di operare per il pieno inserimento di immigrati, rifugiati e richiedenti asilo nella società italiana, e organizza, in rete con altri sportelli sul territorio, uno sportello di consulenza ed assistenza socio-legale, in collaborazione con un team di avvocati e altri operatori del diritto. Per maggiori informazioni: www.senzaconfine.org
Per segnalare un comportamento o una procedura non conforme alla normativa: diritto.operativo@gmail.com; tel. 389 5295738

Alessia Montuori
Attivista antirazzista e socia dell’associazione Senza confine

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