L’uranio per ricchi e per poveri

Di Massimiliano Fanni Canelles

La storia umana è sempre stata caratterizzata da innumerevoli conflitti, fin dai tempi preistorici. Platone considerava innate aggressività e competizione fra gli uomini, mentre la ricerca del profitto e la sete di potere fine a se stesso hanno sempre costituito un formidabile stimolo per provocare la guerra. Nella società moderna questo si traduce nel cercare di ottenere il controllo sulle fonti di energia. In ogni caso, è sempre il connubio fra potere e ricchezza da un lato e povertà e degrado dall’altro a generare nell’uomo quel cinismo che – spesso con motivazioni religiose – permette di calpestare chiunque, donne e bambini compresi. Molti passi sono stati compiuti nella stabilizzazione democratica dei governi. Ciò permette di contenere le spinte individuali verso la ricerca del potere, ma molto deve ancora essere fatto nel rapporto fra capitalismo, mercato e terzo mondo.

Dopo la tragedia dei due conflitti mondiali, è stata la contrapposizione fra la NATO ed il Patto di Varsavia a creare le condizioni idonee alla proliferazione incontrollata di armi nucleari. Il mondo ha assistito ad ulteriori genocidi e pulizie etniche, verificatisi in territori ed epoche diverse: Vietnam, Ruanda, ex Jugoslavia, fino ad arrivare alle recenti guerre in Afghanistan e nel Golfo. Oggi siamo stati spettatori ravvicinati delle rivoluzioni divampate nel corso della Primavera Araba. I cambiamenti nella geografia del Nord Africa influenzano le tensioni nei Territori e le mire espansionistiche di Teheran, alimentando l’eterno conflitto arabo-israeliano. Il Segretario alla Difesa Usa, Leon Panetta, teme che Israele possa lanciare un attacco mirato contro l’Iran in primavera. Gerusalemme ritiene, infatti, che l’Iran sia prossimo ad immagazzinare in siti sotterranei, celati e protetti, una quantità di uranio arricchito sufficiente a fabbricare la bomba atomica, con la quale estirpare il “tumore costituito dallo stato sionista”.

Negli ultimi anni sono cambiati radicalmente molti dei fattori che orientano ed influenzano il concetto stesso di guerra ed il modello di difesa: è mutato lo scenario geopolitico, è divampata una crisi economica irrisolvibile e si sono evoluti gli armamenti, sia quelli convenzionali, sia, soprattutto, quelli non convenzionali. Siamo passati dal rischio dell’olocausto nucleare tipico della guerra fredda ai timori fondati dell’utilizzo di un singolo ordigno atomico da parte di Paesi emergenti e meno influenzabili politicamente. In entrambi gli scenari, dal 1945 è sempre l’uranio ad essere protagonista nell’industria militare e nei rapporti di forza internazionali. Un uranio arricchito, utilizzato come combustibile nei reattori nucleari dei sottomarini e delle portaerei militari, come esplosivo nelle bombe atomiche e come innesco per le bombe termonucleari. Ed un uranio impoverito, scarto dell’arricchimento del primo, di densità quasi doppia a quella del piombo, usato per la prima volta in guerra nel 1991, in occasione dei bombardamenti sull’Iraq, per un totale di 300 tonnellate, per la costruzione di proiettili ad alta capacità di perforazione. Dal rischio di contaminazione ambientale da raggi gamma/beta, propri di un’esplosione nucleare, siamo passati al rischio di contaminazione nucleare alfa tramite polveri disperse nell’ambiente in seguito alla frantumazione dell’uranio. Ciò avviene in conseguenza all’impatto del proiettile sul bersaglio, con dispersione di particelle nell’aria e successivo fall out sul terreno circostante e nell’acqua. Dopo vent’anni di utilizzo dell’uranio impoverito nei conflitti e di permanenza nei luoghi contaminati di militari di ogni coalizione, popolazione civile e personale di organizzazioni umanitarie, sono in corso numerose indagini ed analisi epidemiologiche. In Italia si sta svolgendo un’inchiesta parlamentare sulle cause di malattia e di morte dei militari impiegati nelle missioni all’estero, o in poligoni di tiro in Patria, ricondotte agli effetti patogeni dell’uranio impoverito.

Ma nel drammatico panorama di come venga gestito l’armamento militare, oltre all’inquinamento bellico, non si può non considerare il fenomeno del traffico di armi. Si tratta di un business molto remunerativo, in cui l’avidità di certi personaggi, governi e lobby calpesta ogni diritto civile ed umano. Molti Paesi caratterizzati da economie in rapida crescita si stanno imponendo anche come potenze militari, impegnandosi in programmi di modernizzazione. Costituiscono, quindi, ricchi clienti a cui destinare le armi prodotte da aziende italiane ed occidentali e dalle fabbriche più o meno dismesse dell’ex Unione Sovietica, ma anche le vecchie e nuove armi radioattive, composte da uranio sia arricchito, sia impoverito.

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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