Abruzzo, indignarsi non basta

Ettore Rosato

Tutta la popolazione italiana ha dato e sta dando una grande, pronta e concreta manifestazione di solidarietà. Tempestive e apprezzate sono state le prime presenze del Presidente del Consiglio e del Presidente della Repubblica. C’è del buono in Italia, ma occorre uno scatto d’orgoglio: trasformiamoci in un Paese normale.

rosatoAncora una volta il nostro fragile Paese è stato investito da un’onda sismica che ha lasciato al suo passaggio uno scenario di morte e distruzione, già troppe volte visto. Ormai abbiamo alle spalle i primissimi giorni della confusione, della convulsione e dei lutti, quando tutte le energie erano tese a tentare di salvare chi ancora era sotto le macerie, a portare i soccorsi più urgenti ai senzatetto, a resistere allo sbigottimento per il protrarsi dello sciame sismico. Nella sciagura, conforta sapere che la reazione delle strutture dello Stato è stata nel complesso adeguata all’emergenza, anche se sempre migliorabile, soprattutto pensando ai paesini che sono rimasti isolati a lungo, privi di tutto. Da una parte, ammirevole è stata la sperimentata prontezza e generosità dei Vigili del Fuoco.

È la loro specifica professionalità a far sì che in poche ore in tanti riescano a essere operativi sui luoghi dove è richiesto il soccorso tecnico urgente, grazie a una struttura centralizzata di organizzazione e comando del Corpo che consente l’invio di colonne mobili alle aree di crisi. D’altro lato, il sistema di Protezione civile nazionale ha dimostrato di essere in grado di mobilitare un volontariato fatto di migliaia di tecnici e specialisti incardinati nelle protezioni civili delle diverse regioni. Solitamente severi o scettici nei confronti dell’efficienza italiana, questa volta gli esperti sono venuti dall’estero per verificare sul campo il funzionamento del nostro sistema basato essenzialmente su questi due pilastri, nazionale e territoriale.

Un episodio che non consola delle vittime o dei danni che non abbiamo evitato, ma che ci rivela come siamo all’altezza almeno sul fronte dell’intervento d’emergenza. Mentre stiamo passando alla fase della gestione straordinaria delle aree terremotate, si profilano con sempre maggiore chiarezza alcuni punti fondamentali. Intanto che non possiamo più permetterci di trascurare i rigorosi controlli sull’effettiva applicazione delle normative antisismiche agli edifici che sorgeranno al posto di quelli abbattuti dal terremoto e dalla negligenza di chi doveva controllare. Ovvero, dobbiamo riuscire a compiere quello scatto di civiltà che trasforma l’indignazione di oggi in costante, diffuso e scrupoloso rispetto delle leggi. Ciò di cui abbiamo più bisogno è che il nostro Paese prenda congedo da una mentalità subalterna, e alla lunga perdente, che affronta ogni problema della vita collettiva in base a logiche emergenziali e transitorie.

La stessa espressione “emergenza ambientale”, è contraddittoria se applicata alla sfaccettata fisionomia della nostra penisola, il cui territorio è noto quanto sia idrogeologicamente delicato e instabile. Sappiamo che la ricostruzione richiederà un lavoro lungo, impegnativo e molto oneroso. Dunque, se vogliamo che dalla catastrofe si crei, etimologicamente, l’occasione di una svolta e di una nuova crescita, è d’obbligo scegliere nel modo più oculato l’approccio alla ricostruzione. Storicamente, l’Italia ha conosciuto dei modelli che si sono rivelati vincenti, come quelli del Friuli o dell’Umbria. Sconvolto dal terremoto nel 1976, con intere cittadine rase al suolo e migliaia di vittime, in Friuli si volle ricostruire mantenendo la coesione delle comunità attraverso la priorità data al lavoro – “prima le fabbriche e poi le case”, si disse – e attraverso il rispetto della storia e dell’identità locali: “dov’era, com’era”.

Non è certo un caso se da quell’esperienza positiva è nata la protezione civile italiana e se quella ricostruzione è stata il volano di uno sviluppo economico importante e duraturo. Su questa scia si sono collocati gli interventi nel dopo terremoto in Umbria, particolarmente delicata per il pregio dei beni culturali da recuperare. Ma conosciamo anche i modelli alternativi. Quello dell’Irpinia, ad esempio, che trasformò la sciagura in uno scandalo, con i terremotati nei prefabbricati dopo decenni, o quello di San Giuliano, in Molise, che a 7 anni dal sisma non vede ancora la fine dei lavori. Chiare attribuzioni di responsabilità, certezza dei controlli, verificabilità delle risorse.

Ettore Rosato
Membro del Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica,
già sottosegretario al Ministero dell’Interno con delega ai Vigili dei Fuoco

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