Toc-toc, qui Baviera…

di Giulia Pezzano

http://www.scuoleasso.gov.it

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Guten Tag, Leute. Sono recentemente stata a Monaco di Baviera, squisita città della Germania meridionale, culturalmente molto poco tedesca ma economicamente cuore pulsante dell’intera Nazione. Ho avuto il piacere di partecipare ad una conferenza organizzata dalla Camera di Commercio Italo – Tedesca sul tema della logistica e delle infrastrutture in ambito UE.

I bocconi amari da ingoiare sono stati molti: in primis l’assenza di qualsivoglia istituzione italiana (ad eccezione del Sindaco di Trieste Cosolini, la cui presenza è stata totalmente irrilevante), fatto che già di per sé basta a rendere l’idea del totale disinteresse da parte del nostro Paese, che è emerso chiaramente nel corso del convegno.

In secundis, la drammaticità della grottesca situazione che si è profilata. Tutti gli operatori Bavaresi che sono intervenuti (operanti in vari settori, dalla portualità alle ferrovie all’autotrasporto) hanno continuato a implorarci (neanche troppo fra le righe) di offrire loro un piano strutturato e organico di cooperazione fra tutti i porti del Nord Adriatico (Trieste, Venezia e Capodistria), in modo da permettere loro di abbandonare i grandi porti del Nord (Amburgo, Rotterdam, Anversa, Amsterdam) per investire nella nostra regione. Sapete qual è stato il feedback dei nostri operatori? Nessuno. Zero. I rappresentanti dei porticcioli di Venezia e Trieste hanno ritenuto più proficuo intraprendere una gara a chi abbia investito di più, a chi abbia i terminal più efficienti e il retroporto più sviluppato, non essendo in grado, nemmeno a seguito di domande chiare e dirette (alla tedesca), di offrire assolutamente nessuno spunto alla brama degli amici Bavaresi.

Ma intraprendiamo una disanima più dettagliata del problema: sorge spontaneo domandarsi quali sono i motivi che spingono la Germania ad investire in Italia abbandonando i superefficienti porti del nord. La risposta non è semplice come sembra. Innanzitutto i grandi porti settentrionali sono al limite della loro capacità: movimentano quasi 40 milioni di Teus all’anno, dato che si può comprendere fino in fondo solo se confrontato ai miseri 1,2 milioni movimentati da tutti i porti dell’Alto Adriatico. In una prospettiva futura risulta quindi irrinunciabile la ricerca di nuovi sbocchi.

Altro aspetto non irrilevante è quello temporale: infatti sfruttando i porti del Nord Adriatico, ipotizzando un’organizzazione efficacie e organica e un retroporto efficiente, si risparmierebbero ben 5 giorni di viaggio.

In ultimo, l’alta movimentazione dei grandi porti settentrionali comporta che il danno provocato da un eventuale ritardo (evento non certo infrequente) si ripercuote ben oltre il carico interessato, congestionando tutte le movimentazioni successive.

Tutti questi motivi fanno sì che la Baviera sia estremamente interessata ad investire sui nostri porti. Tuttavia questo interesse deve scontrarsi non solo con il desolante scenario poc’anzi descritto, ma anche con i numeri. E qui i dolori sono ancora maggiori. Nessuno dei nostri porti potrebbe essere considerato anche vagamente competitivo con quelli del Nord: fra Trieste, Venezia, Ravenna e Capodistria non vi è un solo porto che offre una capacità di gestione di contenitori superiore a 500.000 ed in grado di servire navi da 18.000 teus. Ma questo è risaputo: vi è la consapevolezza che noi siamo Davide e loro Golìa. Non è questo il problema. Il problema è che invece di sedersi tutti attorno a un tavolo per elaborare un’offerta organica e competitiva, i capetti delle nostre darsene preferiscono litigare tra loro. Questo è, economicamente parlando, agghiacciante.

Oltre all’atrocità insita nell’eventuale spreco di questa occasione di sviluppo e di competitività offerta al nostro Paese, ci sono altri motivi che spingono verso un’inderogabile ripianificazione portuale dello Stivale.

Forse non tutti sanno infatti che i porti di Trieste, Monfalcone, Venezia e Porto Nogaro sono situati proprio sullo sbocco di un importantissimo corridoio europeo, quello denominato Adriatico – Baltico (che è anche una delle Ten – T). Ciò significa che sono proprio i porti che l’Unione Europea intende sfruttare nella pianificazione logistica del territorio; dunque per la loro ristrutturazione sono stati stanziati fondi, tanti fondi.

Dobbiamo quindi temere che presto sentiremo parlare dell’”Italian Harbour”? Sta a noi deciderlo. E’ sulle spalle del nostro Paese, sulle spalle delle nostre istituzioni, la responsabilità di scegliere. Scegliere se vogliamo riprenderci il prestigio, l’influenza che questa povera Italia aveva tanto, troppo tempo fa; scegliere se diventare finalmente attori di questa Europa o se continuare a esserne pallide comparse; scegliere se sfruttare questa tanto acclamata sovranità nazionale per il bene del Paese o se continuare a sbandierarla solo per fini elettorali.

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