Una questione di rispetto

Anna Finocchiaro

Le gambe o il seno che reclamizzano un prodotto sono, per l’appunto, due gambe e un seno. Non sono una donna. Sono la reificazione di una donna, l’osso con cui si attirano i cani.

Perché l’uso mercificato del corpo delle donne offende? Non voglio scomodare tutta la letteratura (non solo femminista) sul punto, ma invitare a riflettere su un aspetto: perché il corpo delle donne diventa così spesso un’ossessione? Perché, in così larga parte del mondo musulmano, le donne sono costrette a coprirsi, talvolta senza poter avere liberi né occhi, né mani, né piedi? Perché, si dice, il corpo delle donne – di tutte le donne – è una tentazione in sé. Un male. Anzi, il male in sé, quello che rischia di suscitare l’eccitazione maschile e, quindi, di deviare gli uomini dai loro doveri religiosi, di lavoro, di combattimento. È la stessa ragione per la quale, neanche tanto tempo fa, nel mio Sud, una donna evitava di entrare da sola in un caffè, di fumare per strada, di viaggiare da sola. Ognuno di quei comportamenti era – per convenzione sociale – una provocazione, addirittura un richiamo sessuale. La libertà delle donne di mostrarsi semplicemente per come sono, e di andare dove devono o dove vogliono, costituiva, dunque, il “male”. Erano comportamenti che mettevano a rischio l’ordine morale, l’ordine delle famiglie, l’ordine sociale: mentre lo facevano, le donne portavano in giro il loro corpo. Solo pochi anni fa, nella Jugoslavia in fiamme, si stupravano in massa le donne dei nemici. Era un modo, per i vittoriosi, di mostrare che avevano vinto. I corpi delle donne stuprate erano come le case e gli edifici distrutti ed incendiati. Dalla notte dei tempi non esiste manifestazione di esercizio vittorioso della forza e del potere più simbolico della violenza sui corpi femminili. Di più: il più grande business criminale degli ultimi decenni, superiore anche al traffico di droga o di armi, è il traffico dei corpi delle donne. Per la stragrande maggioranza corpi giovani, per la stragrande maggioranza provenienti da Paesi poveri. Donne ridotte in schiavitù, solo corpi, appunto. Vengono comprate e vendute, da trafficanti e da clienti. Ma esistono anche altri aspetti sul tema: ad esempio, quanto il dibattito pubblico sull’aborto – a prescindere da come la si pensi ed alla complessità e serietà della questione – nasca anche dalla pretesa necessità di regolare per legge cosa una donna debba o non debba fare rispetto al proprio corpo ed a ciò che in esso accade. E perché, ancora oggi, milioni di donne vengano mutilate sessualmente. Perché si infierisce così crudelmente e brutalmente su corpi di bambine che resteranno compromesse per sempre in modo gravissimo, spesso fino alla morte, nella loro vita sessuale e riproduttiva? Quanti sono al corrente che una mutilazione assai diffusa comprende, oltre all’escissione del clitoride, anche la “cucitura” della vulva, con il risultato (oltre ad infezioni e malattie immaginabili) che la notte delle nozze il marito tagli con un coltello la sposa per poterla penetrare? L’origine di questa pratica, non prevista dal Corano, si perde nella notte dei tempi. Si riconduce alla “cautela” dei pastori i quali, dovendosi allontanare per lunghi periodi con le greggi, così difendevano il loro esclusivo possesso sulle donne della famiglia, infierendo su quei corpi che ritenevano possibile fonte di male e disonore, comunque di loro esclusiva proprietà. Nella notte dei tempi come oggi, come ora, mentre leggete: occorre modificare quei corpi perché fonte di pericoli. Quale uomo sopporterebbe tutte queste pretese sul proprio corpo? Già questa sintesi contribuisce a spiegare perché sia insopportabile, per le donne, che il corpo femminile torni, ogni giorno, ad essere usato. Per esempio, per vendere mattonelle o auto di lusso. È la conferma che ancora – nonostante tutto, e nonostante la prepotente, inarrestabile, ascesa delle donne di tutto il mondo – quel corpo è rimasto una “cosa”, la quale, proprio per il maleficio di attrarre sguardi e desideri, aiuta a vendere.

È per questo che le donne si arrabbiano. Perché considerare quel corpo esposto una cosa significa considerare anche loro stesse una cosa. E perché l’acquistabilità di quel prodotto pubblicizzato con un seno di donna significa che puoi acquistare anche quel corpo, anche quel seno. Ed è così simbolicamente profondo questo tema che la riflessione sul corpo delle donne ha costituito uno dei filoni più importanti del pensiero femminile e femminista del novecento. Mostrare un corpo come si mostra un quarto di bue, roseo e succulento, nella vetrina di una macelleria, viene avvertito come un insulto alla propria identità, alla propria dignità, alla propria libertà. Ma c’è di più. Ciascuno degli “usi” del corpo femminile che ho elencato comprende, anzi, necessita, una limitazione – a volte assoluta – della libertà delle donne, ed una svendita della dignità umana. Uso del corpo, limitazione della libertà, sacrificio della dignità, sono sempre facce della stessa medaglia. Le gambe o il seno che reclamizzano un prodotto sono, per l’appunto, due gambe, un seno. Non sono una donna. Sono la reificazione di una donna, l’osso con cui si attirano i cani. E non vale eccepire che gli esempi proposti, quelli “gravi”, riguardano altri Paesi ed altre culture, non quelli occidentali, e che le donne, qui da noi, non hanno di che lamentarsi. Non è così. Il verme continua a farsi strada, e ciascuno di noi lo sa. Basta guardarsi intorno, basta leggere i giornali. Basta accendere il televisore e seguire uno dei tanti programmi delle tv commerciali, ma non solo, per comprendere quanto la spendibilità (e l’acquistabilità) di un bel corpo giovane venga considerato dalle ragazze coinvolte e dai loro stessi genitori un fatto culturalmente, socialmente e moralmente accettato. Questa deriva è il segnale, allarmante, di quanto la mercificazione del corpo femminile registri oggi un punto di acuzie, tanto più se raffrontato ad un altro fenomeno, assai confortante, invece, che vede le ragazze italiane primeggiare negli studi, rappresentare un’eccellenza alla quale, però, non corrispondono occasioni di lavoro, retribuzioni adeguate, opportunità economiche. E tutte maturano la netta percezione che i loro corpi valgano, sul mercato, più di loro stesse. Basterebbe rispettarle, quelle donne. Rispettarne la dignità umana. Per davvero, e rispettare la loro libertà di mostrare o velare il corpo, perché da esso non viene – né in un caso, né nell’altro – alcun maleficio. Viene, invece, la forza della bellezza e della femminilità, gioia per chiunque la incontri, meraviglia del Creato.

Anna Finocchiaro
Senatrice, già Ministro della Repubblica per le Pari Opportunita

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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