Il malcostume

Annamaria Bernardini de Pace

Per molte ragazze è normale usare il proprio corpo e l’ammiccamento continuo come mezzo per “arrivare”. Tante sembrerebbero, e alcune si dichiarano spudoratamente, perfino disposte ad offrire “prestazioni sessuali” per riuscirci.

La dignità della donna è seriamente pregiudicata, non solo nella nostra Italia, ma ormai in tutto il mondo. Basti pensare all’immagine femminile veicolata dai mezzi di comunicazione: quanto trasmesso in tanti modi e forme dai media e dalla pubblicità è, innanzitutto, il corpo della donna inteso come oggetto o strumento di piacere, consumo e guadagno. Assistiamo, purtroppo passivamente, da anni, a programmi televisivi nei quali le figure femminili si offrono alla vista, ma non possiedono alcun ruolo, né competenza. Giovani donne che non fanno nulla, ma si limitano a “far vedere”, aiutate da inquadrature maliziose di seni, glutei e labbra rigonfie. Queste comparse non hanno nemmeno un nome e subiscono volontariamente una depersonalizzazione con l’obiettivo di apparire semplicemente come oggetti, spesso sessuali, provocanti. Sembrano loro stesse non rendersene conto. Anzi. Esasperano addirittura il gioco che le svilisce. Eppure, già nel 2005, e di nuovo nel giugno del 2011, abbiamo ricevuto diverse raccomandazioni dal Comitato per l’eliminazione della discriminazione contro le donne, che denuncia la tendenza, nel nostro Paese, a mercificare il corpo femminile nei media (TV, pubblicità) ed a relegare la donna a ruoli subalterni. Questo speciale comitato dell’Onu, in particolare, ha osservato che “tali atteggiamenti sono la causa della posizione svantaggiata delle donne sul lavoro e nella politica” e consiglia di “promuovere un’immagine delle donne alla pari in tutte le sfere della vita”. Non c’era bisogno di un comitato tanto prestigioso per rendersene conto. A conferma di questo “malcostume”, vi sono, infatti, le notizie di cronaca che quotidianamente appaiono nelle trasmissioni televisive e nei giornali, le quali pongono l’accento sulla facilità con cui certe donne vengono considerate (e si fanno considerare) merce di scambio o oggetto da usare, e non per la loro speciale individualità, in quanto soggetti che pensano, sentono ed agiscono in totale autonomia. Tutto questo, purtroppo, comporta gravi conseguenze sulle malleabili menti dei nostri giovani, i quali vedono falsi modelli da imitare ed illusorie mete da raggiungere. Per molte ragazze è ormai normale usare il proprio corpo e l’ammiccamento continuo come mezzo per “arrivare”. Tante sembrerebbero, e alcune si dichiarano spudoratamente, perfino disposte ad offrire “prestazioni sessuali” per riuscirci, se ciò può servire da scorciatoia, come i recenti scandali hanno rivelato (o meglio, confermato) e come indagini tra gli studenti hanno fatto emergere. Altre, nel tentativo di raggiungere i modelli estetici, irreali e ritoccati, proposti dai media, riducono pericolosamente la propria autostima, insieme al proprio peso (in Italia, 3 milioni di persone soffrono di anoressia o bulimia e, nel 90% dei casi, si tratta di donne).

Senza contare, infine, che il messaggio arriva anche ai giovani maschi, i quali si costruiscono un’immagine distorta di tutto il genere femminile, basata su ridicoli stereotipi quali “la bella e poco intelligente” che si comporta da “oca giuliva”, opposta alla “brutta e occhialuta”, intelligente. Insomma, la donna bella non è pensante. Eppure, il mondo che conosco è colmo di donne intelligenti, capaci, di successo, che si incontrano e si integrano con l’universo maschile ogni giorno. Donne invisibili, almeno ai media. Credo, quindi, sia venuto il momento di affermare vigorosamente che ci sono tante giovani donne che studiano, vogliono laurearsi e sognano di diventare architetti o medici, insegnanti o ingegneri. Donne che lavorano con impegno e professionalità in posti anche di rilievo. Donne che coltivano e proteggono la propria dignità e che non riescono, purtroppo, a coinvolgere nell’esempio quante preferiscono la scorciatoia della propria mercificazione. La televisione, si sa, è uno dei luoghi di produzione e diffusione dei valori sociali. Ma è anche vero che non è questa ad inventarli. L’Italia, infatti, – lo confermano le statistiche – è al 61° posto nel mondo per rappresentanza femminile nelle istituzioni, preceduta da Nepal, Vietnam e Ghana. E i dati relativi alla programmazione televisiva – come risulta da un’indagine del CENSIS – non sono certo più rassicuranti: il 53% delle donne in televisione non ha voce, il 43% è associata a temi quali sesso, moda, spettacolo e bellezza e solo nel 2% dei casi ad impegno sociale e professionalità. Siamo consapevoli che non è ancora possibile, per il nostro Paese, raggiungere i livelli dei Paesi socialmente più evoluti, quali quelli scandinavi. Troppo lontana, per esempio, la Norvegia, nella quale, proprio per superare i ruoli tradizionali e gli stereotipi, da 20 anni vengono adottate politiche in materia di parità tra i sessi nel campo dell’istruzione. Oggi, per esempio, nei Paesi situati all’estremo nord, la pedagogia di genere è una materia di studio obbligatoria per chi desidera diventare insegnante o maestro. Sarà anche per questo, forse, che nella classifica sul divario di genere, nel 2010, il quarto posto è occupato dalla Svezia, mentre l’Italia è 74^. Le posizioni da scalare sono tante, ma almeno bisogna provarci. Cominciando, ogni donna, a nutrire e proteggere la propria dignità.

Annamaria Bernardini de Pace
Avvocato, pubblicista e saggista italiana specializzata nel diritto di famiglia

Massimiliano Fanni Canelles on InstagramMassimiliano Fanni Canelles on Twitter
Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

Rispondi