Uno scenario sconfortante

Donatella Ferranti

L’analisi dello stato giuridico della popolazione detenuta evidenzia che circa il 50% del totale è costituito da imputati in attesa di giudizio. Un dato sicuramente da tener presente nella valutazione della corretta applicazione delle misure di custodia cautelare e da porre al centro del dibattito sul ricorso a nuove pene alternative.

Una corretta e virtuosa riforma della giustizia impone la centralità del cittadino, delle imprese e dei loro bisogni. Per realizzarla, occorre che il Governo e la maggioranza capovolgano l’agenda politica e la gerarchia dei problemi e delle scelte in materia giudiziaria. Non più l’attenzione a temi particolari o, addirittura, ad interessi particolari. Non più attacchi ed offese sconsiderati e gravissimi alla magistratura e a singoli magistrati, attacchi che minano la fiducia e la credibilità delle istituzioni di fronte al Paese. Non più la sovrapposizione tra gli interessi personali dell’onorevole Silvio Berlusconi e i reali problemi della giustizia. In questo primo anno e mezzo di legislatura, il Governo si è mosso con interventi legislativi particolari, disorganici e settoriali, lasciando da parte i temi reali. Il tanto annunciato piano carceri è un caso emblematico, la cartina di tornasole dell’inattività dell’esecutivo. Ancora oggi, il Governo non si è mosso, nonostante i detenuti ospitati nelle strutture carcerarie italiane saranno, entro la fine del 2009, oltre 70.000. Si tratta di un ‘primato’ mai raggiunto nella storia repubblicana, che pone problemi molto rilevanti a cui il Governo dovrebbe fornire risposte efficaci, rapide, esaurienti. Le carceri italiane non sono in grado di sostenere tali presenze. I 206 istituti di pena possono ‘tollerare’ 64.237 detenuti nonostante, da regolamento, non potrebbero ospitarne più di 43.087. Siamo ampiamente oltre la soglia massima di tolleranza, che prefigura una situazione di emergenza per il Paese, come confermano le dichiarazioni del direttore del Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap), Franco Ionta: in una recente audizione in commissione Giustizia alla Camera, egli ha parlato di ‘situazione in grado di compromettere la sicurezza del Paese’.

L’assenza di un Piano carceri e i recenti tagli alle risorse destinate alla giustizia effettuati dall’attuale Governo stanno causando esiziali difficoltà di gestione ed efficienza amministrativa negli istituti penitenziari sull’intero territorio nazionale. Difficoltà che, in taluni casi, raggiungono punte di vera e propria “emergenza umanitaria”, in palese contraddizione con i diritti costituzionalmente garantiti. Diverse associazioni hanno lanciato l’allarme sulle condizioni delle carceri: l’Unione camere penali, l’Associazione dei dirigenti dell’amministrazione carceraria, il SAPPE (sindacato della polizia penitenziaria), il Garante dei detenuti della regione Lazio. Tutti concordi nell’affermare che le condizioni attuali di vita carceraria sono spesso lontane dai normali livelli di civiltà e di rispetto della dignità del detenuto. Per non parlare del sempre più consistente numero di morti e suicidi in carcere e dei fenomeni di autolesionismo e di violenza in genere. Il caso Cucchi non è, purtroppo, un caso isolato. Il tema del sovraffollamento degli istituti di pena è all’ordine del giorno in tutto il Paese, con punte molto preoccupanti in alcune realtà regionali (Campania, Emilia Romagna, Lombardia, Puglia, Sicilia, Toscana, Veneto). È poi paradossale come l’aumento della popolazione carceraria risulti essere inversamente proporzionale alla presenza del personale di polizia penitenziaria. I dati fotografano chiaramente questa tendenza: nel 2001 erano presenti 41.608 agenti penitenziari a fronte di 53.165 detenuti; nel 2009 gli agenti sono 39.000 e i detenuti 64.859. La pianta organica della polizia penitenziaria è fissata per legge in 41.121 unità.

Ci troviamo, pertanto, con circa 6.000 agenti in meno, a cui devono essere sommate le carenze di personale amministrativo, assistenti sociali, psicologi ed educatori delle carceri. L’analisi dello stato giuridico della popolazione detenuta evidenzia, inoltre, che circa il 50% del totale dei detenuti è costituito da imputati in attesa di giudizio. Un dato da tenere sicuramente presente nella valutazione della corretta applicazione delle misure di custodia cautelare e da porre al centro del dibattito sul ricorso a nuove pene alternative. In questo scenario, è davvero sconfortante vedere il Governo annunciare e smentire, ormai quotidianamente, interventi di riforma. Non si tratta di schizofrenia politica, ma della smania di sfornare trucchetti processuali e cavilli legislativi unicamente per affossare i processi di Berlusconi e, al contempo, attutire i malumori di quella parte più avveduta della maggioranza che non riesce a digerire ulteriormente le leggi ad personam. L’odiosa riforma sul cosiddetto ‘processo breve’ va in questo senso. Non risponde ai problemi dei cittadini, ma nasce esclusivamente per interrompere i due processi che tolgono il sonno al Presidente del Consiglio. Che poi sia un attentato ai diritti di tutti, poco importa a questa maggioranza. Per snellire i tempi della giustizia servirebbe, invece, un massiccio investimento per dotare tutti i tribunali dei più elementari mezzi organizzativi. Parliamo di personale, di computer, di stampanti, di carta, che i tagli di questo Governo non permettono più di acquistare. E l’ultima Finanziaria non fa ben sperare: di nuovi stanziamenti non v’è traccia.

Donatella Ferranti
II Commissione Giustizia
Comitato Parlamentare per i Procedimenti di Accusa

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