Azzardopoli

Daniele Poto

Si è calcolato che ogni deviante trascina nella sua deriva sette persone, considerando familiari più o meno stretti, parenti lontani, usurai.

La bolla speculativa del gioco d’azzardo si sta sgonfiando con lo stesso fragore del grande botto dell’economia speculativa nell’era della globalizzazione. Una lobby buona, non necessariamente anti-proibizionista, contro quella istituzionale. Con lo Stato (il governo, i partiti) che riconoscono gli errori di fondo nella politica del gioco, oggi tout court gioco d’azzardo. È venuto meno il postulato (anzi, la certezza) che valorizzare il gioco legale fosse un valido antidoto contro l’illegalità diffusa del comparto. Si è invece scoperto che i territori sono confusi, che uno incentiva l’altro. E, dunque, che grandi organizzazioni criminali sono pronte, con agile strategia, a manipolare con attitudini anfibie le nuove creazioni in materia di giochi, oltre che le nuove modalità (telefoniche, telematiche). La delega ai Monopoli di Stato deve prevedere precisi limiti nel momento in cui si teorizza che l’incasso dal mercato dei giochi possa dilatarsi a 100 miliardi di euro nel 2012, la somma di più finanziarie di Berlusconi e di Monti. Ma con una rendita per lo Stato non superiore ai dieci miliardi. La grande domanda alternativa, invece, è la seguente: se le devianze da gioco patologico dovessero essere validate nei livelli elementari di assistenza sanitaria (Lea), quale costo potrebbe essere stimato per recuperare 800.000 ludopati? La risposta è retorica ed implicita. I dieci miliardi incassati con la tassazione primaria e secondaria non basterebbero, se portati in dote al servizio sanitario nazionale.

Dunque, lo Stato si fa ora carico e tramuta in realtà l’etichetta di Gioco Responsabile e Gioco Sicuro, togliendo la maschera di legittimità ad uno slogan come “Gioca il giusto”. Ma giusto quanto? L’intera pensione, uno stipendio, la cassa della posta controllata da un dipendente? Il deviante non conosce limiti e la fotografia sull’esistente documenta vischiosità e numeri impressionanti. Gioca un Italiano su due e persino l’apparentemente innocuo Gratta e Vinci (specialità in cui l’Italia conquista il primato mondiale) scatena compulsività. Anche la casalinga non è indenne dalla devianza. Con l’induzione di bisogni secondari, si è creato un universo borderline composto da due milioni di individui a rischio. E si è calcolato che ogni deviante trascina nella sua deriva sette persone, considerando familiari più o meno stretti, parenti lontani, usurai. Dunque, al momento, cinque milioni di Italiani – uno su dieci nella popolazione complessiva – si confrontano con lo spinoso problema della dipendenza. Cifre impressionanti se si considera che l’anagrafe della tossicodipendenza arriva ad annoverare circa 400.000 soggetti. È un dato di recente emersione, perché lo Stato ha nascosto a lungo la gravità della situazione. Di più. Al momento, le Asl non riconoscono la patologia, mentre i Monopoli hanno spinto sull’acceleratore di bisogni indotti per aiutare le tasse dello Stato, incoraggiati soprattutto dal Ministro Tremonti.

Ma qualcosa si muove dall’inizio dell’anno: i Monopoli stanno ritirando, come proposta per le scuole, l’ambiguo spot sul Gioco Sicuro rivolto ai più giovani, le Poste rinunciano al progetto di veicolare i giochi d’azzardo nelle proprie sedi tutelate e lo Stato ha cancellato l’opzione-Gratta e Vinci nei supermercati in alternativa al resto. Ma, soprattutto, complice la Commissione Affari Sociali ed un pugno di parlamentari non lobbisti, si va verso un provvedimento di legge che renda applicativa l’attuale normativa e permetta alle forze di polizia di monitorare gli ambienti di gioco e ad un codice deontologico severo di disciplinare l’enorme flusso di pubblicità conseguente ai grandi capitali di budget a disposizione di strutture come Lottomatica e Sisal, tra i primi cinque broker mondiali nell’industria dei giochi. Per un’Italia agli ultimi posti in quasi tutte le graduatorie che indicano progresso civile, è in controtendenza il fatturato dei Giochi, il quale cresce costantemente nel Paese fino a sfiorare gli 80 miliardi a chiusura del bilancio 2011. L’autocritica che le istituzioni stanno formulando è chiara: il gioco è stato per troppo tempo una terra di nessuno, nella quale le nuove introduzioni hanno cannibalizzato le vecchie. Sarà un caso che gli unici giochi in cui entra in ballo un gradiente di competenza e di previsionalità, come il Totocalcio e le scommesse ippiche, siano stati mitridatizzati dalle new entry, complice il Coni e la disciolta Unire? Di più, allargando il discorso, quanto varrebbe il monte ore di ore perse (non investite) nel gioco dagli Italiani? Se calcoliamo due ore di impiego mensili dedicate al gioco pro-capite, le moltiplichiamo per dodici mesi e per i trenta milioni di Italiani che giocano, arriviamo a computare (considerando un valore simbolico minimo di 5 euro, costo/ora) un disvalore di 3,6 miliardi, una parte considerevole del Pil. Quanto renderà per due anni a regime la riforma delle pensioni attuata dalla Fornero.

Si irretiscono nel gioco i più disperati ed i più delusi. Che non si rendono conto della propria patologia perché credono, erroneamente, di poter controllare la compulsività della propria attività ludica. Si rovinano nuclei familiari, progetti, si sconciano comunità. La legalità è violata ad un macro-livello dalle organizzazioni mafiose (41 quelle emerse riportate nel dossier di Libera) che investono immani forze imprenditoriali nell’apertura dei punti gioco, in modo da riciclare convenientemente i grandi capitali a loro disposizione. All’interno di queste strutture, si possono poi taroccare le videolottery, creando dei guadagni enormi con la disconnessione dal controllo dei Monopoli. Illegalmente, si può rimanere all’esterno della gestione limitandosi a pretendere la riscossione puntuale del pizzo ai concessionari in regola. Un pozzo senza fondo. Portando alle estreme conseguenze la dichiarazione resa dall’on Pisanu al programma de La 7 “Gli intoccabili” (“Per ogni euro guadagnato legalmente dallo Stato con il gioco ce ne sono almeno 7-8 acquisiti illegalmente dalle mafie”) si dovrebbe dedurre che quasi la metà del fatturato attuale delle mafie (140 miliardi) provenga da questo ben remunerativo filone. E cresce la percentuale delle donne che giocano, ed aumenta il numero dei giovani, che spesso contempla anche la partecipazione dei minori, in ragione di controlli inesistenti sul territorio. Il richiamo letterario a Dostoevskij, filosofico a Huizinga, iconico a De Sica, è spazzato via dalla prosaicità delle derive patologiche. C’è chi infrange il codice penale proprio per porre fine al parossismo della compulsività. Si anela inconsciamente al carcere. Perché in carcere si può leggere, scrivere, persino recitare, ma non giocare.

Daniele Poto
Ricercatore e giornalista
curatore del rapporto Azzardopoli per Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie

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