L’ultima crisi in Iraq: il trionfo dell’ISIS

di Valentina Tonutti

http://i2.mirror.co.uk

http://i2.mirror.co.uk

In arabo lo chiamano Daesh, in Occidente lo chiamiamo con un acronimo, ma in ogni modo lo si voglia leggere l’ISIS è il nuovo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, il nuovo Stato Islamico.

Proclamato il 5 luglio 2014, lo Stato islamico con a capo Abu Bakr al Baghdadi si ritrova ora a poter controllare vasta parte dell’Iraq, del Levante e della Siria, forte di un esercito di 30 mila uomini pronti a sostenere la loro forza politica senza guardare in faccia nessun altro.
La proclamazione – avvenuta durante un sermone svoltosi all’interno di una moschea di Mosul – ha avuto eco in tutta la comunità islamica imponendosi prepotentemente come nuova forza politica e facendoci dimenticare in un attimo anche le nefandezze dell’al-Qaida degli ultimi dieci anni.

Cos’è l’ISIS
Il movimento viene fondato nel 2003 da Abu Musab al Zarqawi ed inizia ad agire in seguito all’invasione americana dell’Iraq (all’epoca guidato da Saddam Hussein). Nel giro di un anno dalla nascita, il gruppo si muove in ausilio ad al-Qaida – il più potente gruppo jihadista capitanato da Bin Laden – riuscendo a ritagliarsi una propria autonomia.
Nel 2006 il fondatore al Zarqawi viene ucciso dai bombardamenti americani e la leadership passa a Abu Omar al Baghdadi e in seguito a Abu Bakr al Baghadi, che nel 2010 diventa ufficialmente il leader del gruppo terroristico, all’epoca denominato ancora Isi.
Oggi, successivamente alla proclamazione del califfato in Iraq,  l’ISIS controlla ed opera in tutto il territorio dell’Iraq occidentale e nella parte orientale della Siria, dimostrando una potenza militare e ideologica che pochi altri gruppi jihadisti hanno mai dimostrato di avere e che sembra non intendere fermarsi facilmente.
L’ultima “s” dell’acronimo deriva da “al-Sham”, che significa Levante, Siria o Damasco, ma il loro obiettivo non si circoscrive a solamente questa zona: le loro cellule sono già stanziate in gran parte del Medio Oriente in modo da rendere ancora più solida la loro rete terroristica.
L’ampio supporto da parte dei sunniti al movimento jihadista ISIS deriva dal malcontento generato dalla fallimentare strategia del governo iracheno degli ultimi anni, che dopo la caduta di Saddam Hussein nel 2011 ha cercato di indebolire i leader sunniti negando alla popolazione la possibilità di essere rappresentati e pertanto marginalizzandoli economicamente e socialmente.
Il punto di forza della loro strategia militare è l’attacco a sorpresa volto a colpire il massimo degli obiettivi possibili e diffondere la paura prima di ritirarsi, insieme  agli attacchi tramite volontari suicidi altrettanto frequenti, come è accaduto nel caso del veicolo esploso nei pressi della sede del partito curdo a Jalawla a nord est di Baghdad.

Il voltafaccia con al-Qaida e il massacro degli yazidi
E’ nel febbraio del 2014 che però avviene la clamorosa rottura con la madre al-Qaida, quando nei territori a nord della Siria le forze militari del califfato si impadroniscono di Mosul (provincia di Ninive e Kirkuk) disobbedendo alle direttive di  al Zawahiri, il leader di al-Qaida che aveva imposto ad al Baghdadi di focalizzarsi solo sull’Iraq: l’ISIS non ci sta e decide di perseguire il suo obiettivo: la creazione del Califfato dell’Iraq, del Levante e della Siria, definendo così la rottura definitiva con l’ex “sorella” ideologica.
L’ISIS inizia così ad attuare una politica di gran lunga più brutale di quella delineata negli anni già da al-Qaida, specialmente nei confronti dei cristiani e soprattutto grazie all’ausilio delle truppe sunnite.
Le foto di amputazioni, decapitazioni, persone martoriate dalle torture, fanno il giro del mondo e la brutalità dei metodi bellici islamici è ormai alla luce del sole e dei click.
Sono di pochi giorni fa i dati elaborati dal ministero iracheno per i Diritti Umani che annunciano almeno 500 morti di civili yazidi, uccisi e sepolti vivi dalle forze dell’ISIS, che non risparmiano neanche donne e bambini. Gli yazidi appartengono ad una minoranza curda di circa 500.000 persone con religione piuttosto autonoma e  considerati dai fondamentalisti  islamici «adoratori del diavolo» perché praticanti riti e culti rivolti ad un Dio che è in relazione con il mondo attraverso sette angeli. Il primo di questi è chiamato Angelo Pavone, un “angelo caduto” adorato per il suo potere di creatore, ben lontano dalla concezione cristiana che lo ricondurrebbe a Satana ma sufficiente ai jihadisti per concentrare il loro odio nei confronti di questa tribù.
Gli yazidi, inoltre, si dicono discendenti dalla famiglia califfale ommiade, odiata dagli estremisti sunniti. Uno sterminio che sta facendo migrare centinaia di perseguitati costretti a cercare rifugio – proprio in questi giorni – se non vogliono rischiare l’estinzione.

L’altra voce dell’Islam
Sono molteplici i musulmani che si oppongono alle azioni dell’ISIS, e non solo a causa delle loro carneficine, ma proprio per la violazione dei fondamentali dell’Islam.
Paesi con un alto tasso di musulmani presenti come l’India e l’Indonesia si sono recentemente esposti per rivendicare il vero animo della loro religione, condannando aspramente le azioni dell’ISIS e definendole ben lontane dallo spirito islamico.
Come ha anche sostenuto l’eminente studioso indiano Maulana Wahiduddin Khan, l’autoproclamazione del Califfo non è tollerata dai principi fondamentali islamici, per cui questa può avvenire o tramite diretta designazione del Profeta (cosa, oggi, alquanto difficile) o per designazione del precedente Imam o per “elezione” dalla maggioranza della comunità. (A. Bausani).
Nonostante l’India possa sembrare lontana dagli avvenimenti che stanno avendo luogo in Siria, in Iraq e nelle zone limitrofe, è anche qui che le cellule jihadiste dell’ISIS si stanno dipanando sempre di più.
http://www.nytimes.com/2014/08/05/world/asia/india-shaken-by-case-of-muslim-men-missing-in-iraq.html?_r=0
ma le autorità del paese si son da subito poste in opposizione, loro come la gran parte del Sud-Est asiatico http://www.fides.org/it/news/55686-ASIA_L_islam_asiatico_rigetta_il_califfato_in_Iraq_e_Siria#.U-obf_l_uSo

Le risposte dell’Occidente

Stati Uniti – Come sostiene il Pentagono negli ultimi giorni, gli Usa intendono continuare ad assistere il popolo iraqeno e curdo contro i militanti dello Stato islamico de l’ISIS attraverso il lancio di altri raid aerei ma allo stesso tempo concedendo aiuti umanitari ai rifugiati sulle montagne, ai cittadini e agli americani presenti in loco, aiutare i pershmerga curdi nella difesa di Erbil e blindare il Kurdistan iraqeno, considerato fino ad oggi un importante alleato per gli USA.
In pratica, l’amministrazione americana si sta augurando che perpetuando gli attacchi aerei le forze dell’ISIS si sposteranno in altre zone mentre loro permetteranno un passaggio per i fuggitivi ma l’ISIS è stato chiaro “vogliamo alzare la bandiera di Allah sulla Casa Bianca”, ha dichiarato il portavoce del gruppo terroristico Abu Mosa l’8 agosto. “Non siate codardi attaccandoci con i droni” – continua il leader – “inviate sul posto i vostri militari, quelli che abbiamo umiliato in Iraq. Li umilieremo  dovunque, seguendo la volontà di Dio, e innalzeremo la bandiera di Allah sulla Casa Bianca”.
Parole che risuoneranno forti e chiare nelle orecchie del Presidente Obama, che soltanto il giorno prima ha autorizzato ulteriori attacchi aerei.

Guarda il video dell’ultimo discorso di Obama alla Casa Bianca qua:
http://www.whitehouse.gov/photos-and-video/video/2014/08/11/president-obama-discusses-latest-developments-iraq

La Francia e l’Inghilterra – Era il 2003 quando al contrario della Gran Bretagna la Francia si oppose nettamente all’intervento americano in Iraq che diede inizio alla tragica guerra che ancora sembra lontana da una risoluzione efficace ma oggi, dopo ben oltre dieci anni di guerra, il presidente Francois Hollande sembra imporre una politica più confusa e dubbiosa.
E’ notizia soltanto dell’ultima settimana che la Francia avrebbe intenzione di dare supporto all’Iraq. Le fonti diplomatiche non specificano i mezzi che verranno utilizzati per dare lo stesso ma è stato reso noto che verrà offerto supporto tecnico alle forze autonome curde del nord Iraq, escludendo qualsiasi intervento militare. “Data la serietà della situazione, la Francia richiede che venga convocato con urgenza l’incontro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite in modo tale che la comunità internazionale possa muoversi insieme”, ha detto il ministro degli Affari Esteri francese Laurent Fabius.
Per quanto riguarda l’altro antico firmatario dell’accordo di Skyes-Picot – col quale il Regno Unito e la Francia definirono l’influenza e il controllo nel Medio Oriente nel 1919 – il Primo Ministro David Cameron ha dichiarato la volontà di voler aiutare i civili in difficoltà, specialmente quelli rifugiati sul Monte Sinjar:
“I fully agree with the President that we should stand up for the values we believe in – the right to freedom and dignity, whatever your religious beliefs” – ha dichiarato il Premier, proprio in questi giorni sotto pressione dei conservatori e laburisti inglesi per i quali urge un dibattito parlamentare sulla questione. Come dichiarato dal Guardian, la maggioranza dei parlamentari inglesi è favorevole ad un intervento più incisivo sul campo di guerra e a concedere agli amici curdi gli aiuti militari da loro richiesti.
In questi giorni David Cameron si sta godendo la sua seconda vacanza dell’anno su una spiaggia portoghese,
http://www.dailymail.co.uk/news/article-2721462/Barefoot-chilling-David-Cameron-beach-second-foreign-holiday-year-shocking-new-humanitarian-crisis-unfolds-Iraq.html
ma è notizia delle ultime ore che si sta avvicinando il momento per la Royal Air Force di intervenire sul Monte Sinjar (nord Iraq), dove i RAF stanno già distribuendo aiuti a centinaia di persone rifugiate.
Secondo quanto riferito dall’ex Liam Fox  il supporto aereo britannico sarà volto anche a supportare militarmente le milizie curde che stanno combattendo i militanti islamici.

L’Italia – Secondo quanto dichiarato dal ministro degli Esteri Federica Mogherini in un’intervista su Radio1, il nostro governo sta valutando insieme agli altri leader europei quali siano le forme più efficaci da utilizzare per portare il nostro sostegno al popolo iraqeno e per fermare l’ISIS.
“La necessità immediata – ha proseguito il ministro – è fermare lo stato islamico a protezione dei civili e questo lo si può fare e lo stiamo facendo con gli aiuti dal punto di vista umanitario: l’Italia ha stanziato più di un milione di euro”.
La Mogherini sottolinea il bisogno di una mobilitazione internazionale e non solo sul fronte civile, parole dalle quali traspare che un nostro intervento diretto e autonomo volto alla conclusione di questa guerra sia ancora molto, molto lontano.

Srebrenica, Ruanda, Iraq. Come se niente fosse successo. Come se il panorama attuale iraqeno fosse un’immagine nuova  agli occhi dei leader europei.
Tutti guardano, analizzano,  riflettono e commentano ma i meccanismi del terrorismo e del genocidio nonostante gli studiosi, i manuali, le ricerche sono spaventevolmente paludosi e se Leon Trotsky negli anni ’30 disse “Oggi centinaia di milioni di persone usano l’elettricità e ancora credono nella forza dell’esorcismo”, oggi, nell’agosto del 2014 (ndr. In Iraq, come in altre numerose parti del mondo) un altro brutale massacro a sfondo etnico-religioso rimane impunito.
Nonostante tutti abbiano l’elettricità.
Nonostante l’internet.
Nonostante YouTube.
Nonostante gli smartphone.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *