Siamo figli della televisione

Noi insegniamo come l’arte aiuta le persone con disagio psichico. Prima di arrivare a loro, però, è necessario imparare come l’arte aiuta a comprendere il mondo. Pensa te. Allora l’arte è utile. Serve a qualcosa. Forse non ti fa diventare ricco e famoso, ma ti aiuta a vivere meglio.

Al nostro corso di laurea arrivano studenti poco preparati. Volenterosi, applicati, sì. Curiosi, in grado di lavorare in equipe, sì. Sono, però, maggiormente, analfabeti musicali, letterari, artistici. Poiché il nostro insegnamento verte sull’applicazione dell’arte nella riabilitazione psichiatrica, si capisce quali e quante siano le difficoltà. Come fare, in quelle poche ore concesse, ad insegnare come inserire il teatro, a utilizzarlo, se non lo si conosce, se non si è mai andati a vedere uno spettacolo. Se s’ignorano i codici della cultura musicale, se non si sono mai ascoltati una sinfonia o un concerto. Se non ci si è mai lasciati guidare da Balzac, Dostoevskij, Flaubert, Keats, Ariosto, Dante, Faulkner, Borges.Nessuna meraviglia. Anzi, la meraviglia è quando qualcuno di loro conosce i riferimenti. Hanno letto qualche romanzo, oltre le esigenze scolastiche. Sanno cos’è un crescendo rossiniano. Hanno visto spettacoli, oltre l’odiato teatro dell’obbligo, quelle terribili matinée scolastiche nelle quali centinaia di vocianti maleducati si divertono a costo di una malcapitata compagnia che deve fare quella recita.

Nessuna meraviglia. Sono figli di un Paese che ha eletto guida spirituale i modelli culturali imposti dalla televisione. Le arti sono patrimonio di una minoranza. A cosa servono in una società come quella che abbiamo creato? Non fanno diventare ricchi né famosi. Noi insegniamo come l’arte aiuta le persone con disagio psichico. Prima di arrivare a loro, però, è necessario imparare come l’arte aiuta a comprendere il mondo. Pensa te. Allora l’arte è utile. Serve a qualcosa. Forse non ti fa diventare ricco e famoso, ma ti aiuta a vivere meglio. Si parte dalla constatazione che gli artisti sono persone che ragionano al contrario, vuoi perché lo scelgono, vuoi perché non possono farne a meno. Laddove le persone normali rifuggono ossessioni e criticità, l’artista le coltiva, le esplora, le aggredisce, ne soffre e ne gioisce (nel cervello, dolore e piacere vivono nello stesso centro). Di queste ossessioni e criticità nutre le sue opere. Nel, col teatro (grazie ai neuroni specchio) migliaia di spettatori possono conoscerne gli esiti, senza dover affrontare i pericoli della ricerca.

Così, artisti e persone sofferenti disagi psichici condividono un medesimo status. Gli operatori no: ecco dove interviene il nostro lavoro. Crea ponti e, necessariamente, apre orizzonti verso altre culture nelle quali – come tra i Dogon del Mali – il rapporto con la sofferenza psichica è assai diverso. Dove, invece di essere emarginato, il sofferente guadagna il centro della vita sociale. Quelle comunità percepiscono che attraverso gli atti del sofferente qualcosa d’importante parli a tutti. Se è importante, diviene necessario costruire sistemi atti a comunicare: a mettere in comune, nell’accezione antica di questo termine. Il sofferente è vissuto come una risorsa: bisogna allestire i modi per sfruttarla a beneficio di tutti. Così sono nati riti e cerimonie e sono nate le arti, ovvero gli strumenti necessari a svolgerli. Il nostro è dunque un campo interdisciplinare, nel quale l’antropologia, la socio-economia, la medicina, la storia e la pratica delle arti sono legati in modo intimo e complesso.

Perciò, negli studenti, una preparazione appropriata sarebbe, oltre che desiderabile, necessaria. Ebbene, nella maggior parte dei casi dobbiamo improvvisare. Sopperire ai vuoti formativi con corsi accelerati, con percorsi di fortuna. Il problema è serio. Le statistiche informano che in Europa un quinto della popolazione soffre di disagio psichico e in Italia siamo nella media europea. Occorre agire sulla prevenzione e pertanto sono necessari operatori multidisciplinari per farvi fronte, non solo psichiatri. Persone in grado di guidare gli adolescenti in crisi, di proporre percorsi di salute, di agire sul sociale per modificare ciò che è necessario modificare, prima che la demenza ci sommerga tutti. Mi sono dilungato assai sul nostro lavoro, per mostrare come una riforma scolastica sia effettivamente necessaria, perché si possano far vivere seriamente le arti nella scuola e nell’università. Per alfabetizzare con l’arte i nostri giovani e contribuire così ad alfabetizzarli emotivamente.

Temo però che la riforma in esame in questi giorni non vada in tale direzione. Occorrono risorse per impegnare gli artisti disponibili all’educazione dei giovani, attraverso un vasto piano di pratiche, in quello straordinario teatro delle possibilità che sono scuola e università. La situazione si presenta disperata, in una società come la nostra, dove a interrogare le arti sono in così pochi e dove troppe case non albergano nemmeno un libro. Vi è però oggi un’opportunità davvero unica: la crisi prima finanziaria e poi economica, scatenata dall’avidità cieca, dall’abbraccio mortale che stringe vittime e carnefici nell’illusione feroce che la felicità risieda nell’avere tanto. Non importa come. Una crisi di civiltà che può aiutarci a ritornare su valori degni, quelli che il meraviglioso patrimonio delle arti ci offre in eredità e che stupidamente sdegniamo.

Horacio Czertok,
Attore e regista Teatrale, Docente.

 

 

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Massimiliano Fanni Canelles

Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles 

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