L’Unione Europea e il cambiamento climatico

di Alfonso De Laurentiis

http://www.urbanocreativonews.it

http://www.urbanocreativonews.it

Il cambiamento climatico è una delle sfide che la nostra società è chiamata ad affrontare. Al centro della questione si trova certamente il riscaldamento dell’atmosfera e degli oceani; inoltre, in molti casi è stato dimostrato un legame diretto tra l’attività umana e i gas serra. Le implicazioni sono molto serie: aumento della temperatura globale, alto rischio di alluvioni e incendi, diffusione di malattie e perdite economiche correlate a tali fattori. Per di più, sono i Paesi più poveri quelli che soffrono in misura maggiore poiché molto legati alla pesca e all’agricoltura e sono resi ancora più vulnerabili dalla mancanza di risorse e tecnologie per far fronte ai cambiamenti di portata globale. E per risolvere problemi globali servono misure efficaci, a livello nazionale e a livello internazionale.

All’interno di questo quadro va inserito il ruolo dell’Unione Europea nella gestione del cambiamento climatico e nei processi di negoziazione globale. Da quando si è fatto più pressante il tema del cambiamento climatico come tema globale, le politiche sul clima hanno avuto una robusta proliferazione a livello nazionale e regionale e ciò è particolarmente vero con riferimento all’Unione Europea. L’Unione Europea ha adottato una serie di politiche e le ha integrate in diversi settori: energia, ambiente, trasporti. Gli obiettivi del 20-20-20 e il mercato UE delle emissioni sono probabilmente i due aspetti più rilevanti dell’intera politica climatica dell’UE. Il mercato UE delle emissioni è il mercato delle emissioni più grande al mondo e gli obiettivi del 20-20-20 da raggiungere entro il 2020 prevedono una riduzione dei gas serra del 20%; l’espansione delle energie rinnovabili del 20% sul totale del consumo di energia; la riduzione del consumo complessivo del 20%. Oltre a queste misure innovative a livello interno ed europeo, l’Unione Europea svolge anche un ruolo importante nella ricerca di un accordo internazionale che limiti le emissioni di gas serra. In passato vari Paesi sviluppati si sono tirati fuori da questo tipo di accordi internazionali e i Paesi in via di sviluppo erano per la maggior parte esentati da tali restrizioni. Questi meccanismi però potrebbero essere modificati in futuro.

Il proposito di base per le prossime negoziazioni sarà di stabilire nuovi obiettivi per ridurre le emissioni di gas serra nel periodo post-2020 e impegnare i Paesi sviluppati e i Paesi in via di sviluppo nella concretizzazione di tali obiettivi. L’Unione Europea, così come alcuni Paesi sviluppati (tra questi gli USA), sono pronti a far sì che le economie in forte crescita (prime tra tutte la Cina e l’India) si assumano la responsabilità delle proprie emissioni proprio a causa del loro attuale status di maggiori emettitori del mondo. Per questa ragione la Cina dovrebbe ridurre la crescita economica per abbassare il livello delle emissioni di gas serra? Sarebbe una richiesta equa?

Esaminando il tema delle economie emergenti sarebbe utile rilevare che oltre alle emissioni di gas serra attuali bisogna prendere in considerazione il totale delle passate emissioni, ossia quelle già presenti nell’atmosfera, causate dai Paesi sviluppati sin dai tempi della Seconda Rivoluzione Industriale, iniziata a metà ‘800. Inoltre, spostando l’attenzione sulle grandi emissioni delle economie emergenti si dovrebbe, allo stesso tempo, dare il giusto peso alle grandi popolazioni coinvolte e ai problemi di povertà interni ad alcuni Paesi. Ciò non vuol dire che le economie emergenti non dovrebbero mettere in atto un programma di lotta alle emissioni, ma è necessario analizzare il problema alla luce di un discorso generale. Secondo un’opinione diffusa l’attività di contrasto al cambiamento climatico rappresenta un’azione collettiva di tutti i Paesi e di conseguenza non è possibile chiedere a un singolo Paese o a un gruppo di Paesi di trattare la materia in maniera indipendente. Ancora più importante è lo sviluppo di tecnologie più pulite nell’ambito delle nuove fonti di energia in vista di un futuro superamento del conflitto tra riduzione delle emissioni e crescita economica. In effetti, oltre a chiedersi chi dovrebbe assumersi le responsabilità, forse un approccio più efficace consiste nello stimolare il modo in cui, nei Paesi in via di sviluppo, vengono migliorate le tecnologie al fine di ridurre la povertà e dare un taglio netto alle emissioni.

Più in generale, immaginando un accordo globale per combattere il cambiamento climatico una delle soluzioni potrebbe essere riassunta in tre principi fondamentali: il primo principio riguarda la distribuzione egualitaria, basato su un rapporto di emissioni pro capite; il secondo principio introduce la responsabilità del consumo, rendendo il consumatore o gruppi di consumatori responsabili anche per le emissioni generate durante il processo di produzione dei beni tenendo ben presente che il consumo è l’elemento portante del sistema produttivo; il terzo principio si basa sulla quantificazione delle emissioni attuali e di quelle storiche a partire dal 1850, con l’intento di fornire una fotografia chiara delle emissioni attuali e storiche di ogni Paese e i vari contributi al cambiamento climatico. Solo seguendo questi principi è possibile differenziare le responsabilità tra i vari Paesi.

 A causa delle difficoltà incontrate negli anni passati, non è un mistero che un accordo globale efficace sia un obiettivo complicato da raggiungere. L’attività di contrasto al cambiamento climatico presuppone un’azione collettiva e condivisa che coinvolga ogni Paese, ma ha anche bisogno che ogni singolo cittadino si comporti seguendo una logica ecosostenibile. Il messaggio è chiaro: dalle persone alla governance multilaterale, tutti devono essere incoraggiati a mettersi in gioco secondo le proprie capacità e competenze.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *