L’attentato di Manchester, pensieri e parole

In queste ore di cordoglio, indignazione e solidarietà nei confronti delle vittime dell’attentato di Manchester pubblichiamo la riflessione di Fulvio Giuliani pubblicata originariamente sul suo sito. 

Arrivando in radio, questa mattina, cercavo le parole corrette, per affrontare l’allucinante notizia della strage di Manchester. Corrette e anche contenute, perché non lasciarsi andare, non perdere il lume della ragione, alcune volte è quasi impossibile. Due immagini, su tutte, mi hanno fatto vacillare: quella ragazzina, appena soccorsa e con la coperta termica sulle spalle, che non si era neppure accorta di avere ancora in testa le orecchie da coniglio, gattina o fate voi, icona di Ariana Grande e dei suoi giovanissimi fan. Poi, un appello via Twitter di una mamma, che da ore non riusciva a mettersi in contatto con la figlia, andata al concerto della Manchester Arena. Quell’immagine sorridente della ragazza mi tormenta. Non so nulla, non so se sia rimasta ferita o peggio o – lo spero con tutto il cuore – abbia semplicemente perso il telefonino nella calca e sia rimasta bloccata, per lo stop totale imposto ai mezzi di trasporto. Resta l’angoscia nel guardare quel volto e quelle innocenti orecchie, così ferocemente incongruenti con lo scenario di terrore di Manchester. Se si sceglie come obiettivo un concerto di un idolo dei teenager, la scala dell’orrore è stata percorsa tutta. Non c’è più nulla dopo, perché non c’era nulla prima, in questi vigliacchi senza cuore, cervello e senza Dio. Sono solo dei bestemmiatori di qualsiasi religione, indegni di essere definiti in qualsiasi modo. Il loro piano è tanto chiaro, quanto atroce e immondo: seminare odio, per raccoglierne i frutti e scatenare un tutto contro tutti. Perderanno, come hanno sempre perso. L’Occidente è lontanissimo dall’essere una terra felice e giusta, ma è un luogo di libertà e democrazia. Conosciamo i nostri limiti e ne discutiamo con franchezza e durezza. Questo fa di noi cittadini consapevoli e pronti a difendere la nostra vita e la nostra cultura. Feriti, addolorati, ma piegati mai. Continueremo ad andare ai concerti e alle partite, a fare shopping e in viaggio, chiedendo e pretendendo sicurezza e tutele. Siamo pronti a veder cambiare ancora le nostre piccole abitudini, come ci accade dall’ormai lontano 11 settembre 2001, ma non saremo mai pronti a scendere al loro livello. La strada che ci attende è dolorosa e difficile, ma non ne contempliamo altre: lo dobbiamo ai nostri figli e alla memoria di chi è caduto, semplicemente vivendo, come abbiamo scelto di vivere.

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