La percezione della giustizia

Daniela Piana

Un scherzo assai popolare narra di un individuo che, uscendo dall’auto, si accorge di aver perduto le chiavi di casa. Vede a distanza un lampione, vi si avvicina e, una volta sotto la luce, comincia a cercarle. Un amico lo vede e gli chiede cosa stia cercando: “Le chiavi di casa, sono uscito dalla macchina e non le trovo più”. “Lei hai perdute qui?” – incalza l’amico – “No. Là nel parcheggio, ma là è troppo buio. Ho pensato che cercarle alla luce fosse più semplice”.

Un joke, una battuta che nasconde, tuttavia, una piège molto insidiosa, nella quale è facile cadere quando si tratta di ragionare in tema di giustizia in Italia.
Ad un cittadino comune, a cui si intenda proporre una riflessione sulla giustizia, non potranno non echeggiare nella mente le vicende apparse sui giornali dei casi mediatici che hanno tempestato la storia, più o meno recente, del nostro Paese. Tangentopoli, esempio paradigmatico di una funzione giudiziaria sovraesposta nei media, non è che l’apogeo di un processo il quale, con momenti altalenanti, ha sempre portato la magistratura italiana al centro delle pagine dei quotidiani, dei TG e, oggi, anche delle pagine internet di blog e social network.
Probabilmente, al cittadino comune non potremmo chiedere quali siano le caratteristiche essenziali della procedura civile o penale. Ma, certamente, potremmo sollecitarlo sulle questioni relative ai rapporti fra giustizia e politica, o sul nome di alcuni magistrati, e ricavarne con successo almeno qualche minuto di conversazione. L’effetto della comunicazione mediatica è, in questo senso, di forte imprinting nella memoria collettiva.
D’altronde, non dobbiamo dimenticare che quella magistratura su cui la stampa getta una luce distorta, tesa a cercare il caso giudiziario, l’eco popolare, tanto da rischiare di incedere in fenomeni che fiancheggiano pericolosamente il populismo giudiziario, è anche protagonista coraggiosa di una lotta persistente a fenomeni che connotano in senso drammaticamente negativo il nostro Paese e che ne mettono in serio pericolo la tenuta e la garanzia del primato del diritto sulla discrezionalità e l’abuso di potere: la criminalità organizzata.
Ma, a guardare bene, tout ça tient. Le due facce di quello che studiosi di sociologia del diritto comparata definirebbero “attivismo giudiziario” sono anche leggibili come le due manifestazioni di una necessaria ed inevitabile funzione di supplenza che la funzione giudiziaria svolge in un sistema sociale e politico segnato da corruzione e criminalità organizzata. Si noti che ho volutamente posto l’accento sulla funzione e non sui singoli magistrati.
La lotta al terrorismo prima, ed alla corruzione politica ed amministrativa poi, e alla criminalità organizzata, hanno sempre segnato un tracciato che ha in comune l’intersezione di una logica di azione giudiziaria basata sulla regola – di stretta applicazione della legge – con una logica di lotta – la quale richiede un’organizzazione del lavoro, un protagonismo – a volte eroico, a volte personalizzato – che rende il nostro Paese un caso estremo di una tendenza tuttavia presente in molte altre Nazioni europee, soprattutto del Sud.
La vera domanda da porsi è, tuttavia, se la visibilità e l’impegno della magistratura, che segnano un modus vivendi della funzione giudiziaria nel nostro Paese, siano di nocumento o di vantaggio alla qualità della nostra Democrazia. E per rispondere o, quantomeno, tentare di rispondere a questo interrogativo cruciale, riteniamo occorra spendere due parole sull’origine della legittimità della funzione giudiziaria.
Tutta l’architettura del processo trova nell’aspettativa dell’imparzialità del giudizio la sua fonte ultima di giustificazione. In uno Stato democratico, la giustizia costituisce lo strumento precipuo per dirimere le controversie, fra privati cittadini, fra istituzioni e fra privati cittadini ed istituzioni, la cui azione di esercizio di autorità (attribuzione di pena, sanzioni pecuniarie, ecc.) è legittima soltanto se avviene di fatto e ci si aspetta che avvenga secondo un principio di imparzialità.
Nessun cittadino accetterebbe come legittimo il verdetto di un tribunale di cui non ritenesse imparziale il metodo di lavoro.
L’immagine della funzione giudiziaria che presiede allo svolgimento dei processi è, quindi, un bene pubblico nel senso letterale del termine. Un bene pubblico è un bene di cui tutti i componenti della comunità di riferimento possono usufruire e con il cui godimento nessuno dei membri della comunità imporrà un minore godimento dello stesso bene a tutti gli altri membri.
Per questa ragione, la magistratura deve curare la propria immagine, e lo deve fare tenendo presenti due assi cartesiani: l’accountability di tipo sociale e l’accountability di tipo istituzionale.
Sul primo punto occorre soffermarsi. Cura dell’immagine significa, innanzitutto, un’elaborazione di specifiche, puntuali ed efficaci politiche di comunicazione istituzionale. Se al cittadino non deve essere offerta un’immagine personalizzata della giustizia – perché questo renderebbe l’imparzialità della funzione oggetto di dubbio da parte del cittadino non addetto ai lavori – deve invece essere offerta un’immagine chiara non solo del funzionamento della macchina giudiziaria, ma anche una garanzia di un facile accesso, innanzitutto, in termini comunicativi.
A questo contribuiscono enormemente tutte le politiche di prossimità, che muovono dalla possibilità per il cittadino-utente di sapere come muoversi nei palazzi di giustizia, dove trovare e come interagire con le varie unità organizzative e servizi di un Tribunale ordinario o di una Procura della Repubblica, per non parlare della disponibilità degli spazi per testimoni e vittime in corrispondenza di udienze e processi. Si noti che ciò non implica necessariamente e solamente più risorse monetarie. Le risorse materiali potrebbero essere indirizzate malamente. Occorre, invece, che vi sia una formazione dei magistrati e dei dirigenti amministrativi – questi ultimi primi fra tutti – perché maturino le competenze per rendersi responsabili del buon funzionamento delle politiche di comunicazione pubblica.
Non sarà un caso che il Consiglio d’Europa, nella definizione dei punti fondamentali di una giustizia di qualità, indichi proprio gli aspetti di comunicazione pubblica.
Il Consiglio Superiore della Magistratura e la Corte Suprema di Cassazione non sono esenti da queste linee guida. Proprio per l’altissima esposizione delle istituzioni giudiziarie nel nostro Paese, la chiara, persistente e responsabile cura della trasparenza nell’immagine offerta al cittadino diventa una garanzia della legittimità dell’operato. Perché tutti noi siamo disposti anche ad accettare una decisione che non condividiamo, se siamo consapevoli dell’imparzialità e dell’equità del metodo con cui la decisione è stata assunta.
Passiamo alla accountability di tipo istituzionale. È ancora importante la percezione, questa volta non dell’immagine mediatica, quanto dello spazio. Salite le scale imponenti dei palazzi delle Corti Supreme di Cassazione ed avvertirete l’immediata e non riflessa percezione di entrare in uno spazio nel quale accade qualcosa che è più grande di un singolo individuo, che trascende la dimensione del particolare. Qualcosa che porta con sé – e che vorremmo portasse con sé – qualcosa di sacro.
La sacralità del giudizio costituisce una parte consustanziale dell’istituzione giudiziaria e della funzione del rendere giustizia. Lo vediamo nei riti, nei gesti, negli abiti, nelle procedure. Quella sacralità è necessaria alla legittimità della decisione presa in ogni singolo caso giudiziario. Ne abbiamo bisogno, il cittadino la chiede. E quel sacro deriva dal fatto che un’impresa del tutto umana come quella di leggere, ricostruire, studiare e valutare un caso di conflitto abbia anche una dimensione che ambisce, tende in modo difficile, ma inevitabile, a restare nel tempo.
La sovraesposizione mediatica della magistratura lede profondamente tutto questo. Il sacro è silente, da sempre. La posizione che stiamo sostenendo non è quella – affatto ragionevole – della necessaria a-culturalità della magistratura. Non si sta affermando che non deve esistere un’Associazione Nazionale Magistrati. Ben venga, se essa costituisce un laboratorio di idee e, quindi, di pluralismo. Ma riteniamo che la regola della rigida parsimonia dovrebbe accompagnare, invece, l’interazione dei singoli magistrati con i media, locali e nazionali. Questo non perché vi sia un’oggettiva ed inficiante lesione dell’imparzialità, ma perché vi è una deminutio della sacralità della funzione. E, di quella sacralità, il magistrato ha bisogno ogni giorno in cui entra in aula di giudizio. Quella sacralità è la protezione più alta e sicura del magistrato.
La parsimonia mediatica ha a che vedere con la accountability istituzionale del singolo magistrato perché ne limita in qualche modo il margine di azione per quello che riguarda l’agire in pubblico. Certo, la giustizia è una funzione che si situa nello spazio pubblico, come tutte le funzioni che attengono al buon governo di una Repubblica democratica. Ma riteniamo che, in questo senso, l’esserci in pubblico debba consistere in un esserci istituzionale, impersonale, non in un esserci individuale.
E torniamo ancora al nostro sfortunato autista che ha smarrito le chiavi di casa e le sta cercando sotto al lampione per non cercarle dove esse, verosimilmente, sono, data la fatica ad accendere la luce. Credo sia molto più facile, sul piano mediatico e demagogico, porre l’accento sui conflitti fra politica e giustizia piuttosto che cercare di mettere mano alle radici del problema di percezione della giustizia tipico del nostro Paese.
Una fiducia nella magistratura ben al di sotto della media europea non è un dato che deve preoccupare perché i magistrati hanno diverse idee in materia di politica giudiziaria. Questo è connaturato al pluralismo democratico e non ci distingue dagli altri Paesi. È preoccupante perché, fino ad ora, non c’è stata, se non in taluni interventi di contenimento del Presidente della Repubblica, un’azione sistematica, vincolante e senza deroghe di regolazione della gestione di una fra le funzioni di governo della magistratura più importanti: la gestione dell’immagine pubblica delle istituzioni giudiziarie, della loro percezione da parte del cittadino qualsiasi, che un giorno potrebbe essere utente di quelle istituzioni e che per questo deve poter fare affidamento assoluto, incondizionato, sulla possibilità dell’imparzialità. Una volta lesa questa credenza, questa percezione, giusto o sbagliato che sia, la magistratura non può non curarsene.
Ma attenzione. È vero il converso. È vero che, curandosene, la magistratura si garantisce l’opportunità di dare lustro alla propria istituzione. Un’opportunità che, anche guardando agli input provenienti dall’Europa in materia di garanzie dei diritti fondamentali, dovremmo non perdere. Forse dovremmo spostare la luce del lampione, portarla più vicina al problema, laddove la magistratura trae linfa per apparire imparziale e, quindi, essere autorevole.
Facciamo entrare le nostre scuole, i nostri figli, nelle istituzioni giudiziarie, evitando, però, di associare visi, nomi, abitudini, allo svolgimento dei processi. Che devono restare – con buona pace del giornalismo un pò voyeur – assolutamente sacri.

Daniela Piana
Professore Associato di Scienza Politica presso la Facoltà di Scienze Politiche
Università Alma Mater Studiorum di Bologna

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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