L’effetto domino sulle banche

Maurizio Fanni

Le aziende di credito rallentano gli interventi sui prestiti alle imprese e collocano considerevoli masse di liquidità sul mercato mobiliare, investendo in portafogli di titoli ed associando così, alla loro natura di banche di deposito e commerciali e di banche del territorio, quella di società finanziarie e merchant bank.

Non abbiamo ancora toccato il fondo. È questa l’opinione di molti economisti ed interpreti della vita economica del Paese. Sebbene la flessione del tasso di crescita della produzione, del tasso di profitto delle imprese e l’aumento della disoccupazione e dei prezzi al consumo si siano già tradotti in una forte discesa del potere d’acquisto delle famiglie italiane e in un calo della loro propensione al risparmio, lo stato di recessione ora conclamato può ulteriormente aggravarsi. I segnali vanno proprio in questa direzione. Continua, invero, la contrazione del nostro PIL: non si riesce a generare una competitività permanente in molti settori produttivi e – informazione preoccupante di questi giorni – emerge che il rapporto Italy’s Official Debt to GDP Ratio, pari al 120.1%, sarebbe ben inferiore all’Italy’s ActuaL Debt to GDP Ratio, stimato, addirittura, in una misura che raggiungerebbe il 200%.
A giudizio di chi scrive, l’inversione della tendenza descritta, la rivitalizzazione dei consumi, degli investimenti, della capacità di risparmio e, soprattutto, il recupero della capacità produttiva delle imprese, potrebbe avvenire solo attraverso una strategia che vedesse concordi le autorità monetarie, creditizie e di governo del Paese, idonea ad indurre il sistema del credito a privilegiare le funzioni di raccolta del risparmio e di volano degli investimenti. Quelle funzioni, dunque, che hanno caratterizzato da sempre le banche di deposito e commerciali nella loro veste di istituzioni che raccolgono liquidità dai risparmiatori per impiegarla in prestiti alle imprese, con ciò revisionando l’assunto ideologico che la banca sia un’impresa come tutte le altre, libera di operare sui mercati finanziari senza freni, ricercando la massimizzazione del profitto.
L’accordo di Basilea 2, e quello successivo di Basilea 3, accolti ed applicati rigorosamente quali strumenti diretti ad impedire che il rischio di default venisse esportato dalle imprese alle banche e ad assicurare la solvibilità permanente di queste, perdono significato in un contesto nuovo, in cui le aziende di credito (ormai distanti dal loro ruolo originario e controllate da azionisti che perseguono interessi molteplici) rallentano gli interventi sui prestiti alle imprese e collocano, invece, considerevoli masse di liquidità sul mercato mobiliare, investendo in portafogli di titoli ed associando così, alla loro natura di banche di deposito e commerciali e di banche del territorio, quella di società finanziarie e merchant bank.
È difficile accettare una tale trasformazione. Non perché l’economia di mercato non possa accogliere, sorreggere e giustificare le scelte di qualsivoglia tipo di industria del credito, ma in quanto qualunque mercato, in un sistema economico moderno, non può trovare compimento entro le stanze, ad arbitrio pieno, dell’amministratore delegato del gruppo bancario. La crisi emersa in modo chiaro nel 2007, complici i contratti sub prime americani, e alimentata da processi tossici di cartolarizzazioni somministrate e diffuse da tutte le banche nel sistema globalizzato, con effetti presenti ancora oggi, richiama l’esigenza di una rivisitazione del concetto di mercato e di economia di mercato.
L’innegabile impatto che accompagna il vissuto delle grandi banche, tanto negli investimenti, quanto nelle crisi, influisce sulla sorte del sistema sociale, sull’assetto strutturale dell’economia e sullo sviluppo micro e macroeconomico del Paese. Deve imporsi sempre, in termini negoziali, un controllo di convenienza sull’insieme dei vantaggi e degli svantaggi conseguenti alle operazioni poste in essere. Rappresenta un’anomalia seria il fatto che una banca sorta per consentire l’accesso al credito da parte delle imprese ed una gestione efficiente dei risparmi svolga attività speculativa. E, quando viene “salvata”, occorrerebbe ricordare la sua ambiguità (banca commerciale da una parte e merchant bank dall’altra): due facce sono state fatte coesistere all’interno della stessa istituzione bancaria. Per questo motivo, non troviamo sempre la possibilità di rispondere alla domanda: “chi è il cliente di quella banca?”
Oggi, un fatto appare però certo: il sistema delle imprese non costituisce più il cliente principale. È stato messo alla porta!
L’economia insegna che le negoziazioni dipendenti dalla pura economia di mercato avrebbero sicuramente carattere di neutralità e risulterebbero razionali in quanto corrispondenti ad un incontro tra preferenze, beni e bisogni, con diffusa generazione di utilità. Ma dove sta qui l’utilità? Nel caso delle grandi banche, l’utilità andrebbe ricercata e scoperta al livello massimo di ottimizzazione della politica monetaria e del credito, con il conseguimento degli obiettivi posti dalle Autorità centrali. Le decisioni sulle masse monetarie e sui tassi di riferimento da parte della Banca Centrale Europea mirano ad orientare e sviluppare il sistema economico, pur con una serie estesa di restrizioni, tra cui la difesa del potere d’acquisto della moneta unica. Quel controllo non può favorire, o essere comunque indulgente, verso un sistema del credito formato da banche che pretendono di agire come società di gestione di fondi o società Sicav, e che, non di rado, nemmeno rispettano i princìpi prescritti dalla direttiva MiFid per gli intermediari finanziari. Quando gli asset di una grande banca inglobano titoli di Stato ed obbligazioni strutturate per miliardi di euro (i quali prendono il posto dei prestiti alle imprese), si fa fatica a sostenere che le scelte compiute siano coerenti con il mercato, almeno se lo si pensa rappresentativo del sistema economico e perciò parte dell’economia reale del Paese. Se il sistema non ne ha tratto utilità, ne ha subìto, anzi, un danno, quel presunto “mercato” è minato alle radici: è destinato a scomparire, e con esso le imprese prima, e le banche poi. In questo contesto, anche le banche non servono più. Il rischio del degrado dell’economia, la perdita di valore del sistema imprenditoriale e la crisi del sistema si traducono in una distruzione di “valore economico totale” (VET). Ma se ciò è vero, dovrà pur intervenire una rivisitazione di Basilea 2 e Basilea 3. La loro applicazione senza correttivi rischia di sancire “scientificamente” il crollo finale dell’impianto concettuale descritto, almeno nei Paesi europei ad economia più debole. Oggi, infatti, qualsiasi banca, applicando Basilea 2 e conducendo una rigorosa analisi delle condizioni di rischio della propria clientela, può motivatamente applicare dei livelli di pricing i quali – pur coerenti con una corretta stima della probabilità di default, della Loss Given Default e della “perdita inattesa” – sono insostenibili per l’impresa. Ma, quando il numero delle imprese non Investment Grade diviene altissimo e, al suo interno, cresce a dismisura quello delle unità produttive collocate in CCC, il pricing elevato praticato, o le decisioni di credit crunch eventuali, segnano la sorte del sistema: le imprese vengono via via abbandonate al loro destino, con conseguenze drammatiche. L’effetto domino seguente conduce al tracollo anche le banche e l’economia nel suo insieme, non solo per le ripercussioni della crisi finanziaria e dei fallimenti delle imprese sugli stakeholders fondatori, non solo per il venir meno dei rapporti di lavoro, ma, a livello più generale, per l’esito traumatico sulle entrate tributarie dello Stato e l’impossibilità di incrementare la spesa pubblica non coperta nel rispetto del principio del pareggio di bilancio dello Stato.
Se la politica Neokeynesiana è messa da parte, se il principio del pareggio di bilancio dello Stato viene assunto quale presupposto essenziale per l’equilibrio economico, è giusto pretendere che altri dispositivi della Scuola neoclassica, come alcuni postulati di Marshall e Fisher, siano rivisitati e resi attivi. Dice, ad esempio, Fisher che “… se è vero che nessuna parte del prestito è di per sé produttiva, è parimenti vero che il prestito permette la produzione e dà modo di spostarsi lungo la linea delle opportunità d’investimento aumentando la ricchezza del soggetto investitore. …Si definisce, così, produttivo il prestito perché, in sua assenza, non si avrebbe l’investimento, o questo non sarebbe così ingente, perché non risulterebbe conveniente o, addirittura, possibile investire, in così larga misura, il reddito…” (citato da M. Fanni, Manuale di finanza dell’impresa, Giuffré 2000, pag. 300).
Da parte sua, Marshall osserva che la linea delle opportunità d’investimento e la linea del mercato sono come le lame di un’unica forbice (M. Fanni, ibidem): entrambe sono necessarie per far funzionare lo strumento.
Oggi, una lama, quella corrispondente al prestito, è stata messa fuori uso, e non dai fautori della Scuola Keynesiana, ma da quelli della Scuola neoclassica. Consentire alle banche di investire over the counter, in fondi emessi presso i paradisi fiscali, nella finanza ombra, in strumenti finanziari di difficile quantificazione e speculativi, strutturati ed ibridi, dando a questi impieghi la precedenza sui prestiti alla imprese, giustificando tali scelte con il basso giudizio di rating di queste, introduce nell’economia di mercato un dispositivo che mina il sistema.
Il superamento dello stallo descritto può avvenire in tanti modi. A mio giudizio, la via più semplice è quella di una rinnovata valorizzazione dello strumento dei c.d. piani attestati, da tempo esistenti, ma non ancora divenuti un evento significativo per il risanamento delle imprese. Richiedono una vera collaborazione delle banche per poter svolgere il loro ruolo. La riforma della legge fallimentare ha fornito all’impresa una serie di strumenti che possono consentirle un’uscita guidata dalla situazione di crisi, legittimando pienamente la finalità di evitare l’assoggettamento ad una procedura concorsuale. Per l’imprenditore, e per i suoi consulenti, non esiste dunque un obbligo di adire l’autorità giudiziaria, se ed in quanto la crisi venga comunque affrontata in modo tempestivo, in buona fede e con mezzi oggettivamente idonei a rimuoverla. È importante notare che tali strumenti, se correttamente utilizzati, sono idonei a rimuovere non soltanto lo stato di crisi, ma anche un eventuale stato di insolvenza. Ciò in quanto, in seguito al compimento delle operazioni previste dal piano e della ristrutturazione dei diritti dei creditori (attestata dall’esperto nelle forme di legge), il debitore viene messo in grado di pagare i creditori che hanno accettato la ristrutturazione nei nuovi termini e di pagare i debiti residui con le risorse così liberate. Entrambe queste circostanze sono oggetto di specifica attestazione. L’art. 67, comma 3°, lett. d) prevede che “Non sono soggetti all’azione revocatoria: (…) gli atti, i pagamenti e le garanzie concesse su beni del debitore, purché posti in essere in esecuzione di un piano che appaia idoneo a consentire il risanamento della esposizione debitoria dell’impresa e ad assicurare il riequilibrio della sua situazione finanziaria e la cui ragionevolezza sia attestata da un professionista iscritto nel registro dei revisori contabili e che abbia i requisiti previsti dall’art. 28, lettere a) e b) ai sensi dell’articolo 2501-bis, quarto comma, del codice civile”. Il piano di risanamento si fonda, di regola, “anche” su accordi con i principali creditori diretti a ristrutturare l’indebitamento, ma ciò non è essenziale secondo la norma, cosicché il piano potrebbe basarsi anche soltanto sulla dismissione di cespiti non necessari all’imprenditore e/o sull’acquisizione di mezzi finanziari da nuovi finanziatori.
Di qui l’invito ad elaborare linee guida, coinvolgendo avvocati, dottori commercialisti, docenti universitari, esponenti del mondo bancario e finanziario, policy makers, esperti di soluzione della crisi d’impresa, revisori contabili, società di rating ed esponenti di varie associazioni imprenditoriali, per mettere a punto procedure concrete di risanamento delle imprese “a rischio”, attraverso interventi di ristrutturazioni finanziarie interne, con il ricorso a fonti di finanziamento esterne e sfruttando metodologie di ottimizzazione tipiche di quella parte della finanza d’impresa che studia le imprese nel loro contesto territoriale (Enterprise Risk Management congiunto a scenario analysis and risk mapping techniques). Le informazioni provenienti da banche dati (in particolare banche dati di bilanci) vanno raccolte per classi omogenee, con composizione graduale di reti o mappe per prescelti universi di imprese, quali territori, distretti economici, settori di produzione, aree di rischio/rendimento ed altri ambienti di varia estensione e significato, ed assoggettate a moderne analisi di statistica aziendale.
Territori di diversa ampiezza potrebbero così essere “mappati”, individuando indicatori economico/finanziari i quali, grazie a modellazioni computazionali, potrebbero consentire di posizionare l’impresa e di prefigurarne la transizione verso collocazioni più vantaggiose alla luce delle condizioni e dei vincoli esistenti e della natura dei piani industriali possibili, e con l’innesto dei ragionamenti tipici della cultura aziendale.

Maurizio Fanni
Professore Ordinario di Finanza aziendale – Università degli Studi di Trieste
Presidente di Eu-Ra Europe Rating SPA

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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