Turchia, la marcia della non-violenza per i diritti

Turchia, la lunga “marcia per la giustizia”, la più importante manifestazione organizzata dall’opposizione dal 2013, si è conclusa il 9 di luglio. Centinaia di migliaia di persone sono scese in strada per rivendicare: “Diritti, legalità, giustizia”. Il leader del Chp: “Romperemo i muri della paura”.

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“Diritti, legalità, giustizia”

È durata 24 giorni la lunga “marcia per la giustizia” organizzata dal Partito Repubblicano del Popolo (Chp), principale forza di opposizione al governo del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp), partito del presidente Erdoğan. Sono state centinaia di migliaia di persone ad unirsi alla manifestazione che ha percorso 450 km sotto il sole cocente di giugno tra le montagne turche.

La “marcia per la giustizia” è stata organizzata al fine di protestare contro la detenzione di un deputato del partito, Enis Berberoglu. Il deputato Berberoglu è stato accusato e condannato a 25 anni di detenzione per aver consegnato a Chumhuriyet, quotidiano turco di opposizione, informazioni riservate. Il caso si riferisce alla pubblicazione di alcune prove della consegna di armi dal Mit, i servizi segreti turchi, ad alcuni gruppi islamisti presenti in Siria. La pubblicazione, nel 2015, comportò l’arresto del direttore del giornale, Can Dundar, e il caporedattore Erdem Gul.

La protesta è partita da tale caso, tuttavia abbraccia le più disparate esigenze attuali della popolazione. “Crediamo che tutti i segmenti della società possono unirsi con le loro differenze. Devono agire congiuntamente. Vediamo un parallelo tra questa marcia e la lotta che portiamo avanti”, ha riferito Serpil Kemalbay.

Alla marcia, infatti, si sono unite anche le famiglie delle vittime di Gezi Park, manifestanti uccisi dalla polizia nell’estate 2013. Hanno preso parte anche “Mamme per la Pace”, madri delle vittime del conflitto tra lo Stato e il Partito del Lavoratori del Kurdistan (PKK).

Le adesioni alla manifestazione non sono circoscritte al territorio turco, ma arrivano anche dall’estero, come quella di Luis Ayala, Segretario Generale dell’Internazionale Socialista.

Così, la marcia ha assunto un significato più ampio, l’arresto del deputato, infatti, è solo l’ultimo caso di una serie di violazioni commesse dal presidente Erdogan. Kemal Kilicdaroglu, leader del Chp, ha sollecitato la folla a portare avanti la lotta per la giustizia: “Che nessuno pensi che questa sarà l’ultima marcia. Abbiamo marciato per la giustizia, per i diritti degli oppressi, per i deputati e per i giornalisti in carcere, per i professori universitari licenziati, abbiamo marciato perché ci opponiamo al regime di un solo uomo. Romperemo i muri della paura”.

Sono state diverse le richieste accompagnate dal motto “Diritti, legalità, giustizia”: dalla fine dello stato di emergenza, alla tutela della libertà di stampa fino all’eguaglianza e la laicità dello Stato.
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La marcia della giustizia come disobbedienza civile

La manifestazione pacifica organizzata dal partito Chp sembra richiamare i principi di disobbedienza civile. Tutti, infatti, riconoscono l’esistenza del diritto di rifiutare obbedienza o di opporsi ad un governo la cui inefficienza o tirannia, dipende dai casi, siano insopportabili. “Vogliamo ripetere la marcia del sale di Gandhi negli anni ’30”, ha dichiarato l’attivista del partito repubblicano Nazim Arda Cagdas. Lo strumento per raggiungere l’obiettivo pare essere questo: indossare letteralmente la scritta “Adalet”, “giustizia”, e rievocare la protesta con cui Gandhi mise in difficoltà le autorità coloniali.

Lo stesso “Mahatma” riprese le teorie della disobbedienza civile di Thoreau: “non è da augurarsi che l’uomo coltivi il rispetto per le leggi, ma piuttosto che rispetti ciò che è giusto. Il solo obbligo che io ho il diritto di arrogarmi è di fare sempre ciò che credo giusto”.

Nell’anno trascorso dal fallito tentato golpe sono state circa 50.000 le persone arrestate e 110.000 le persone licenziate per effetto di decreti presidenziali. Da quel giorno il governo è riuscito a reprimere i cosiddetti “nemici della Repubblica”, veri o presunti tali.

I professori licenziati dalle Università di Ankara avevano già iniziato ad usare “l’arma” della disobbedienza civile. Si radunano nei parchi e insegnano lo stesso. “Nella regione più violenta del mondo ci giochiamo la carta della non-violenza”, dichiarano alcuni docenti. Due insegnanti di Ankara, accusati di appartenere al gruppo armato DHKP-C, stanno rischiando la vita a causa di un prolungato sciopero della fame. Il loro motivo appare più che evidente, “vogliono solo riavere il proprio lavoro”, riferisce la moglie di uno dei due professori.

La protesta sotto forma di disobbedienza civile e marchiata “Adalet” non vuole arrendersi, inseguendo la speranza che possa servire a qualcosa.

 

La risposta di Erdoğan

La manifestazione non violenta, organizzata dal leader del partito di opposizione Chp, non è stata accolta positivamente dal presidente Erdoğan e dai suoi affiliati. Il governo in quella marcia non ha visto laici, religiosi, giovani universitari, insegnanti, ma “terroristi” e “cospiratori”.

Sul fronte dell’Akp si respirava un clima di tensione. Erdoğan ha minacciato di denunciare Kilicdaroglu, segretario del Chp. Inoltre, i sostenitori del partito del presidente sono scesi in strada per provocare i manifestanti.

La situazione, con il passare dei giorni, non è migliorata, anzi. Il 10 luglio, in seguito alla conclusione della marcia per la giustizia, sono state arrestate 42 persone nelle università di Instanbul: Medeniyet e quella di Bogazici.

L’accusa è sempre la stessa: appartenenza alla rete di Gulen, considerato l’ideatore del tentato golpe del 15 luglio 2016. Così, ad un anno di distanza, Erdogan ha organizzato una commemorazione per la celebrazione dell’anniversario: “Il 15 luglio è stato un punto di svolta per la Repubblica Turca. Da quella data nulla è più come prima”, ha dichiarato il presidente.

La linea scelta dal Sultano è chiara fin da subito. La retorica del “con me o contro di me” manda all’aria i propositi dell’anno precedente che miravano all’unità nazionale.  Dalla celebrazione sono stati esclusi i partiti di opposizione: i repubblicani del Chp e i filo curdi dell’Hdp.

È pertanto questa la risposta di Erdoğan al segnale lanciato dall’opposizione?

 

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Jessica Genova

Nata a Genova nel 1991. Si laurea in Filosofia e successivamente prosegue i suoi studi all’Università di Padova in Human Rights and Multi-level Governance. È Capo Dipartimento Diritti Umani di U.P.K.L., associazione che promuove l’insegnamento dei diritti umani attraverso lo sport, e membro osservatore della Commissioe HEPA. Interessata alle politiche e pratiche in materia di Diritto dei Rifugiati trascorre un periodo di due mesi al confine turco-siriano, collaborando con ASAM, Association for Solidarity with Asylum Seekers and Migrants. Al rientro entra a far parte del gruppo regionale sul fenomeno migratorio di Croce Rossa Italiana, ove svolge anche attività di volontariato. Hobbies e passioni sono da sempre viaggi e scrittura. Scrive per La Chiave di Sophia e Social News, approfondendo così le tematiche di Diritti Umani e Geopolitica. I diritti umani sono per lei una sfida e una speranza. 

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