La sindrome della capanna nell’era del Covid-19

capanna

Disturbo mentale o una reazione emotiva naturale?

Il ruolo della sindrome nella pandemia

In questi mesi abbiamo provato sentimenti contrastanti.

Inizialmente, siamo stati colti di soprassalto dall’aumento di contagi e vittime che ha dato inizio alla pandemia del Covid-19, costringendoci a rimanere relegati a quella che fino a poche settimane prima non avremmo mai considerato come una prigione: la nostra casa. 

Successivamente, abbiamo ricominciato gradualmente a ”vivere” con virus, mediante limitazioni comportamentali come l’uso della mascherina e del distanziamento sociale. In tale fase, se da un lato molte persone sono finalmente ritornate alla propria vita frenetica, tra aperitivi e feste in discoteca, dall’altro molti soggetti, sia adulti che adolescenti, hanno sperimentato paura, ansia o insicurezza all’idea di poter uscire nuovamente.

Tale fenomeno è detto ”sindrome della capanna”, o del prigioniero.

Le origini della sindrome

Si tratta di una reazione emotiva naturale che ha cominciato a svilupparsi nella seconda metà dell’Ottocento, epoca della corsa all’oro negli Stati Uniti, durante la quale i cercatori erano costretti a passare mesi interi all’interno di una capanna. Dovendo concentrare la loro attività in determinati periodi dell’anno, vivevano in uno stato di isolamento seguito da sentimenti di paura, rifiuto di tornare alla civiltà, sfiducia nei confronti del prossimo, stress e ansia, implicando la voglia di continuare a rimanere al sicuro nel proprio rifugio.

In cosa consiste la sindrome della capanna?

Il quadro sintomatologico prevede:

  • episodi di irritabilità
  • demotivazione
  • difficoltà di concentrazione
  • tristezza, paura, ansia, angoscia, frustrazione
  • stato di letargia, sentirsi stanchi, percepire malessere fisico, avere la necessità di riposarsi spesso
  • voglia di determinati cibi per alleviare l’ansia.

Poiché manca di letteratura e casistica, tale sindrome non è ancora riconosciuta completamente a livello psicologico e scientifico, anche se alcuni dati confermano come, proprio a causa della pandemia da Covid-19, molti abbiano sperimentato un eccessivo disorientamento all’idea di ricominciare a prendere contatto con l’esterno.

In particolare, la Società Italiana di Psichiatria ha affermato che tale reazione emotiva stia interessando circa 1 milione di persone. Il rischio di contagio, infatti, genera in questi soggetti il timore che le persone care possano ammalarsi fino a percepire angoscia per il futuro, oltre che la paura di riprendere contatto con la vita sociale esterna, facendo prevalere la necessità di rifugiarsi nella propria casa ritenuta più sicura e stabile e meno caotica. Ulteriore causa di ansia è il ritorno alla vita ordinaria mediante uso di mascherine e del distanziamento sociale, esempi di limitazioni comportamentali che possono destabilizzare la mente umana e sviluppare un senso d’insicurezza tale da configurarsi come ”paura di tornare a vivere”.

Quale potrebbero essere i rimedi per superare questo momento di difficoltà mentale?

Innanzitutto, è necessario accettare le nostre emozioni e cercare di prefissarci degli obiettivi a breve termine, in modo da gestire in modo ottimale il tempo a disposizione e impedire che le preoccupazioni prendano il sopravvento: leggere, guardare dei film, suonare uno strumento, fare attività fisica, effettuare esercizi di respirazione (può favorire il rilassamento psico-fisiologico e prevenire eventuali attacchi di panico e di ansia), ascoltare musica, sono alcune delle modalità attraverso le quali è possibile mettere da parte ansie e paure.

Inoltre, ciò che risulta essere fondamentale è guardare positivamente a tale momento: questa pandemia può aiutarci a comprendere il valore dei propri affetti, delle persone realmente importanti e a lasciarci alle spalle quanto di superfluo aveva caratterizzato la nostra vita. 

Riflettere su noi stessi potrebbe essere un modo per ridurre gli effetti della sindrome della capanna, oppure avere la possibilità di aprirsi e parlare con qualcuno di come ci sentiamo, contribuendo ad alleviare la tensione e ridurre il proprio senso di solitudine.

La sindrome della capanna negli adolescenti

Secondo la dottoressa Anna Oliviero Ferraris, in un’intervista all’Huffington Post, ”alla fine del primo lockdown alcuni ragazzi non avevano neanche più voglia di uscire di casa, ormai assuefatti a uno stile di vita differente”, a causa dell’inclinazione a passare molto tempo sugli schermi accentuata dal confinamento, sottolineando il ruolo chiave della scuola come luogo di posizionamento sociale, un mondo più vario e differente da quello del nucleo familiare, luogo di amicizie e delle alleanze oltre che di apprendimento grazie alla presenza degli insegnanti e agli stimoli provenienti dai compagni di classe.

La sindrome della capanna negli ipovedenti

Rispetto al quadro descritto, gli ipovedenti sperimentano una fase più complessa. La difficoltà a riprendere la quotidianità è legata soprattutto all’incertezza visiva, alle fluttuazioni del virus che queste persone sperimentano come caratteristica dell’ipovisione: i cambiamenti di luminosità, le condizioni atmosferiche, i livelli di glicemia nei diabetici. 

A tale condizione di partenza si aggiunge la possibilità che nei mesi di totale lockdown i pazienti non abbiano potuto effettuare visite di controllo e pertanto abbiano difficoltà a riconoscere se il ”vedere più annebbiato” sia legato o meno ad un peggioramento della malattia oculare, generando un ulteriore senso di disorientamento profondo. 

In tal caso, i colloqui telefonici individuali e gli incontri di gruppi di auto-mutuo aiuto da remoto, forniti dal Polo Nazionale Ipovisione e Riabilitazione, sono stati utili per non far percepire un senso di abbandono in queste persone, evitando la cronicizzazione di alcune percezioni e supportando la loro ripresa.

L’ansia come status insito nell’essere umano

In definitiva, la sindrome della capanna sembra rispecchiare ciò che è insito nella nostra natura: desideriamo sempre ciò che non abbiamo e appena entriamo in possesso di qualcosa smettiamo di volerlo. A maggior ragione in questo periodo, contraddistinto da ansia e preoccupazione dovuti al diffondersi del Coronavirus e allo stravolgimento delle nostre abitudini e le incertezze legate al futuro prossimo.

Eppure, è indubbio che anche oggi sia possibile vivere bene, senza lasciarsi prendere dal panico, cercando di sfruttare il momento per coltivare le nostre passioni e mirare al miglioramento di noi stessi.
Come disse Walter Anderson, ansietà e paura producono energia. Dove indirizziamo questa energia influenza in modo considerevole la qualità della nostra vita. Concentratevi sulla soluzione, non sul problema.

Simone Cartarasa

Simone Cartarasa

Simone Cartarasa è studente dell'Università ''Alma Mater Studiorum'' di Bologna, dove frequenta Giurisprudenza. Nasce a Caltanissetta l'11 Giugno 1999, ha vissuto sino all'età di 8 anni a Nuoro, dove coltiva la sua passione per il calcio, per poi fare ritorno alla sua città natale con la sua famiglia. Si forma presso il Liceo Scientifico ''A. Volta'' e, successivamente, si trasferisce a Bologna per gli studi giuridici. Nel 2017 viene selezionato tra i candidati per una visita formativa al Parlamento Europeo di Bruxelles guidata dall'On. Ignazio Corrao, membro della Commissione per lo Sviluppo e dell'Agricoltura. Nel 2019 viene altresì selezionato per partecipare all'udienza pubblica della Corte Costituzionale del 23 Ottobre relativa al Caso Cappato. 

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