Le insidie della diplomazia

Antonello Folco Biagini

A differenza di occasioni passate, stavolta Putin e Lavrov sembrano vicini al loro obiettivo avendo adottato il registro dialettico ed i principi giuridici utilizzati tradizionalmente dagli Stati Uniti e dai loro alleati.

La possibilità di un intervento militare in Siria da parte di una nuova “coalizione dei volenterosi” (ancora in nuce, in quanto il suo unico pilastro certo erano gli Stati Uniti) è sembrata concretizzarsi per poi giungere, nel giro di un paio di giorni, sul punto di svanire.
Le ragioni a favore dell’operazione (sembrerebbe di carattere solo punitivo), riprendendo una prassi ormai in via di consolidamento, si fondano su quel principio emergente del diritto internazionale, la “responsibility to protect”, che aveva ispirato la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu fornendo la cornice legale per l’operazione Odissey Dawn in Libia. Questo principio tende a trasformare la sovranità statale dal suo status di diritto – all’intangibilità esterna della sfera domestica – a quello di dovere dei Governi, attribuendo alla Comunità internazionale, nel caso in cui i primi disattendessero alle loro responsabilità verso i cittadini, il compito di porre fine con qualsiasi mezzo a quattro “reati internazionali”: genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e pulizia etnica. Sebbene a Washington nessuno ami il regime di Assad, non si è verificata un’omogeneità di vedute sulla possibile apertura di un nuovo fronte in Medio Oriente, per ragioni sia di ordine economico, sia strategico. L’opzione boots on the ground, la quale, nonostante gli errori commessi in Iraq ed Afghanistan, garantirebbe un controllo minimo sul ripristino della statualità in Siria, non è auspicabile in un momento di recessione come quello attuale e, verosimilmente, provocherebbe una perdita di popolarità del Presidente in carica, non solo nell’opinione pubblica americana. Altrettanto problematica appare la soluzione dell’attacco aereo che, senza abbattere il regime di Assad, potrebbe indebolirlo al punto da creare una situazione di equilibrio tra le tre parti in lotta (i lealisti, i ribelli “filo-occidentali” e i ribelli islamisti). Questa soluzione rischia di trasformare in realtà uno dei peggiori incubi dell’America, nonché di Israele: un periodo più o meno lungo di anarchia collegato al protrarsi di una guerra civile ed al sorgere de facto di almeno due soggetti statali nell’area.
Si tratta di una prospettiva che contribuirebbe a rendere ancora più instabile il vicino Iraq, la cui Democrazia risulta ancora estremamente debole, profilando la possibilità di costituire un campo di battaglia unico nella regione centrale del Medio Oriente che risucchierebbe in una spirale di violenza anche i pochi risultati conseguiti dalla missione Iraqi freedom. Così, il premio nobel per la pace Barack Obama si è trovato nella scomoda posizione di dover porre una soglia di accesso suppletiva al ricorso alla forza da parte del suo esercito, individuata nel ricorso alle armi chimiche da parte del regime di Assad. Il verificarsi di questa condizione è stata interpretata dal partito dei “falchi” come la possibilità di abbattere l’ennesimo regime dispotico in Medio Oriente proseguendo nell’opera di esportazione della Democrazia che ha caratterizzato tutte le amministrazioni americane a partire dalla presidenza di Franklin Delano Roosvelt (con le eccezioni di quella Nixon e Bush senior). Per il partito delle “colombe”, al contrario, è suonata come un campanello di allarme per il mantenimento della stabilità in un’area considerata nevralgica per gli equilibri mondiali e su cui gli Stati Uniti, al momento, non potrebbero permettersi un impegno neanche di breve periodo, senza trascurare i danni all’immagine di un presidente che ha impostato la propria linea politica – nonché la propria campagna elettorale – secondo un approccio diverso alle crisi internazionali dai suoi predecessori.
L’impasse provocata dalla combinazione tra l’estrema difficoltà nel distinguere tra uno Stato che sta effettuando un’operazione di polizia interna ed uno che sta ponendo in essere una delle quattro fattispecie di reato internazionale (difficoltà che in altre occasioni è stata comunque superata) e dalla riluttanza dell’amministrazione Obama ad optare per la soluzione militare sembrava essere stata sbloccata, oltre che dalla crescente attenzione suscitata dai mass media sulla crisi siriana e dallo stile provocatorio della “diplomazia” di Damasco, soprattutto dal ricorso alle armi chimiche da parte dell’esercito regolare.
La proposta russa di mettere sotto controllo l’arsenale in possesso del regime di Assad e l’annuncio di quest’ultimo di voler aderire al trattato mondiale contro le armi chimiche, tuttavia, hanno toccato il nervo scoperto della politica internazionale delle potenze occidentali a partire dagli anni ‘90: la creazione di un quadro giuridico fondato sulla difesa dei diritti umani in grado di legittimare le operazioni militari contro uno Stato sovrano. La duplice iniziativa di Mosca e Damasco, la cui sincronia è evidentemente frutto di un coordinamento, mettendo al centro delle argomentazioni contrarie allo strike aereo la volontà di giungere ad una soluzione pacifica della crisi e di far tornare le armi non convenzionali siriane sotto il controllo della Comunità internazionale, sembra aver prodotto gli effetti auspicati. A differenza di occasioni passate, quando la Russia si era distinta per una politica tanto muscolare quanto inefficace, stavolta Putin e Lavrov sembrano vicini al loro obiettivo avendo adottato il registro dialettico ed i principi giuridici utilizzati tradizionalmente dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Cosa ci insegna, dunque, questa prima (e, ci auguriamo, ultima) fase della crisi siriana? Anzitutto, che dietro la politica di difesa dei “diritti umani” si celano molte insidie, anche per la superpotenza. I tentennamenti rispetto alla durezza delle operazioni che il regime siriano conduce ormai da due anni contro le roccaforti dei ribelli (o, quanto meno, dalla sua immagine che ci arriva attraverso i media che coprono la crisi) rischiano di metterne a nudo la natura strumentale di politica di potenza e l’utilizzo che ne era stato fatto in passato per legittimare di fronte ai tax payers americani ed all’opinione pubblica mondiale il perseguimento – legittimo – di Washington del proprio interesse nazionale, celato dietro un concetto tanto astratto, quanto manipolabile. In secondo luogo, ci offre un’immagine degli Stati Uniti come di una superpotenza riluttante ad assumere il ruolo di prestatore d’ordine di ultima istanza in ogni angolo del globo, rinunciando, di fatto, al ruolo di “gendarme del mondo”. Nonostante il sistema internazionale versi ancora in una condizione “unipolare”, la rinuncia americana a ricorrere alla forza laddove una “piccola” potenza ne sfidi apertamente l’autorità, potrebbe incentivare comportamenti simili, innescando un meccanismo che, nel prossimo futuro, potrebbe riportare il sistema internazionale ad un equilibrio multipolare. L’evoluzione della crisi, inoltre, dimostra che le altre potenze con un ruolo di primo piano nella regione (Francia, Arabia Saudita e Qatar) sono in grado di destabilizzare un regime ostile, ma non di ricorrere alla forza per abbatterlo e ripristinare l’ordine, rimanendo così legate alle scelte di Washington. Una nota a parte merita la Turchia, la quale, nei confronti della crisi siriana, ha sempre mostrato un atteggiamento fortemente interventista, promuovendo anche azioni di carattere militare, seppure limitate. È, infine, possibile notare come la Russia stia tentando di uscire dal “cortile di casa”, costituito dall’ex spazio sovietico in cui era rimasta circoscritta negli anni ‘90 e 2000, per difendere concretamente i propri interessi in una area geopolitica più ampia, il cui primo risultato di grande rilievo potrebbe essere la difesa del suo accesso al Mar Mediterraneo nel porto siriano di Tartus.

Antonello Folco Biagini
Prorettore per la Cooperazione e Rapporti Internazionali
Università di Roma La Sapienza

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