Le ultime 56 ore

Gian Marco Tognazzi

Le ultime 56 ore. Questo è il titolo (e forse il monito) di un film in cui, sulla linea fra realtà e fantasia, si racconta il dramma dell’uranio impoverito vissuto dai soldati italiani rientrati dalla missione in Kosovo.

Gian Marco, partiamo dal protagonista, il colonnello Moresco: come descriveresti quest’uomo?

Un personaggio forte. Apparentemente un pazzo, si rivela un eroe. Sicuramente un personaggio stimolante ed appassionante da interpretare. Il colonnello Moresco è un uomo che ha avuto il coraggio di compiere un gesto estremo e dimostrativo, come quello di un sequestro. E di gesti dimostrativi, anche se non violenti, in Italia, in questo periodo, ce ne sarebbe un gran bisogno. Viviamo in un clima di “scatole cinesi”, in cui la realtà viene fuori a rate. Forse, a volte, davanti all’ottusità, è necessaria una reazione così potente.
Come ti sei preparato per questo ruolo?

È stata davvero un’esperienza forte, originale. Un personaggio non stereotipato, che compie un gesto violento sicuramente non condivisibile all’apparenza.
Il colonnello che interpreto è un militare realmente esistito: anche lui colpito dal dramma dell’uranio, si è salvato da una diagnosi che non lasciava speranze ed è guarito miracolosamente. Ho parlato con lui per prepararmi all’interpretazione: si è messo totalmente a disposizione, probabilmente perché ha trovato la pellicola particolarmente esemplificativa.

Quale chiave interpretativa hai scelto per un personaggio così controverso?

Nello studio del ruolo mi sono concentrato particolarmente per cogliere il rapporto fra il colonnello e i suoi uomini. Non è solo un rapporto di gerarchia, gradi, ruoli, ma anche, e soprattutto, un rapporto fra uomini. Ho indagato la passione e la coesione che li unisce. La consapevolezza di essere tutti, chi prima, chi dopo, condannati a convivere con la malattia, con un problema che le autorità non hanno il coraggio di affrontare. Per questo motivo i soldati comandati dal colonnello Moresco sposano la causa del loro superiore, a prescindere dal legame militare e dall’ordine gerarchico. Partecipano a quello che potrebbe sembrare il progetto di un folle, uniti in una situazione limite, perché sentono di dover fare luce sulla tragedia vissuta sia dal protagonista del film (il soldato amico di Moresco stroncato dalla leucemia), sia da tutti loro.

È stato difficile trovare uno spazio per raccontare una storia così difficile?

Questo non è un film-bandiera, ma porta con sé delle denunce forti e chiare. Non è mai banale.
È comunque un film piccolo, privo del budget da film d’azione americano e ha sofferto, come tutto il cinema italiano, del problema distributivo e degli spazi TV a disposizione per presentarlo. Comunque, qualcosa è stato fatto: lo abbiamo presentato a Matrix su Canale 5 ed anche in RAI. Striscia La Notizia ha parlato non solo del film, ma ha anche ripreso la tematica con alcuni servizi di Jimmy Ghione.
Non siamo stati osteggiati, ma, sicuramente, il periodo di uscita del film – maggio, bassa stagione – può non aver favorito la pellicola.

Le ultime 56 ore racconta una vicenda reale, ma inserisce elementi fortemente di fantasia, come quello del sequestro: come hai vissuto il tuo ruolo di attore in questo contesto?

Dell’uranio impoverito hanno parlato documentari e programmi di approfondimento. Si possono raccontare mille storie che riguardano l’uranio. Questa richiama l’attenzione del pubblico mescolando realtà e fantasia.
Il film non racconta la vicenda come potrebbe fare un servizio giornalistico o Report. Il cinema parla anche per metafore: parte da un problema reale ed inserisce l’espediente del sequestro, una soluzione narrativa fortissima che diventa una metafora provocatoria del coraggio che si dovrebbe avere nell’affrontare problemi così gravi.
Certo, si poteva correre il rischio di essere accusati di poca plausibilità. Ma proprio per questo non è stato fatto un documentario e non è stata raccontata la malattia nel dettaglio.
Claudio Fragasso e Rossella Drudi hanno mescolato, come deve fare il cinema, verità e finzione, per far vivere qualcosa che non esiste nella realtà, come non è mai esistita un’azione così forte come quella organizzata dal personaggio che interpreto.
L’appoggio del Ministero della Difesa alla pellicola è arrivato dopo l’uscita nelle sale, dopo che si è preso atto che la denuncia era giusta e rispettava la visione ufficiale del Ministero, nonostante gli elementi di pura fiction inseriti nella sceneggiatura.

Gian Marco Tognazzi
Attore cinematografico, televisivo e teatrale
intervistato da Ilaria Liprandi

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

Massimiliano Fanni Canelles

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