Avevo fame…avevo freddo…

Don Antonio Mazzi

In una giornata di vena quasi poetica e speranza quasi cristiana, ho preso in mano carta, penna e calamaio e ho scritto una lettera alla solidarietà. Eccola.

Ogni volta in cui parlo di solidarietà, aiuti internazionali, esperienze in Paesi in via di sviluppo, divento antipatico. Non ce la faccio più. L’ipocrisia che serpeggia nel mondo della solidarietà è malefica. I meccanismi politici, economici, sociali che prevalgono e travolgono il mondo povero sono talmente onnipotenti e spalmati sull’intera attività che ciò che facciamo noi, poveri untorelli, non salva nessuno e corre il rischio di diventare un “cerotto” al servizio del male dilagante.
È per questo che divento antipatico. Detto questo, io non mollo, voi non mollate, senza ignorare il letamaio dentro al quale ci lasciano sopravvivere. Con una convinzione, però: questi bastardi onnipotenti, creatori di ingiustizia legalizzata e di povertà programmata, vinceranno solo nei primi tempi. Ma noi, ragazzi dell’oratorio, sappiamo che le partite si giocano su due tempi. Il primo è il tempo degli oppressori. Il secondo è il tempo degli oppressi. E ci sarà da ridere quando gli ultimi della classifica batteranno, nel secondo tempo, i primi. In una giornata di vena quasi poetica e speranza quasi cristiana, ho preso in mano carta, penna e calamaio e ho scritto una lettera alla solidarietà. Eccola.

Cara solidarietà,
non so se vestirti da dirigente, da barbona o da signora della Croce Rossa. Sarà meglio che non ti vesta per niente, perché, in effetti, viaggi per le vie del mondo nuda e poverella, sotto peso perché mantenuta solo con le briciole che cadono dalla mensa delle Nazioni opulenti, farisaicamente vigliacche.
Anch’io, considerato da molti impegnato in questo campo, ho contribuito non solo a denudarti, ma anche, forse, a farti fare qualche marchetta in più per tranquillizzare la mia coscienza di prete dei poveri. Pensavo che voler bene a te fosse una cosa facile, gratificante. Con l’andar degli anni, ho capito che il tuo è un amore difficile, impegnativo e, in qualche modo, troppo esigente ed esclusivo. Non so neanche se questa lettera che ti scrivo mi nasca proprio dal cuore. Il nostro bisogno di recitare ci è così dentro la pelle che rischia di rovinare anche momenti di riflessione intensa. Tante volte mi è venuta voglia di mettermi al tuo posto e, anziché parlare di povertà, fare proprio il povero. La cosa, però, mi è scappata più in fretta di come è venuta. Non ho nessuna voglia di fare il povero sul serio. Peccherò di pessimismo se dico anch’io, come ha detto Cristo, che i poveri saranno sempre tra noi? E allora, perché agitarsi tanto?
Mi sono ribellato per quasi tutto il periodo della mia gioventù a questo principio enucleato dal Vangelo. Debellare la povertà è stato uno dei miei obiettivi di prete. Ora, non so se la neghittosità o la voglia di protagonismo siano sparite o ricomparse nella mia testa. Fatto è che, se poveri ve ne sono al mondo, vado sempre più frequentemente pensando che sono i ricchi i più poveri dei poveri, ed i soccorritori (il mondo della cosiddetta solidarietà di facciata) più tapini dei miserabili. Solidarietà, sorella mia cara, gradita anche se, talvolta, scomoda, devi sapere che siamo ancora alle prime righe del tuo romanzo di bontà. Fino a quando i protagonisti della storia saranno egoismo, interesse, competitività nel possedere, il tuo romanzo sarà sempre in fondo al cassetto, con le pagine bianche e, Dio non voglia, strappate da qualche signore in cerca frettolosa di carta igienica supplementare. Caino non è stato il fratello cattivo solo perché omicida, ma è stato pessimo quando, alla domanda di Dio su dove fosse suo fratello, rispose: “Sono forse il suo custode?”. La vera solidarietà non si accontenta di non uccidere, ma si sente “custode” e responsabile dei fatti della vita di tutti i deboli di questo mondo. Ieri, Paul & Shark mi ha regalato tre maglioni. Se passi dalla cascina, te ne do uno. È molto bello e lungo, ti starebbe proprio bene. Mi dispiace vederti lì nuda e anoressica. Mi fa stare troppo male.

Qui finisce la poesia… Mi rimane, in fondo al cuore, la rabbia. Quella del cerotto. Facciamo poco, e quel poco rischia la copertura del… letamaio. Ai miei tempi, dicevano che il diavolo faceva le pentole, ma non i coperchi. Così una volta. Oggi fa anche i coperchi, e che coperchi! Da incosciente, voglio scoperchiare le pentole della solidarietà ed aprire un altro tipo di riflessione. La rubo a Tonino Bello. Il quale, parla di tre tipi di attività solidali. Lo fa commentando la parabola del Samaritano.

Primo: i Samaritani dell’ora giusta. Arrivano al momento giusto, perché sanno guardarsi attorno. Si lasciano provocare dalle situazioni, non passano mai oltre. Sono pochi e, di solito, giovani, i Samaritani di questo tipo. “Bisogna ripeterlo ancora una volta: è la miseria che giudicherà e farà da arbitro ai destini della Terra, come pure ci giudicherà quando compariremo davanti a Dio. Come ci assicura il Vangelo, in quel giorno, il Signore dirà a ciascuno di noi: “Avevo fame… avevo freddo…”. Dovunque e in qualsiasi secolo tu sia vissuto, questi che accanto a te avevano fame, avevano freddo erano Me!” (da Verità scomode, dell’Abbé Pierre). La seconda categoria è la più numerosa: sono i Samaritani dell’ora dopo. Unità mobili, ambulanze, volontari, Ministri, governanti che s’ammassano quando tutto è accaduto; giornali e telegiornali a gara; Regioni, Comuni, Governo, l’uno contro l’altro, nel tentativo di scaricarsi colpe; partiti, come sempre, a battibeccarsi. È accaduto ancora una volta a Quindici, Oppido, Assisi, nell’Avellinese. Le truppe dell’ora dopo sono le più cammellate. La terza categoria, i Samaritani dell’ora prima: tecnici, studiosi, geologi, scienziati, specialisti. Dicono, predicono, predicano. “Ve l’avevamo detto!” è il loro slogan. Hanno sempre ragione perché non si sporcano mai le mani. Trovano sempre la carta che dà loro ragione. Già nella mitologia esisteva l’oracolo sibillino il quale, giocando sulle virgole, accontentava tutti: “Ibis, redibis, non, morieris in bello”. La ragione ha il peso di una virgola. Purtroppo, accade ad ogni disgrazia. Il Samaritano dell’ora prima, nella cultura del Cristiano, dovrebbe essere chi gioca il meglio di sé e pone le premesse perché non accadano le disgrazie, perché siano smascherati prima i banditi, perché di mezzi-morti ai bordi delle strade ve ne siano il meno possibile, perché le famiglie siano famiglie, le scuole palestre educative e gli oratori luoghi di gioco e di benessere. Purtroppo, nonostante il nostro Dio sia morto perché gli ultimi divenissero primi e gli epuloni fossero buttati all’inferno a causa delle sole briciole elargite ai lazzari, poco abbiamo capito: continuiamo con le briciole, con le pattuglie dell’ora dopo. Il mondo del Volontariato dovrebbe trovare il modo di pungolare la società, la politica, l’economia per far cambiare strategia, passando dalla riparazione alla prevenzione.

Poesia, Vangelo, rabbia, prosa… Vita quotidiana. Mettere insieme queste semplici riflessioni, e cambiare la storia, è già stato fatto qualche volta. Francesco d’Assisi, Gandhi, Madre Teresa, Giovanni Paolo II, non hanno cambiato tutto, ma qualcosa sì!!!

Questo articolo è stato inviato a SocialNews come prefazione del libro “Volti e Voci dal mondo” edito da @uxilia Onlus e da Rai-Eri

Don Antonio Mazzi
Sacerdote e scrittore, Fondatore della Comunità Exodus

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