Effetto maggioritario

Tommaso Edoardo Frosini

Alla base di questo sistema c’è un processo di valorizzazione della sovranità popolare, la quale, in quanto corpo elettorale, è chiamata ad eleggere dei rappresentanti nella consapevolezza di eleggere anche i governanti.

A cosa serve il sistema elettorale? Due sono le risposte: a formare una maggioranza ed un Governo; a rappresentare i sentimenti di una collettività. Nelle due risposte sono implicitamente contenute le due grandi formule elettorali: il maggioritario, che esalta la governabilità ed il proporzionale, che valorizza la rappresentatività. La seconda, ovvero l’eccesso di rappresentatività, l’Italia non ha potuto fare a meno di adottarla a partire dal 1948, dalla nascita, cioè, della Democrazia repubblicana, che aveva bisogno di crescere e rafforzarsi anche attraverso la plurima rappresentanza dalle varie forze politiche. Questo processo di rappresentatività si è però esaurito all’inizio degli anni ‘90, complice una continua, snervante e dannosa ricaduta negativa sulla durata dei Governi e, quindi, sull’incapacità di produrre un indirizzo politico stabile, in grado di programmare un’attività di Governo per l’intero mandato di legislatura.
È possibile fissare il giorno in cui gli Italiani hanno fortemente deciso che la governabilità doveva prevalere rispetto alla rappresentatività e, soprattutto, che il loro voto doveva “contare di più” perché, oltre a quello sulla rappresentanza parlamentare, ci doveva essere quello a favore dell’investitura del Governo, come, ormai da tempo, avviene nelle grandi Democrazie occidentali. Il giorno è quello del 18 aprile 1993, quando più di 11 milioni di elettori (su 14 milioni, l’83,30%) votarono a favore del referendum per consentire che la legge elettorale potesse trasformarsi dal sistema proporzionale ad uno a prevalenza maggioritario. Quella domenica di primavera di vent’anni fa è stata e rimane un evento straordinario. Come partecipazione, come esito e come fatto giuridico. Ci fu chi vide proprio in quel referendum il veicolo di apparizione del potere costituente al servizio dei diritti e delle libertà pubbliche.
Vinto il referendum, la tappa successiva fu l’approvazione – sotto dettatura referendaria – delle leggi n. 276 e 277 del 1993. Entrambe introducevano – per il Senato la prima e per la Camera la seconda, sia pure con alcune significative differenze fra l’una e l’altra – un sistema elettorale maggioritario uninominale con correttivo proporzionale: il 75% dei seggi assegnato con metodo maggioritario, il restante 25% distribuito proporzionalmente (con clausola di sbarramento al 4% per la Camera) e secondo il criterio del cd. “scorporo”. Certo, una legge che creava un sistema elettorale ibrido, se vogliamo “misto”, ma che generava un profondo cambiamento del sistema politico e partitico, andando ad incidere in maniera considerevole sulle regole della Costituzione materiale. Sia chiaro un punto: quel voto referendario non volle, né poteva, scegliere un preciso sistema elettorale, ma indicava chiaramente una filosofia del voto: l’affermarsi di qualunque metodo che potesse consegnare agli elettori la libertà di scegliere una maggioranza ed un Governo. E così fu.
Sia concessa una breve parentesi: il nuovo sistema elettorale venne subito definito, con formula giornalisticamente felice, ma volutamente dispregiativa, “Mattarellum”. Credo che l’abuso di questa espressione non abbia certo aiutato una corretta ed imparziale valutazione del sistema elettorale. Marchiandolo come “Mattarellum” lo sì è, vuoi pure inconsapevolmente, finito col giudicare negativamente “a prescindere”. E lo stesso vale per il “Tatarellum”, altro conio lessicale prodotto dalla stessa penna e riferito al sistema elettorale regionale. A maggior ragione, poi, il discorso vale per l’attuale legge elettorale, definita addirittura “Porcellum” solo perché, in un’intervista, l’on. Calderoli definì la legge una “porcata”. Chiusa parentesi.
Quindi: i cittadini italiani nel 1993 vollero affermare l’esigenza di una legge elettorale in grado di produrre una maggioranza ed un Governo, e quindi uno sviluppo del sistema politico in senso bipolare, così come si verificato ogniqualvolta si è andati ad elezioni: nel 1994, nel 1996, nel 2001, nel 2006 e nel 2008. Qualcuno dice che si tratta di un “bipolarismo conflittuale” (difficile, però, immaginare un bipolarismo “amicale”…) ma si tratta di un bipolarismo grazie al quale si è potuto consentire all’elettore italiano di fare quello che gli elettori delle Democrazie occidentali fanno già da tempo: scegliere i propri governanti, e quindi designare il Governo votando per la sua maggioranza parlamentare sulla base di un programma elettorale destinato a divenire l’attività di indirizzo politico per la durata della legislatura. Si è così riusciti a portare l’Italia in Europa, con riferimento al metodo del governare.
Si è potuto, sia pure con delle differenze, completare il disegno e lo svolgimento istituzionale degli esecutivi a livello comunale, provinciale e regionale, che prevedono la scelta immediata da parte degli elettori del Sindaco, ovvero del Presidente, e della sua maggioranza consiliare che lo sostiene fiduciariamente. Se il governo a livello locale è scelto direttamente dagli elettori, non si vede perché altrettanto non dovrebbe farsi a livello nazionale, sia pure con il metodo dell’investitura piuttosto che dell’elezione diretta. Quindi, è con l’assunzione del principio maggioritario che si viene a produrre un nuovo modo di governare e di fare l’opposizione. Certo, principio maggioritario da approntare nel suo duplice volto: come “regola per eleggere”, che attiene alle modalità di funzionamento della formula elettorale maggioritaria, ovvero a effetto maggioritario, e come “regola per governare”, che valorizza il principio di responsabilità politica e con esso il ruolo assunto dal corpo elettorale ai fini della scelta del Governo, con l’obiettivo di assicurare il formarsi di un Governo stabile, efficace, che duri per l’intero corso della legislatura e risponda del suo operato al corpo elettorale. Un Governo può infatti definirsi stabile non solo in base alla sua durata in carica, ma anche quando la sua durata è periodicamente verificata e confermata da libere elezioni. Un Governo, inoltre, è efficace quando le sue decisioni rispondono alle esigenze degli elettori, i quali possono confermare o sostituire quel Governo, creando così un regime di alternanza. Alla base di questo sistema c’è un processo di valorizzazione della sovranità popolare, la quale, in quanto corpo elettorale, è chiamata ad eleggere dei rappresentanti nella consapevolezza di eleggere anche i governanti. Il popolo – corpo elettorale, allora, prima di votare viene a conoscenza del programma di governo e degli uomini che lo attueranno; è messo in condizione di conoscere, preventivamente all’esito elettorale, quale indirizzo politico verrà perseguito qualora dovesse vincere (ovvero, qualora dovesse avere la maggioranza) uno schieramento politico oppure l’altro; è in grado di confermare col voto un Governo oppure far sì che risulti vincitore il Governo alternativo, il quale si sarà organizzato svolgendo un’opposizione costruttiva. È questa anche una nuova forma di libertà, riconducibile al principio della sovranità popolare: la libertà di essere associati nell’elaborazione delle decisioni; la libertà di partecipare direttamente ed attivamente al formarsi della politica nazionale, attraverso la scelta “immediata” del titolare dell’indirizzo politico e, parimenti, la libertà di cambiare i governanti qualora abbiano demeritato. Così funziona in numerosi Paesi di Democrazia liberale sparsi per il mondo: perché non dovrebbe funzionare anche in Italia? Nel progetto di legge elettorale su cui, nella nuova legislatura, che si apre nei prossimi giorni, si dovrà comunque lavorare, non si disperda questo importante patrimonio istituzionale e di cultura politica. Non si torni a far governare il Paese da due regole: la prima, che afferma che la sovranità appartiene al popolo; la seconda, che il titolare della sovranità non deve esercitarla mai.
Esistono tanti sistemi elettorali nel mondo. Anzi, ogni Paese ha il suo. È come se, in materia elettorale, ci fosse una sovranità assoluta esercitata attraverso l’individuazione di un proprio sistema elettorale che non copia e non riproduce modelli altrui. Si pensi alla Francia del doppio turno, alla Gran Bretagna dell’uninominale, alla Germania della clausola di sbarramento, alla Spagna dei collegi provinciali ristretti. Anche l’Italia ha senz’altro diritto ad avere un suo sistema elettorale, e non mancano le soluzioni. A cominciare dal ripristino del sistema maggioritario per il 75% dei seggi e proporzionale per il restante 25%, senza scorpori o altre fantasie normative. L’importante è che sia un sistema elettorale finalizzato a favorire il formarsi di una maggioranza e di un Governo, scelto e legittimato attraverso il voto degli elettori. Comunque, una legge elettorale che salvi il bipolarismo, una significativa conquista del sistema politico italiano (al pari delle altre Democrazie europee). Tornare indietro significherebbe creare le condizioni per un ritorno al sistema partitocratico. Aggiungo e concludo: ben vengano le primarie per la scelta dei candidati (nei collegi uninominali) se queste hanno lo scopo di valorizzare la partecipazione politica del corpo elettorale. Una Democrazia si opacizza fino al rischio di spegnersi se aumenta la disaffezione politica, se il partito degli astensionisti rischia di vincere le elezioni.

Tommaso Edoardo Frosini
Professore Ordinario di Diritto pubblico comparato – Università Suor Orsola Benincasa di Napoli

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