Il dramma di Haiti, tra crisi idrica, catastrofi naturali e colera

Haiti è il Paese più povero dell’emisfero occidentale. Dei suoi dieci milioni di abitanti, ben l’80% si trova al di sotto della soglia di povertà, avendo a disposizione meno di due dollari al giorno, e quasi la metà degli adulti è analfabeta. Ad eccezione di una ristretta élite benestante, la grande maggioranza della popolazione vive in condizioni precarie, in abitazioni costruite con lamiere, legno e cartone e sprovviste di qualsiasi genere di servizio igienico. Haiti è un Paese allo stremo, che non si è ancora risollevato dal terremoto del 2010 e che continua ad essere messo in ginocchio da frequenti alluvioni. Ad aggravare ulteriormente la già drammatica situazione, ha contribuito anche la recente ricomparsa del colera, che in meno di sette anni ha già contagiato più di mezzo milione di persone.

 

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Acqua potabile, un lusso per pochi

La principale piaga che affligge la nazione riguarda l’acqua. Si stima, infatti, che il 70% della popolazione haitiana non abbia accesso all’acqua potabile e il problema è particolarmente grave nelle campagne, dove le reti di approvvigionamento sono praticamente inesistenti. Solo le abitazioni di costruzione più recente sono provviste di sistemi idraulici, ma spesso questi non sono collegati ad alcun acquedotto.

Chi può permetterselo – gli abitanti delle zone benestanti della capitale, in genere – riempie d’acqua grandi cisterne posizionate sul tetto della propria casa e le connette all’impianto domestico, ma per i più anche questa soluzione è troppo costosa. Così, i meno abbienti e la quasi totalità della popolazione che vive nelle zone rurali, devono procurarsi di che bere e lavarsi dalle uniche fonti cui hanno accesso: i fiumi e i laghi, che il più delle volte sono però inquinati e contaminati da scarti e rifiuti. Nei momenti più disperati, l’unica opzione resta la pioggia. In queste circostanze, le malattie trasmesse via acqua, come la febbre tifoide, il colera e le infezioni intestinali, sono la causa di più della metà dei decessi annuali e dell’alto tasso di mortalità infantile. Nonostante la tragicità della situazione, il governo di Haiti non è ancora riuscito a proporre una soluzione adeguata al problema. L’approvvigionamento dell’acqua continua a dipendere in gran parte da aiuti esteri e dai progetti delle organizzazioni non governative attive nel Paese.

 

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Quando la natura porta la pioggia…

Anche la natura ha concorso a peggiorare le condizioni di vita della popolazione haitiana. Diverse catastrofi hanno colpito il Paese, portando distruzione e miseria. Nell’ottobre 2016, l’uragano Matthew ha fatto centinaia di morti (se ne stimano oltre novecento) e in almeno sessantamila hanno dovuto lasciare le proprie case. Città come Jérémie e Les Cayes, nel sud del Paese, sono state devastate dalla furia del tifone, e i danni ai raccolti sono stati incommensurabili: più dell’80% è andato perduto. Alla fine di aprile le stesse zone sono state nuovamente colpite da forti piogge, che hanno causato inondazioni, frane e smottamenti e hanno gravemente compromesso edifici e infrastrutture. Le frequenti catastrofi naturali stanno prostrando una nazione che non si è ancora ripresa dal terribile sisma del 12 gennaio 2010, che provocò la morte di duecentotrentamila persone e ridusse in macerie gran parte della capitale Port-au-Prince e delle città vicine.

 

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…e sull’ONU il sospetto di aver riportato colera

Una delle più drammatiche conseguenze del terremoto fu, peraltro, la ricomparsa del colera. Dall’ottobre 2010, quando si registrarono i primi casi, il virus ha contagiato oltre settecentomila persone in tutte le dieci province haitiane, uccidendone più di ottomila, e si è diffuso anche agli Stati vicini, in particolare Cuba, Repubblica Dominicana e Messico.

A detta del Centro Statunitense per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie, si è trattato della peggior epidemia di colera della storia recente. Il batterio, che si sviluppa prevalentemente nell’acqua, ha trovato terreno fertile in una situazione in cui il terremoto aveva distrutto gran parte delle infrastrutture e dove centinaia di migliaia di sfollati non avevano accesso al cibo, né tantomeno ad adeguati servizi igienici. Il virus, tuttavia, era stato debellato già da tempo e per oltre un secolo non si erano registrati casi nel Paese.

Si è diffusa, allora, ben presto l’idea che a riportare il colera a Haiti fossero stati i caschi blu nepalesi, portatori della malattia, membri di una missione di peacekeeping dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, che erano stati visti smaltire i propri rifiuti nel fiume Artibonite, da cui la popolazione locale si riforniva di acqua. Gli ufficiali a capo della missione ONU rilasciarono subito un comunicato in cui negarono qualsiasi responsabilità, spiegando come l’unità fosse sottoposta a stringenti standard sanitari. Un’ispezione della base rivelò, però, forti incongruenze tra le dichiarazioni fornite e le reali condizioni del luogo. Le indagini condotte da esperti delle Nazioni Unite conclusero che il batterio che aveva causato l’epidemia di colera era molto simile, seppur non del tutto identico, a quello diffuso in Asia, e in particolare in Nepal, ma affermarono che essa era scoppiata in seguito a una “confluenza di diverse e molteplici circostanze”. Tuttavia, non vennero fornite ulteriori indicazioni su quali potessero essere la reale origine e provenienza del virus.

Oltre scuse e promesse: quale futuro per Haiti?

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Dopo sei anni di polemiche, accuse e smentite, è stato proprio il Segretario Generale delle Nazioni Unite ad invitare l’Organizzazione ad assumersi le proprie responsabilità. In un discorso pronunciato l’1 dicembre 2016, Ban Ki-moon ha chiesto pubblicamente scusa per quanto successo, ammettendo che l’ONU non ha fatto abbastanza per evitare la diffusione del virus e per aiutare le vittime e le loro famiglie. Si è indubbiamente trattato di un primo, importante passo avanti, ma per Haiti non basta.

Nonostante il tasso di contagio del colera sia fortemente diminuito, la patologia ricompare ancora nei momenti di difficoltà e, soprattutto, in seguito alle frequenti ed abbondanti piogge che colpiscono il Paese. Gran parte della popolazione haitiana continua a vivere in condizioni precarie, minacciata dalle malattie e da una crisi idrica che sembra non conoscere fine. I 400 milioni di dollari che il Segretario Ban Ki-moon ha promesso a sostegno delle vittime del colera e i preziosi aiuti finanziari e umanitari forniti dalle ONG sono importanti, ma non ancora sufficienti. Sarà necessaria un’azione più incisiva da parte dell’intera comunità internazionale, con l’attuazione di programmi a medio e lungo termine mirati a fornire al Paese infrastrutture moderne, servizi igienici e sanitari adeguati, piani di sviluppo economico e umano. Solo così Haiti potrà non solo risollevarsi dalla devastazione del terremoto e delle alluvioni, ma anche sperare in un effettivo miglioramento delle condizioni di vita dei propri abitanti, lontano dalla povertà e dal cronico sottosviluppo che ad oggi continuano ad affliggerli.

 

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