Made in Italy

Nei secoli passati l’Italia è stata la culla dell’arte e della cultura grazie al Mecenatismo della Chiesa, di sovrani, signori, aristocratici, possidenti. La loro lungimiranza e il sostegno economico verso letterati, pittori, scultori, musicisti ha permesso di accrescere il loro prestigio agli occhi dell’Europa e del mondo. Ma non solo, ha trasmesso un eredità al popolo italiano di valore incommensurabile. Un patrimonio morale e materiale da valorizzare ma anche solo da conservare, restaurare, difendere. Una base su cui coltivare quell’insieme di attività che spaziano dal design all’industria creativa che ancora oggi mantengono il valore del marchio Made in Italy in tutto il mondo.

Purtroppo però, complice la recente crisi economica e l’attuale abitudine “culturale” italiana ad emarginare chi possessore di talento, anche nel campo dell’arte e della cultura stiamo assistendo, come nelle altre discipline, ad una vera e propria fuga di talenti artistici verso centri di formazione esteri.

In Italia ormai conservatori, scuole d’arte ed accademie sono in seria difficoltà per il marginale sostegno economico da parte di Governo ed istituzioni territoriali. Il personale è insufficiente alla gestione degli Istituti: il Metropolitan Museum di New York ha più addetti scientifico-culturali di tutti i musei d’Italia messi insieme e per ventisei soprintendenze esistono solo trecento storici dell’arte che si concentrano a Firenze e a Roma, lasciando scoperto gran parte del territorio nazionale. Pochi enti locali hanno possibilità di partecipare attivamente alla catalogazione dei beni culturali nazionali tanto che si stima che il patrimonio pubblico censito sia solo un quinto. E come se non bastasse i tagli al Fondo Unico per lo Spettacolo danneggiano un settore industriale che dà lavoro a circa 200.000 lavoratori.

È quindi necessario un maggiore impegno dell’Italia sulla valorizzazione del patrimonio e nella formazione artistico e culturale. Non è pensabile che vengano investiti solo quaranta milioni di euro al mantenimento dei beni artistici a fronte di un turismo “culturale” che porta ogni anno in Italia trenta milioni di turisti, uno degli assi portanti potenzialmente più efficaci per il rilancio dell’economia del nostro Paese.

Ma i risvolti positivi non sembrano essere solo di natura economica. Una ricerca della Norwegian University evidenzia come alla partecipazione attiva nel campo dell’arte e cultura migliori l’umore e difenda dalla depressione. Il professor Holmen ed i suoi collaboratori hanno lavorato con un campione di 50.000 soggetti. I risultati hanno evidenziato come hobby “intellettuali” (pittura, musica lettura…) migliorino la stabilità e il benessere psicologico più che i successi sul lavoro o un maggiore benessere economico.

A questo punto però – e soprattutto dopo il “drammatico” risultato del televoto al Festival della Canzone Italiana di Sanremo – viene da chiedersi se sia il caso di prendere immediati e seri provvedimenti per combattere la “depressione” che affligge la popolazione italiana ormai a digiuno di cultura da almeno 20 anni.

di Massimiliano Fanni Canelles

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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