Sull’onda dell’emozione: le rivelazioni dello tsunami

La Natura comunica, purtroppo con un linguaggio che l’essere umano non è più in grado di comprendere.

La tragedia dello tsunami nel Sud-est Asiatico del dicembre 2004 ha scosso le nostre coscienze e toccato le nostre più profonde corde emotive, ma i misfatti che, a distanza di quasi due mesi, sono emersi dalle conseguenze del disastro sono destinati a sconvolgere ancora di più le nostre fragili certezze.

Lo Sri Lanka – un tempo noto come Isola di Ceylon – è governato dal gruppo etnico di maggioranza cingalese di credo buddista, che non ha mai riconosciuto i diritti dei Tamil, di religione indù, minoranza che vive nella parte nord dell’isola. Questi, soprattutto durante gli anni ’70, hanno subìto soprusi e violenze di ogni genere da parte delle autorità governative, accusate di continue violazioni dei diritti umani.

Nel 1983, è nato il movimento delle Tigri per la Liberazione della Nazione Tamil (Liberation Tigers of Tamil Eelam – LTTE), che ha iniziato la lotta armata per l’indipendenza. Il conflitto, tuttora sanguinoso, ha causato fino ad oggi 70mila morti e 800mila profughi, tutti Tamil.

Lo scenario che si è presentato a Batticaloa all’arrivo della SPES è lo stesso che devono aver visto i primi soccorritori accorsi due mesi fa: case e strade distrutte, macerie a perdita d’occhio. I volontari delle ONG francesi giunti sul posto scavano a mani nude per estrarre ciò che resta dei cadaveri ancora intrappolati, respirando l’aria ammorbata dall’odore della morte.

Muovendo verso nord, a Trincomalee, la percentuale di presenza tamil aumenta e lo stato di abbandono nel quale viene lasciata la popolazione è ancora più evidente.

La fame e le malattie stanno decimando i sopravvissuti, molti sono bambini febbricitanti e denutriti, costretti a dormire per terra e per coprirsi hanno un telo sporco e sdrucito.

La posizione del governo cingalese è di non inviare gli aiuti che sarebbero necessari per garantire un ritorno alla normalità in quelle aree a maggiore densità di tamil, oppositori del governo: l’ordine è di sfruttare lo stato di disperazione nel quale versano, causato dalla furia dell’onda assassina, per contrastare il dissenso.

Il governo ha fino ad oggi elargito ad ognuno meno di un euro al giorno, due pezzi di pane rancido e due sigarette: i tamil sono in rivolta contro i militari inviati a vigilare.

Trincomalee è assediata, lungo la strada ci sono posti di blocco ogni cinque chilometri, le donne si sdraiano a terra per impedire il passaggio dei mezzi militari.

La Croce rossa italiana è bloccata a Batticaloa, la protezione civile italiana non può lasciare la città.

Superano i controlli solo i mezzi contraddistinti dalle insegne dei diritti umanitari: incaricata dall’Istituto per i diritti dell’uomo di Trieste a monitorare sul posto l’effettivo rispetto di tali diritti, universalmente riconosciuti, la SPES continua il suo viaggio.

E’ grazie a questo la SPES può oltrepassare la linea di confine che separa l’orrore di una tragedia avvenuta per cause naturali dall’inimmaginabile.

Ad accompagnarci in questo lungo viaggio ci sono Lucilla e Lorenzo dell’associazione AMO, che da quindici anni vivono nello Sri Lanka per stare vicini ai bambini colpiti da un’altra tragedia, più grande della prima e ad essa preesistente.

L’associazione AMO gestisce una casa famiglia che ospita diciotto bambine che nell’infanzia hanno subito abusi sessuali, soprattutto all’interno della propria famiglia.

A Colombo, i bambini abusati vengono rinchiusi in carceri dove le celle sono meno confortevoli di una casa distrutta dallo tsunami. Non hanno un letto, sono divorati dalle zanzare e, alle finestre, ci sono le sbarre. Dalle celle non vengono mai fatti uscire, dicono per proteggerli da ulteriori violenze.

Lì vengono tenuti fino a quando il tribunale non prende una decisione, che solitamente non è mai quella di punire l’aggressore.

Successivamente, vengono trasferiti negli orfanotrofi o nei riformatori, dove le violenze ricominciano e restano impunite, lasciando in quei poveri figli i segni indelebili di un’infanzia calpestata.

Secondo uno studio condotto su più di 10.000 bambini dal prof. Harendra De Silva della National Protection Child Authority, in Sri Lanka il 30% dei maschi ed il 20% delle femmine sotto i cinque anni d’età è già stato stuprato.

E per i bambini tamil, l’orrore non si ferma allo stupro: per sfuggire ai soprusi, vengono arruolati tra le file della guerriglia ed il 40% di essi sono di sesso femminile.

Come riportare un paese devastato come lo Sri Lanka alla propria originaria “normalità”?

Sono necessarie le abitazioni, le strutture lavorative, le barche e le reti da pesca, le scuole, le strade, le ferrovie, ma basta leggere attentamente per comprendere che non è tutto.

La solidarietà non è fatta solamente di contributi umanitari destinati alla ricostruzione dei quali il governo cingalese, che ha tutte le caratteristiche della dittatura, vieta con leggi ad hoc l’utilizzo in favore della popolazione, dirottandoli sulla spesa militare per potenziare le capacità belliche del paese.

A quanto pare il ritorno alla “normalità” non sarebbe la cosa più auspicabile per i bambini che, paradossalmente, dovranno ringraziare lo tsunami se il mondo verrà in loro soccorso per strapparli ad una vita precocemente segnata da sofferenze ed orrori inflitti dai loro stessi simili.

Marina Galdo

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