Riprendiamoci l’Italia

I cittadini, per rientrare nella loro autentica dimensione di membri attivi della polis, devono ritornare a fare politica, nelle piazze, innanzitutto, rompendo gli steccati, spezzando il silenzio, se possibile boicottando i media “di regime” ed attivandosi a favore di nuove fonti di informazione e nuove forme di comunicazione.

Il sistema politico italiano pare senza via d’uscita, se vogliamo pensare alle strade usuali, istituzionali: proprio le istituzioni, del resto, costituiscono una delle cause della situazione, e non si vede quale possa essere la soluzione. Il Parlamento è divenuto un luogo ormai residuale, abitato da figure (sovente figuri) prive di qualunque autorevolezza intellettuale e morale, spesso anche sprovviste della capacità di rappresentare politicamente chicchessia. Una legge elettorale assolutamente antidemocratica, un sistema nel quale i media, in particolare la televisione, contano più delle Camere, un quasi monopolio dei mezzi di comunicazione da parte di un gruppo il cui proprietario è il Presidente del Consiglio. La linea di sviluppo pare essere quella tipica delle postdemocrazie, con le varianti italiane del caso: populismo mediatico, leaderismo di tipo vagamente bonapartistico, perdita di valore della Legge, collusione crescente tra gruppi d’affari e gruppi politici, inquinamento da parte della criminalità. Last, but not least, “mignottocrazia”, per usare un’espressione lanciata da un giornalista vicino a Berlusconi. Questa appare un’assoluta innovazione politica, sia nella storia italiana, sia nel contesto internazionale, per la sua estensione e la sua dimensione sistemica, in grado di stravolgere, accanto agli altri fatti corruttori, l’intero sistema politico nazionale, le sue scale di valori, la possibilità di selezionare la classe dirigente. Ci poniamo, dunque, il problema di come si possa migliorare la partecipazione attiva dei cittadini al processo democratico.

I cittadini, oggi ridotti ad una condizione assai prossima alla sudditanza, alla passività di consumatori, la cui libertà si è ridotta alla scelta di un canale televisivo o di una merce in una vetrina, non possono attendersi nulla dal sistema politico, a meno che non lo tengano sotto fortissima pressione, pretendendo, non chiedendo, di recuperare i propri diritti, a cominciare dal diritto di scelta dei propri rappresentanti. I cittadini, per rientrare nella loro autentica dimensione di membri attivi della polis, devono ritornare a fare politica, nelle piazze, innanzitutto, rompendo gli steccati, spezzando il silenzio, se possibile boicottando i media “di regime” ed attivandosi a favore di nuove fonti di informazione e nuove forme di comunicazione con altri cittadini indignati. La Rete può fare molto in tal senso, e gli esempi che ci giungono dall’area mediterranea – dal Medio Oriente alla Spagna – sono assai incoraggianti.

I cittadini, anche quelli che si schieravano all’opposizione, tradizionalmente “di sinistra”, sono stati addormentati da politiche rinunciatarie dei loro rappresentanti, o disgustati per quegli atteggiamenti che apparivano francamente poco consoni, anche sul piano morale, ai valori della sinistra. Rifiuto del voto, forme più o meno esplicite di antipolitica, compreso un neoqualunquismo, si sono associati ad un ripiegamento nel silenzio e nell’abbandono dell’agorà. Ma, negli ultimi tempi, si sono avvertite forti spinte in senso contrario. Il vento politico sta cambiando e una massa crescente di cittadini, specie giovani, ma non soltanto, sembra voler prendere direttamente nelle sue mani, con il proprio destino, anche quello del Paese. La mobilitazione spontanea del 2011, dalla manifestazione delle donne di febbraio fino alla campagna referendaria, ne costituisce uno straordinario, incoraggiante, esempio. Avvicinare la democrazia formale alla democrazia sostanziale, come richiede l’articolo 3 della Costituzione, penso sia possibile e necessario, ma difficile. Occorre un lavoro lungo, nel quale semplici cittadini, forze sindacali, gruppi intellettuali, movimenti ed associazioni si sostengano, si integrino nella loro azione. Bisogna strutturare un’iniziativa di carattere culturale, in primo luogo: far capire alla grande massa degli Italiani e delle Italiane che l’uguaglianza davanti alla legge (un risultato, oggi, perduto perché la legge non è uguale per tutti e rivela un segno fortemente classista) segna solo un primo passo verso una democrazia sociale, fondata su una riduzione delle disuguaglianze, innanzitutto sul piano economico. Oggi, quelle disuguaglianze sono scandalose, e sono andate crescendo negli ultimi vent’anni. Un autore non certo sospetto di filocomunismo come Norberto Bobbio, mio maestro, scriveva, nei primi anni ‘90, che la democrazia è un sistema che si sforza di correggere le disuguaglianze, che va nella direzione di una loro progressiva riduzione: sul piano culturale (a tutti la medesima possibilità di studiare, coltivarsi, amare l’arte, per esempio), economico (contro le sperequazioni a cui accennavo), sul piano politico (a tutti deve essere garantita la possibilità di accedere a cariche pubbliche, senza discriminazioni se donne, neri o poveri).

Assistiamo, invece, al processo inverso. La politica è un orto chiuso. Vi si accede attraverso parentele, amicizie, camarille: proprio come nel mondo finanziario ed industriale. Ormai si ereditano partiti come si ereditano aziende. L’accesso alle “professioni liberali” è altrettanto castale, e così pure l’Accademia. Famiglie, famiglie, ancora famiglie: “familismo amorale”. La stessa possibilità di portare avanti gli studi universitari sta diventando sempre più condizionata dal censo: si sta ritornando ad una selezione cetuale, edificata non certo in base alle attitudini ed alle passioni dei singoli. Il dottorato di ricerca, primo passo verso la carriera accademica, prevede un numero di posti esiguo, la maggior parte dei quali privo di sussidi economici. Oggi può essere svolto soltanto dai giovani che abbiano alle spalle famiglie abbienti, in grado di mantenerli per un ulteriore triennio, dopo il quinquennio-base per la laurea. La democrazia sostanziale appare molto, molto remota. Ma oggi, nel vento nuovo che scuote la politica e la società, si percepisce una richiesta di cambiamento reale, dal basso. Si chiede, innanzitutto, di vivere. Si combatte, pertanto, per obiettivi primari, per la difesa di beni comuni, materiali, come l’acqua o l’aria, fino a quelli immateriali, altrettanto importanti, come l’informazione e la legalità. La democrazia, o meglio, la postdemocrazia italiana, gravemente deficitaria, messa a durissima prova da una serie di provvedimenti legislativi, inquinata dal malaffare, pessimamente gestita da comitati d’affari secondo una concezione dello Stato privatistica quanto inefficiente, appare in grave difficoltà al cospetto dei processi socioeconomici mondiali ed alle trasformazioni che la globalizzazione comporta. Si sta rivelando il peso di una mancanza di classe dirigente degna di questo nome: da Confindustria alla gran parte degli apparati sindacali, dal ceto intellettuale fino alla classe politica. Senza una vera rifondazione della classe dirigente, difficilmente l’Italia potrà evitare di crollare agli ultimi gradini della scala mondiale, almeno quella concernente i Paesi di pari peso e storia. Penso che la democrazia, così come è stata pensata dai nostri Padri Costituenti, non possieda in sé gli anticorpi per contrastare il potere finanziario. Direi che essi, pure ideati con intelligenza, non siano più sufficienti davanti all’aggressività del turbo capitalismo. Si aggiunga, poi, che alcuni dispositivi di legge, dei governi Berlusconi, ma anche dei governi di Centrosinistra, lanciati in una plateale imitazione delle politiche dell’avversario, hanno indebolito quelle barriere contro lo strapotere della finanza che pure erano state pensate dai nostri Costituenti.

Occorre, perciò, abrogare una serie di leggi che da Amato a Berlusconi, passando per Prodi e D’Alema, sono state improvvidamente o capziosamente approvate. Ed occorre altresì introdurre correttivi nuovi, adatti agli sviluppi del sistema capitalistico, ed esercitare una vigilanza ben più ferma, riconsegnando allo Stato il suo compito di supremo regolatore dell’economia, contro le stolte apologetiche del Mercato. Rovesciando la famigerata frase di George Bush senior, oggi possiamo affermare che “Il Mercato non è la soluzione, il Mercato è il problema”. Valuto molto positivamente i recenti fatti della contestazione No Tav, in Val di Susa e non solo. Disapprovo la violenza, ma gli Italiani che hanno avuto in sorte di vivere in quelle terre hanno tutti i diritti di opporsi alla violenza di Stato, e tutti gli Italiani hanno il dovere di sostenerne la lotta. Essi non combattono solo per difendere la “loro” valle, ma stanno difendendo gli interessi nazionali. La Tav è un’opera scellerata, economicamente disastrosa, devastante sul piano paesaggistico, pericolosa dal punto di vista ambientale e, soprattutto, inutile sul piano del sistema dei trasporti. La battaglia No Tav è un esempio di come i semplici cittadini, sfidando le menzogne dei media e la complicità dei partiti (gli uni e gli altri succubi degli interessi economici legati alla Tav, spesso finanziati da coloro che alla Tav sono legati per le commesse), contro la disinformazione sistematica, si stanno riprendendo la loro dignità di cittadini, non sudditi, e stanno proclamando in modo forte il loro diritto a reagire. A fare politica, insomma. O, se si preferisce, ad essere pienamente cittadini.

Angelo d’Orsi
Professore ordinario di Storia delle dottrine politiche,
membro del Collegio della Scuola di Dottorato di Studi Politici,
presidente del Corso di Laurea in Scienze Politiche all’Università di Torino

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Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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