Vittime dell’ingiustizia

Silvia Tortora

“Mio padre finì in carcere innocente nel giugno 1983. Fu per noi uno strazio. Vedemmo cose che mai avremmo immaginato attraverso i suoi occhi e attraverso le sue parole”. E Stefano, morto pochi giorni fa, forse è vittima anche lui del sistema carcerario italiano.

Sono giorni e giorni che mi faccio una domanda. Cosa posso aggiungere io al fiume di parole scritte sulla vicenda di Stefano Cucchi, giovane ragazzo morto di botte e disinteresse, ammazzato dalla violenza cieca e dall’indifferenza di chi doveva averne cura? Ben poco, credo. Perché già tanto è stato detto e scritto. Di alto e nobile, e di basso e volgare. Ma vorrei tentare lo stesso di fissare i miei pensieri e affidarli alla vostra riflessione. Ho conosciuto il carcere per interposta persona. Mio padre, Enzo Tortora, ci finì innocente nel giugno 1983. Fu per noi uno strazio. Vedemmo cose che mai avremmo immaginato attraverso i suoi occhi e attraverso le sue parole. Era in cella, Enzo, con un compagno tossicodipendente, un giovane romano, fragile e malato, che aspettava un bambino. La cura per lui era quella di stare chiuso in una gabbia con altri uomini e patire ore lunghe e inutili. Enzo non si dava pace perché capiva che non sarebbe mai guarito. Non così. Infatti. Questo ragazzo, come Stefano, come migliaia di altri, sarebbe uscito solo più stanco, arrabbiato, deluso, amaro e impotente.

È il destino di tutti quelli che vivono la tossicodipendenza come buco nero e trovano dal sistema una cura ancora più nera: la galera. Una legge inutile imbottisce le carceri di tossicodipendenti (sono la maggioranza dei detenuti), anziché affidarli a strutture protette, per un fanatismo ideologico che non fa nulla per stroncare il traffico di droga. Difatti, appena fu libero, Enzo scelse di andare a portare dei fiori sulla tomba di un giovane tossicodipendente morto suicida in galera a Cagliari, dopo cento giorni passati in isolamento. Dicendo: ”Lui, non io è stato vittima di una giustizia crudele, orba e senza pietà”. Sono passati venticinque anni da allora. Ed eccoci a Stefano. Ottobre 2009. Stefano Cucchi non è solo vittima dell’inutile legge sulle tossicodipendenze. È stato oltraggiato e preso a calci da uomini che avrebbero dovuto proteggerlo. Uomini con indosso una divisa. Anzi, due. I primi “probabilmente” guardiani di detenuti. Persone che dovrebbero custodire e garantire l’incolumità dei detenuti. Già si sa molto. Stefano picchiato nei sotterranei di un tribunale. Stefano condotto in ospedale, e tradito, ancora una volta, da altre divise, quelle dei medici, che avrebbero dovuto curarlo con rispetto, civiltà e, oso, con amore.

E invece no. Questo ragazzo fragile, esile, è stato lasciato andare via ferito dentro e fuori, perché non “collaborava” coi dottori. Manifestava un atteggiamento “ostile”. Rifiutava di essere “alimentato”… E qui mi permetto un inciso. Anche Eluana Englaro non poteva collaborare, ma attorno a lei si che ci si dava da fare, con accanimento, per mantenerla in vita… e che vita. Senza amore, senza cure, senza dignità, Stefano è scivolato nel nero della morte tutto solo. Nessuno accanto a tenergli la mano. Mamma e papà non potevano neppure mettere piede al suo capezzale. Chissà che dolore Stefano… Eppure. La sua famiglia, con grande coraggio, ha deciso di consegnare a tutti noi il suo ultimo ritratto. Uno scheletro avvolto in un sacco azzurro da obitorio. Il volto terribile, un corpo che ricorda i corpi dei deportati, ma con in più un segno tremendo alla schiena martoriata. Immagine che non si dimentica, non si deve dimenticare. Prima di allora, nessuno di noi aveva visto nulla di simile. Lo aveva, forse, solo immaginato. Perché Stefano, purtroppo, non è il primo, né sarà l’ultimo morto così. Eppure, la scelta della sua famiglia di rendere pubbliche le sue foto e di chiedere verità e giustizia aggiunge qualcosa a questa orribile storia. Aggiunge un valore positivo e nobile.

La famiglia di Stefano Cucchi ha chiesto con pacatezza e fermezza di conoscere la verità. Non ha urlato, non ha minacciato, non ha impugnato l’arma della vendetta. Ha domandato, ha condiviso con tutti noi un grande dolore e una grande ingiustizia. Lo ha fatto scarnificandosi e offrendo immagini belle di Stefano e dei suoi cari e immagini terrificanti del suo corpo. Ha preso le distanze da coloro che usavano Stefano per menare le mani. Ha capeggiato un corteo chiedendo rispetto per le forze dell’ordine, ha respinto al mittente le sciocchezze di chi voleva Stefano tossico, anoressico e perfino sieropositivo. Una famiglia così è, in questo Paese, un’eccezione. È un esempio, una nota di decenza. Ed è a questa famiglia, a quel dolore, e alla sacrosanta ricerca della verità, che la Giustizia, e noi tutti dovremmo inchinarci e chiedere perdono.

Silvia Tortora
Giornalista italiana, conduce il programma “BIG” di Rai Educational su Raitre

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