Mutamenti solo apparenti

Le rivoluzioni producono una rottura profonda e spesso violenta con la realtà politica e sociale in cui si manifestano. Perché abbia luogo una rivoluzione è necessario che si produca un mutamento radicale rispetto al passato. Un mutamento irreversibile, capace di modificare la gestione del potere da parte delle masse.

Il 2011 verrà certamente ricordato per gli eventi che hanno scosso il Nord Africa ed alcuni Paesi del Golfo Perisco e del Levante Mediterraneo. Una sequenza di fatti pressoché straordinaria, che ha cambiato il volto della politica locale innescando un meccanismo di partecipazione del tutto nuovo ed inaspettato. La prima ad incendiarsi è la stata la Tunisia. Con la sua Rivoluzione del Gelsomino, ha in breve tempo costretto all’uscita di scena il presidente Ben Ali, scardinando quello che sembrava uno dei più solidi sistemi autoritari della regione. Subito dopo, l’Egitto. La determinazione della folla in piazza Tahrir ha imposto la fine della quasi trentennale presidenza di Mubarak. Poi, la Libia. Ma Gheddafi ha reagito, causando una crisi sanguinosa, dagli esiti ancora incerti. E appare ancora più instabile l’Algeria, dove molti sono i segnali di crisi e, forse, di un’imminente esplosione. Sebbene di grande rilievo, tutti i processi che hanno interessato il Nord Africa, tuttavia, hanno avuto ben poco di rivoluzionario. Eccettuato il caso della Libia, più complesso e particolare, si sono connotati più come rivolte che come vere e proprio rivoluzioni. Le rivoluzioni sono fenomeni rari. Producono una rottura profonda e spesso violenta con la realtà politica e sociale in cui si manifestano. Sono attuate attraverso strategie di partecipazione delle masse innovative ed aggressive e presentano una retorica chiara, incisiva e determinata. Perché abbia luogo una rivoluzione è quindi necessario che si produca un mutamento radicale rispetto al passato.

Un mutamento irreversibile, capace non solo di cambiare la fisionomia del sistema istituzionale, ma anche del modo di intendere la politica e la gestione del potere da parte delle masse. Una dinamica totalizzante, attraverso un programma ideologico di ricostruzione della società. Le rivolte, al contrario, sono episodi solo parzialmente simili ai processi di rivoluzione, e da questi distinti soprattutto per la mancanza di due elementi. In primo luogo, è assente la capacità di mutazione del contesto in cui si esplica l’azione, con il conseguente ripristino, dopo intervalli temporali più o meno lunghi, dello status quo. È poi assente l’impianto retorico che caratterizza, invece, le rivoluzioni, lasciando le prime prive di una solida impalcatura su cui reggere lo scontro della fase violenta. Le rivolte tendono quindi ad essere caratterizzate da un’assenza di leadership, o da linee di comando assai confuse ed ignote alle masse, con la conseguente impossibilità di individuare i necessari punti di riferimento per la gestione di un processo continuativo nel tempo. Le rivolte, infine, tendono, nell’esperienza della storia più recente, non ad eradicare un sistema, ma a sostituirvisi. Se l’obiettivo è quindi quello di valutare la natura degli eventi in Nord Africa, il complesso degli episodi che ha caratterizzato le due crisi sembra far escludere l’ipotesi di una fase rivoluzionaria. In Tunisia ed in Egitto, alla fase attiva della rivolta è seguito un processo di stabilizzazione ad opera delle forze armate, vero e proprio sistema portante delle due Nazioni. Queste hanno saggiamente mantenuto la neutralità nella parte propulsiva degli eventi, fungendo invece da collante istituzionale e sociale nel momento in cui la spinta iniziale veniva meno, incalzata dalla richiesta di un rapido ritorno alla normalità. In entrambi i casi, quindi, le forze armate hanno dato luogo a nuovi equilibri ed alleanze, quasi integralmente non rappresentativi della realtà sociale che aveva scatenato le proteste, ma nuovamente solidi e capaci di mantenere gli equilibri nel lungo periodo. Assai diversa, invece, la questione in Libia. Avviata come manifestazione spontanea di protesta contro il regime di Gheddafi, soprattutto nelle aree della Cirenaica, storicamente ostili al ruolo del rais, la rivolta è stata oggetto sin dall’inizio di un chiaro e conclamato tentativo di colpo di Stato. Con il forte supporto – se non la regia – di alcuni Paesi europei.

La dinamica degli eventi ha quindi assunto rapidamente un corso differente rispetto a quelli della Tunisia e dell’Egitto, innescando una spirale violenta grazie alla distribuzione di armi ai civili ed alla partecipazione di specialisti aventi un chiaro obiettivo tattico e strategico. Qualcosa, tuttavia, non è andato secondo i piani, e quello che sembrava un Gheddafi prossimo alla capitolazione è riuscito inaspettatamente a resistere ed a reagire con forza in tempi rapidi. Si è così aperta una crisi regionale dalla portata e dagli esiti ancor oggi incerti. Non è quindi avvenuto – almeno sino ad oggi – un processo di sostituzione, determinandosi, al contrario, una pericolosa stasi che ha messo in chiaro e palese imbarazzo gli Europei – i veri perdenti nella crisi – e non ha risolto il dilemma della bipartizione del Paese. In conclusione, quindi, non ci sono state rivoluzioni in Nord Africa, ma solo processi di rivolta che hanno determinato mutamenti solo apparenti. Sono state vanificate le aspirazioni delle masse dei giovani arabi, sono stati consolidati gli equilibri di sempre, sono stati innescati fenomeni di crisi con cui l’Europa dovrà confrontarsi a lungo. Una cosa, tuttavia, è cambiata: la convinzione, tutta occidentale, dell’inerzia delle masse arabe e della loro scarsa propensione all’attivismo politico, è sparita d’un colpo.

Nicola Pedde
Direttore Institute for Global Studies School of Government, Roma

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Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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