Abu Mazen ferma le città a sostegno dei detenuti palestinesi

Palestinian authority President Mahmoud Abbas talks to the media after his meeting with Egyptian President Hosni Mubarak at presidential palace in Cairo, Egypt, 20 October 2009. EPA/KHALED EL FIQI

Ieri nel West Bank, in Palestina, dopo il comunicato diramato da Al Fatah in queste ore che obbliga nella giornata di oggi, 27 aprile, tutti gli esercizi commerciali e le scuole a restare chiusi a sostegno dei detenuti nelle carceri, molte famiglie si prodigano tra supermercati e mercati di strada a fare provviste per i prossimi giorni. La giornata non casualmente si trova a cavallo del venerdì, che in queste zone rappresenta la nostra domenica e ci porta ad immaginare l’alta adesione ai cortei di protesta nelle prossime ore, ancora maggiore di quelli coinvolti nella scorsa settimana. Da 1.300 ad oggi i detenuti che hanno aderito alla campagna degli stomaci vuoti è salito a 1.800, siamo al decimo giorno dal comunicato di Marwan Bargouthi che è riuscito con questa strategia non violenta a portare gran parte dei media dalla sua parte, obbligando così anche il mondo occidentale ad osservare più da vicino la disperazione di un intero popolo.

Ma cosa pensano le persone comuni che si incontrano per strada qui in Palestina? La maggior parte di essi dichiara sgomento nei confronti di Israele che non si rende conto di cosa questo possa portare, molti hanno paura che le tensioni salgano e si proclami così l’inizio di una nuova intifada. Molti altri ancora non comprendono come possa lo stato di Israele prendere tempo pur sapendo che vi sono 1.500 persone senza cibo, domandandosi così, per quanto tempo questa protesta potrà andare avanti, c’è invece chi preoccupato teme ritorsioni sulla popolazione per convincere i detenuti a bloccare questa battaglia.

Ci si rende presto conto in queste terre che spesso le emozioni che come le decisioni siano lasciate al caso, la gente aspetta che qualcosa cambi, pur protestando quotidianamente nell’assenza di comunicazioni dirette anche da parte del governo in carica.  Quasi inesistenti le informazioni su eventuali mediazioni in atto, questo non sapere alimenta quel mal contento che rischia prendere piede su larga scala portando così un aumento della rabbia e del bisogno di giustizia.

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Antonietta Chiodo

Antonietta Chiodo, nata a Roma nel 1976, cresciuta a Milano, nel 2003 si trasferisce a Torino collaborando con il Gruppo Abele, denunciando tra l’altro le detenzioni carcerarie dei minori e gli stati di abbandono delle popolazioni colpite dall’ AIDS. Continua il lavoro di ricerca con associazioni legate alla tutela dei minori e delle donne rifugiate in Italia, collaborando tra l’altro alla stesura di un libro della studiosa italiana Milena Rampoldi contro le MGF. Continua a scrivere articoli per il portale internazionale ProMosaik, focalizzando soprattutto sulla Palestina. Nel 2011 trascorre due mesi ad Aleppo, al fianco della popolazione colpita dalla guerra con attivisti e dottori europei volontari. Tra il 2012 ed il 2013 in Brasile sostiene la formazione culturale dei bambini delle Favelas. Scrive per Pressenza, e tutt’oggi per ProMosaik e Social News. Tra il 2014 e il 2015 segue gli sbarchi dei profughi in Calabria e le sparizioni dei bambini non accompagnati. Nell’autunno del 2016 si reca in un campo profughi palestinese. Ritornata in Italia, in collaborazione con l’attivista Dario Lo Scalzo, giornalista e video maker, prenderà vita il progetto “La Pace dei Bimbi” che la vedrà nei mesi da Aprile a Luglio 2017 impegnata nei campi profughi della Cisgiordania per far sentire la voce dei bambini, cresciuti sotto l’occupazione israeliana. 

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