Le Ong lasciano le isole greche: un futuro già passato?

Entro il 31 luglio le organizzazioni umanitarie dovranno lasciare gli hotspot (centri di primo smistamento) sulle isole greche, a causa dello scadere dei contratti con l’ECHO (Direzione generale per gli Aiuti Umanitari e la Protezione Civile della Commissione Europea) dopo che l’Unione Europea ha decretato la “fine dell’emergenza umanitaria”. La decisione è stata presa in seguito al calo degli arrivi nell’ultimo anno e al raggiungimento dell’accordo Turchia-UE sui migranti. Mentre l’Unione Europea ribadisce la funzionalità dell’intesa dal punto di vista del numero di sbarchi, dall’altra parte le Ong continuano a lanciare numerose denunce: il fallimento della convenzione sul piano del rispetto dei diritti umani, la definizione della Turchia, inverosimilmente, come un “paese sicuro”, la malagestione riguardo l’utilizzo dei fondi europei dati al governo greco per arginare l’emergenza degli anni scorsi.

ong grecia

ANSA / oxfam

Ereditare, riparare, restituire: la paura delle ong sul domani

Il passaggio di consegne, dalle organizzazioni alle Istituzioni, è una consuetudine. Finita l’emergenza diventa compito dello Stato gestire il funzionamento della macchina dell’accoglienza. Il problema, in questo caso, è lo stesso sottolineato da Daniele Timarco, Direttore dei Programmi Internazionali di Save the Children Italia, nel 2015 quando commentava così la situazione a Lesbo: “Quello che mi colpisce di più della crisi è l’incapacità dei governi europei di gestire la situazione. È inaccettabile che i sistemi per la gestione degli arrivi dei barconi sulle spiagge siano così caotici e che i processi vitali, come la distribuzione di cibo nei campi, siano così scoordinati. Le autorità locali semplicemente non riescono a gestire la situazione”. In questo momento sono molte le organizzazioni presenti che si occupano dei servizi negli hotspot sulle isole, tra cui: Kiron – Associazione tedesca che si occupa dell’accesso all’istruzione; Hope for Children – Ong trentina che opera nella distribuzione di cibo e beni di prima necessità; Dirty Girl of Lesbos Island – gruppo che, tramite un servizio di recupero di vestiario e sacchi a pelo, mira ad aiutare anche l’economia locale grazie ad accordi con le lavanderie presenti. Un sistema di accoglienza messo a punto nel corso dell’emergenza, non senza intoppi, ma in perenne miglioramento nel tempo. Dalla fine del mese in avanti, invece, sarà compito esclusivamente del governo greco prendere in mano le redini della gestione dei centri. Il rischio è dunque quello di tornare alle medesime situazioni pre-emergenza.

Hotspot: la vita in una polveriera

Le paure degli operatori sono alimentate, inoltre, dalla situazione in cui vivono tuttora i profughi nei centri di accoglienza. Una  persona su tre ha assistito ad un suicidio e più della metà soffre di disagi psicologici come depressione e disturbi da stress-post traumatico. Problematiche inasprite dalla mancanza di sufficienti risorse per un supporto psicologico mirato ed efficace, oltre che dalla mancanza di personale qualificato e di una preparazione adeguata alla gestione dei centri da parte della Grecia. La crisi economica e quella migratoria concorrono alla creazione di un ambiente nocivo per entrambi i gruppi vulnerabili: popolazione delle isole e profughi. Disoccupazione, insicurezza e povertà gettano le basi per il conflitto in quella che è una guerra tra poveri combattuta a ridosso dei centri, come gli attacchi dello scorso novembre contro il campo profughi sull’isola di Chios da parte di militanti xenofobi di Alba Dorata, colpevoli di aver lanciato molotov contro i richiedenti asilo. Altro evidente problema è il sovraffollamento del centro, dove sono inseriti gli oltre 13000 ospiti a fronte di una capacità di accoglienza massima pari a 8.673 posti. Questa condizione rende la permanenza nei centri sempre più simile alla detenzione piuttosto che al rifugio.

 

Questa “polveriera”, dove si è creato un loop di disagio e rassegnazione che vede nei gesti estremi (violenza, suicidi, disordini) l’unico punto di fuga, che non spezza la spirale, ma la accelera ulteriormente, esploderà se non affrontata tempestivamente con le giuste tecniche e conoscenze al di là di chi dovrà occuparsene.

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