Disgrazia o negligenza?

Mario Tozzi

Non viene speso un centesimo nel risanamento antisismico degli edifici pubblici, anzi, si progettano faraoniche grandi opere che stornano denari dall’unico uso sensato che si dovrebbe in un contesto come il nostro.

tozziCom’è possibile che un terremoto di media forza (“solo” 5,8 magnitudo Richter) possa provocare quasi 300 morti e la devastazione che ancora tutti abbiamo negli occhi, non è affatto un mistero, non solo per i geologi, ma anche per chiunque abbia qualche dimestichezza con la memoria tormentata di questo Paese. I terremoti non si possono ancora prevedere, ma certamente possiamo sapere, con un certo dettaglio, dove avverranno e che tipo di danni provocheranno. Quindi tutti avrebbero dovuto ben conoscere il grado di sismicità dell’Aquila, sul cui territorio le leggi antisismiche erano state promulgate fin dal 1935.

E tutti avrebbero dovuto conoscere anche lo stato di conservazione degli edifici pubblici e delle abitazioni private. Così gli amministratori locali avrebbero avuto gli strumenti per intervenire, impiegando i denari nel risanamento degli edifici pubblici e stimolando l’edilizia privata a restaurare in modo antisismico. Ma come avrebbero potuto, quando l’esempio nazionale, quello dei vari governi, andava nel segno opposto? Sono anni che si tagliano i fondi per il monitoraggio della sismicità e per il risanamento antisismico. Ci si può poi lamentare che le case crollino? E come si fa a non trovarsi ancora nel dolore e nella rabbia che eventi come il terremoto aquilano suscitano? E rabbia è la parola giusta, quando sono anni che si classifica meticolosamente il territorio nazionale, mettendo in luce quanto sia esposto ai rischi naturali, e sono anni che non se ne tiene alcun conto. Agli italiani (e a chi li governa) sembra di poter vivere in Scandinavia, ma il terremoto dell’Aquila ci ricorda brutalmente che non è così.

Che da noi ci sono alluvioni, frane ed eruzioni vulcaniche, che in buona misura possono essere previste, e terremoti di cui, invece, non si sa né l’ora o il giorno, né, tanto meno, il mese o l’anno in cui si scateneranno. È però certo che lo faranno e ormai si sa bene dove: in Friuli, in Garfagnana, nella dorsale appenninica umbro-marchigiana-abruzzese, in Irpinia, in Calabria, al Gargano e in Sicilia orientale. E anche con che tipo di danno: veramente catastrofici nello stretto di Messina, in Irpinia e nel catanese. Eppure non viene speso un centesimo nel risanamento antisismico degli edifici pubblici. Anzi, si progettano faraoniche grandi opere che stornano denari dall’unico uso sensato in un contesto come il nostro.

E si ipotizzano “piani edilizi” che permetterebbero la sopraelevazione degli edifici, proprio una delle cause più frequenti di crollo da terremoto, come insegna la storia dei nostri sismi, da quello di Messina e Reggio Calabria del 1908, aggravato dall’aver ignorato -già allora!- le norme antisismiche borboniche che vietavano, appunto, di innalzarsi a più di 10 metri di altezza e di sovraccaricare gli edifici. Sarà bene ricordare che molte città italiane sono il frutto di ricostruzioni dopo innumerevoli terremoti e che, in un paese geologicamente attivo, si può convivere con il rischio solo usando scienza ed intelligenza. Non uccide il terremoto, ma la casa mal costruita o mal posta. Sarebbe bene ricordarlo sempre. Dovremmo, infine, farla finita di parlare di ipotetiche catastrofi naturali, che in realtà non esistono: esiste solo la nostra incapacità, ignoranza o malafede nel rapportarci con il rischio e una delittuosa propensione a perdere la memoria degli eventi passati. Ma in Italia nessun posto è immune dal rischio e la Terra non smetterà di ricordarcelo.

Mario Tozzi
Geologo, divulgatore scientifico e giornalista,
conduttore del programma televisivo “Il terzo pianeta” in onda su Rai Tre

Massimiliano Fanni Canelles

Viceprimario al reparto di Accettazione ed Emergenza dell'Ospedale ¨Franz Tappeiner¨di Merano nella Südtiroler Sanitätsbetrieb – Azienda sanitaria dell'Alto Adige – da giugno 2019. Attualmente in prima linea nella gestione clinica e nell'organizzazione per l'emergenza Coronavirus. In particolare responsabile del reparto di infettivi e semi – intensiva del Pronto Soccorso dell'ospedale di Merano. 

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