Che confusione!

Alessandra Guerra

I risultati ottenuti dal femminismo fino agli anni ’80 sembrano essere stati riassorbiti negli ultimi vent’anni. È mancata la conseguente e naturale cooperazione tra generi e la parte femminile della società si è trovata senza guida, chiamata a ricoprire tanti, troppi, ruoli.

Che confusione! Che brusio costante accompagna le nostre giornate! Notizie alla radio di prima mattina, poi la televisione, i quotidiani, i magazine, le riviste femminili. Poi l’eco di questo flusso interminabile di informazioni, che ciascuno di noi contribuisce ad amplificare nel corso della giornata. Caffè, supermercato, break sul luogo di lavoro, mensa, pausa pranzo, palestra, famiglia e altro ancora. Un bla bla bla infinito, inconsapevole, angosciante. Raramente capita di osservare questo movimento e di chiedersi cosa ascoltiamo, guardiamo, ripetiamo. Automaticamente. Ci sarebbe bisogno di silenzio. Almeno ogni tanto. Un silenzio che ci permettesse di guardarci dentro ed attorno, di ascoltare il nostro corpo in costante stato di stress, la nostra psiche che stenta a manifestare i propri bisogni, la nostra mente che va in tilt. Non è un caso se sono in crescita le malattie psicosomatiche, quelle che colpiscono il sistema nervoso e le patologie autoimmuni. Il corpo soffre, grida, urla. Nessuno di noi è escluso da questa confusione, neppure chi conduce una vita sana ed equilibrata. Siamo tutti sulla stessa barca. Ogni giorno costretti ad incontrare questo mondo ed a farci i conti. I primi a pagare, al solito, sono gli “ultimi”, quelli “appena arrivati”, i “diversi”, i bambini, gli anziani. E le donne? Le donne arrancano. Lavorano fuori casa, anche se in misura minore rispetto agli altri Stati europei e… lavorano in casa. Dietro le quinte di un’apparente Democrazia, si celano aspetti sociali inquietanti, acuiti dal dilagante malcontento causato dall’attuale crisi economica. Le emozioni negative s’impadroniscono di molte persone e si sfogano troppo spesso sulle donne. Un ruolo antico e nuovo per loro. “La re-genderization” – come dice Loredana Lipperini – il ritorno ai generi, è in atto già dalla metà degli anni ’90. Negli ultimi anni, insomma, si è smesso di parlare di persone e si è ricominciato a parlare di maschi e femmine. Il rapporto Eures-Ansa 2009 sull’omicidio volontario in Italia presenta dati sconcertanti. Dice che “ogni 10 giorni un padre, un marito, un uomo, pianifica il “suicidio allargato””. Sono soprattutto le donne ad esserne vittime. Il motivo è per la maggior parte passionale, di possesso, di conflitto generazionale. Tra le bambine e le ragazze, la paura di essere escluse dal gruppo ed il timore di non rispondere perfettamente ai canoni estetici imposti dalla società si manifesta attraverso il rifiuto del proprio corpo. Anoressia e bulimia sono soltanto gli indizi più evidenti. Tra le donne più adulte, il medesimo timore conduce alla chirurgia estetica, al voler essere come i modelli imposti vogliono.

I risultati ottenuti dal femminismo fino agli anni ’80 sembrano essere stati riassorbiti negli ultimi vent’anni. È mancata la conseguente e naturale cooperazione tra generi e la parte femminile della società si è trovata senza guida, chiamata a ricoprire tanti, troppi, ruoli. La risposta è stata molteplice. Ci sono donne che competono con il maschile e rinunciano a sviluppare la propria femminilità, altre che, invece, la utilizzano come uno strumento per raggiungere i propri obiettivi. Altre, ancora, semplicemente la subiscono, consegnandola a genitori, mariti, figli, datori di lavoro, amici. Ciò che manca è vivere il proprio genere con consapevolezza. Cosa significa essere donna? Quanto sanno ascoltarsi le donne, oggi, per scoprirlo? Che rapporto hanno con il proprio corpo, quanto lo “ascoltano”? E come vivono valori quali l’accoglienza, la cooperazione, l’intuito, la sensibilità, la creatività, il dinamismo, che naturalmente appartengono al loro genere? Quanto riescono ad integrare questa ed altre caratteristiche femminili con i ruoli e gli atteggiamenti che la società attribuisce loro? Quanto sono inconsapevoli prigioniere di cliché che la famiglia, il gruppo, la società, hanno scelto per loro? Ecco, domande come queste rimangono spesso senza autentiche risposte. Per rispondere bisogna rispondersi, uscire dalla confusione, “rinascere” a se stesse.

Quando una donna riesce a compiere questo miracolo, molti veli cadono davanti ai suoi occhi. Improvvisamente, si accorge che l’arroganza, la prepotenza, la forza, l’ostentazione, l’aggressività maschile sono segni di profonda debolezza, grande solitudine, inadeguatezza. Scopre di non aver ascoltato per lungo tempo le richieste che arrivavano dal suo cuore e, amaramente, si rende conto che, se non vuol bene a se stessa, non può amare profondamente nessun’altra persona. Si rende conto di aver confuso il sacrificio con l’amore, il senso del dovere con l’attitudine a cooperare, l’inclinazione al “martirio” con l’offrire amorevolmente una parte di sé a quanti l’accolgono per valorizzarla facendola fiorire. S’avvede d’aver sviluppato caratteristiche maschili come l’aggressività, il desiderio di potere, la competizione, mescolandole a proprie debolezze quali la tendenza al giudizio, alla chiacchiera, all’arrendevolezza, alla rivalità con l’altra. È improvvisamente consapevole che l’”altra metà del mondo”, l’uomo, è in difficoltà. Non trova più la bussola, non capisce più cosa e come fare per intercettare il mondo delle donne. Vaga in una nebbia che, a seconda del caso e del momento, lo porta ad interpretare il ruolo del dongiovanni, della vittima, del carnefice, del depresso, di chi cerca consolazione in orizzonti geografici in cui le donne hanno ancora la necessità di accasarsi con un uomo per aver diritto ad una vita dignitosa. È incredibile come, in Occidente, il fenomeno dei matrimoni con donne straniere provenienti da società in cui il ruolo femminile è subordinato al maschile sia in costante aumento. Eppure, questo è soltanto un rinvio, un non voler affrontare ancora il fulcro della questione. È giunto, invece, il tempo del dialogo, di un incontro tra maschile e femminile. È il tempo in cui, nei Paesi che dovrebbero aver raggiunto un alto livello di Democrazia attraverso il rispetto dei diritti di tutti, le donne rinascano attraverso il rispetto, innanzitutto di se stesse. È giunto il tempo in cui, lasciandosi la competizione ed il chiacchiericcio alle spalle, aiutino gli uomini a valorizzare il loro “femminile” e contribuiscano a rifondare una società improntata su valori quali la cooperazione, l’accoglienza, la solidarietà e la bellezza. Solo da una riscoperta consapevole di questi aspetti femminili presenti nei due generi sarà possibile una crescita culturale, etica e sociale del mondo in cui viviamo.

Alessandra Guerra
Giornalista e formatrice

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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