Il Maestro

Corrado Augias

Gli presentavano dei bambini perchè li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: “Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perchè a chi è come loro appartiene il regno di Dio”.

Possiamo considerare Gesù un agitatore sociale? Egli è un uomo che cerca di rimuovere dai singoli la tendenza alla facilità della vita, all’evasione dagli impegni e dai doveri, che sappiamo essere la vera zavorra che ognuno si trascina dietro. Se fai questo con una singola persona, sei un confessore, un amico, un confidente. Se lo fai davanti ai discepoli o, meglio ancora, pubblicamente di fronte alle moltitudini, sei un agitatore sociale. Lo diventi a dispetto delle tue intenzioni, lo sei nei fatti e di fatto. Gesù cerca di convincere gli uomini e le donne che incontra a comportarsi in una certa maniera, cercando così di provocare, a catena, un cambiamento sociale collettivo. È un aspetto di grande attualità, che apre ad una questione più ampia e lungamente dibattuta: se il cristianesimo abbia rispettato il suo insegnamento. Il ritorno a Dio, così come egli lo pone, dovrebbe derivare da un moto interiore di esseri umani toccati dalla grazia. Il cristianesimo, nella sua applicazione pratica, gerarchica, istituzionalizzata, ha rispettato questo precetto? C’è chi ha risposto – con una battuta che talora acquista il sapore della verità – che, se Cristo tornasse sulla terra, non riconoscerebbe le Chiese che pretendono di agire in suo nome. Sono domande che ancora una volta pongono l’eterno dilemma degli strumenti usati per raggiungere uno scopo, benefico che sia. Nel suo odio anticristiano, molto acceso ma molto lucido, Friedrich Nietzsche nell’opera L’Anticristo scrive: ‘In (san) Paolo s’incarna il tipo opposto al ‘buon nunzio’, il genio in fatto di odio, di inesorabile logica dell’odio! …la potenza era il suo bisogno, ancora una volta il prete mirò alla potenza – egli poteva utilizzare soltanto idee, teorie, simboli, con cui si tiranneggiano masse, si formano greggi’. Paolo è il primo che comincia a predicare ai gentili (i non Ebrei), contravvenendo al precetto di Gesù che intendeva dedicare la sua parola solo ‘alle pecore smarrite del popolo d’Israele’. È stato Paolo, il fariseo, il primo ad allontanarsi da lui? C’è chi ritiene che Gesù sia completamente soffocato sotto l’imponente sovrastruttura elaborata nel corso dei secoli, tanto che ogni tentativo di ritrovarne il vero messaggio sarebbe destinato in partenza al fallimento. Sappiamo comunque con sufficiente precisione che egli rispettava la Legge (Torah), e che intendeva completarla a suo modo; e che per fare questo non esitò a scontrarsi con le gerarchie religiose e con i più consolidati luoghi comuni. Lo studioso John Dominic Crossan, nel suo Gesù, una biografia rivoluzionaria, coglie vari aspetti di questo suo modus operandi.

Nel Vangelo di Tommaso (55) Gesù dice: ‘Colui che non odierà il padre e la madre non potrà divenire mio discepolo, e chi non odierà i suoi fratelli e le sue sorelle e non prenderà la sua croce con me…non sarà degno di me’. In Luca 12, 51-53 leggiamo: ‘Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. ….padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera’. Matteo, che riporta queste frasi quasi alla lettera, aggiunge (10, 36): ‘e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa’. In ogni società, in particolare nelle società mediterranee, la famiglia è la sede privilegiata degli affetti (e degli interessi) nonché il primo nucleo della collettività. Ma allora, che senso ha diffondere nei villaggi sentenze esplosive come queste? I possibili esempi di parole o azioni empiricamente politiche sono numerosi. L’atteggiamento di Gesù verso i poveri e i deboli ne fa parte. ‘Beati i poveri perché vostro è il regno di Dio’ (Vangelo di Tommaso, 54); ‘Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio’ (Luca 6,20); ‘Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli’ (Matteo 5,3). Le fonti sono concordi, ma di quali poveri sta egli parlando? In greco ‘povero’ è penes, mentre la parola usata nei vangeli è ptochòs, che non significa persona di scarsa o umile condizione, bensì ‘derelitto’, colui che nulla possiede. Il povero di cui si parla è colui che deve impegnarsi allo spasimo per mettere insieme il pranzo con la cena. È il mendico, il vagabondo, il miserabile, colui che non ha la casa né il cibo. Perché Gesù si sarebbe rivolto a questi ptochòi? Forse, anticipando il romanticismo, per ingenua, idealizzata illusione sul fascino della povertà? O non ha voluto indicare nei ptochòi il frutto dell’ingiustizia sociale, gli scarti umani che il ‘sistema’ (diremmo oggi) rifiuta ed espelle? E non è questa una tipica azione politica? Vediamo un altro aspetto di questa sua azione profondamente riformatrice: ciò che dice, e fa, a proposito dei bambini. In Marco (10, 13-16), lo vediamo impegnato in un’azione esemplare: ‘Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: ‘Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio’.

Non si può apprezzare la forza di queste parole, se non si considera che i bambini, in una società contadina primitiva, erano nulla, erano non persone, proprio come i miserabili. Un bambino non aveva nemmeno diritto alla vita. Se suo padre non lo accettava come membro della famiglia, poteva benissimo gettarlo per la strada, farlo morire oppure cederlo a qualcuno come schiavo. Un ulteriore esempio, sempre sullo stesso tema, si può fare ricorrendo alla famosa parabola dell’uomo (del re, secondo alcuni) che, avendo preparato un banchetto, manda un suo servitore a convocare gli amici. Tutti gli invitati però, chi per una ragione chi per un’altra, declinano l’offerta. Il padrone dice allora al servo: ’Va’ fuori per le strade e conduci qui quelli che troverai affinché pranzino’. I compratori e i mercanti non entreranno nella casa del Padre. (Vangelo di Tommaso, 64). Questa parabola è piena di un radicalismo egualitario che non esiterei a chiamare di tipo comunista, forse di quella particolare qualità di comunismo che, nell’Israele dei pionieri, subito prima e dopo il 1948, si è praticato nelle fattorie collettive dette kibbutzim. In questa commensalità egualitaria, dove i poveri e i ricchi, i sani e gli ammalati, radunati a caso per la strada, siedono l’uno accanto all’altro e spezzano lo stesso pane, c’è una sfida sociale così forte da diventare quasi minacciosa.


Autorizzazione da: INCHIESTA SU GESU’ – Chi era l’uomo che ha cambiato il mondo, Mondadori, 2006, pp. 63-69.

Corrado Augias
Giornalista, scrittore, conduttore televisivo

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