Guardiamo in faccia la realtà

Negli ultimi cinque anni le materie insegnate nell’università italiana sono cresciute del 50%. Se si prende a riferimento l’anno della riforma, con l’introduzione del 3+2, il 1999, la crescita è del 300%. Se la materia del creato avesse la stessa inflazione delle materie universitarie, l’universo sarebbe già esploso. Secondo i dati del comitato nazionale di valutazione, dunque, gli insegnamenti universitari hanno raggiunto l’impressionante cifra di 180.000. Per pagare i costi di questa enorme bolla universitaria se ne vanno praticamente tutti i quattrini investiti, non restando nulla per le cose che all’università si dovrebbero fare: studiare e ricercare.

La scuola non è un problema di ordine pubblico. Occupare gli edifici pubblici è sicuramente un reato, ma l’intervento della forza pubblica, per prevenirlo o rimuoverlo, deve essere sollecitato dai rettori e dai presidi, non dal governo e dal ministro degli interni. L’avviso ai naviganti, pertanto, era errato od ingannevole. Al governo devono stare bene attenti a non giocare di sola rimessa, neanche adagiandosi sul fatto che le proteste possano far apparire quale vasto e profondo intervento riformatore quelli che restano provvedimenti limitati e settoriali.

Giusti, aggiungo, ma incapaci di aggredire il problema. All’opposizione, del resto, non si creda di poter fare da sponda alla protesta studentesca, sol perché non si trovano a governare e, quindi, sperano di mettere quel vento nelle proprie vele. Quello che sta prendendo forma non è un movimento rivoluzionario (ove mai abbia senso parlare di rivoluzione), ma reazionario.Molti di questi ragazzi non sono strumentalizzati, sono accecati. Li sento animarsi perché l’odiosa politica governativa minaccia l’esistenza della loro scuola e della loro università.

Peccato che detta politica sia cosa da poco e che le loro scuole e le loro università è difficile possano fare più schifo di così. Escludo che ad uno studente possa venire in mente di occupare per difendere i maestri doppi (delle elementari), l’educazione civica che nessuno ha mai fatto o le scuole con meno di cinquanta alunni che non si trovano manco per niente in montagna, ma servono a curare interessi clientelari. Eppure questi ragazzi si ribellano. Ma a cosa? Temo si stiano opponendo alla fine del mondo dei loro padri, in gran parte mantenuti dalla spesa e dal debito pubblico.

Invece no, non solo quel mondo sta finendo, ma è un gran bene che crepi. Solo che non cade sotto i colpi di un riformismo intelligente e responsabile, bensì sotto le mazzate della crisi finanziaria e dell’insostenibilità della spesa. Dopo di che, nella globalizzazione, servono ingegneri che facciano star su i ponti e che si spieghino in inglese. Pertanto, quelli che conoscono l’arte di fare un muro meno di un capomastro e si esprimono in italiota resteranno dove meritano: all’ultimo posto. Sgradevole? Sicuro.

Ma altrettanto sicuro che opporsi a che le cose cambino, sperando così di conservare anche il companatico, è il tipicissimo abito mentale dei reazionari.Guardino alla realtà: negli ultimi cinque anni le materie insegnate nell’università italiana sono cresciute del 50%. Se si prende a riferimento l’anno della riforma, con l’introduzione del 3+2, il 1999, la crescita è del 300%. Se la materia del creato avesse la stessa inflazione delle materie universitarie, l’universo sarebbe già esploso. Secondo i dati del comitato nazionale di valutazione, dunque, gli insegnamenti universitari hanno raggiunto l’impressionante cifra di 180.000.

Per pagare i costi di questa enorme bolla universitaria se ne vanno praticamente tutti i quattrini investiti, non restando nulla per le cose che all’università si dovrebbero fare: studiare e ricercare.Adesso, leggete queste parole, scritte dalla professoressa Faust, rettore della statunitense Harvard, ovvero l’università più ricca, con un patrimonio di 37 miliardi di dollari: “si devono tagliare i costi e rivedere gli stipendi, che oggi ammontano a circa la metà del nostro budget”. Capito? Lì tagliano la paga dei professori, perché ammonta alla metà dei soldi che si spendono, mentre da noi, dov’è la totalità, se provi a dirlo sei un affamatore.

In quella università privata pensano agli interessi degli studenti, oltre che a quelli dell’università stessa, mentre nei nostri istituti pubblici ci occupiamo solo dei dipendenti, e chi se ne frega della cultura.E c’è di più. L’età media dei nostri professori è elevata, perché siccome sono già tanti e non si manda via nessuno, va a finire che invecchiano nell’immobilità. Per non aumentarne il numero ed i costi si chiede il blocco dei concorsi, garantendo ai giovani bravi la certezza di rimanere fuori. Intendiamoci, non è affatto detto che con questi concorsi si selezionino i migliori e non i meglio raccomandati, ma fermandoli si certifica che chi voglia far carriera e ricerca deve andarsene via. Si dovrebbe sì bloccarli, ma solo per aprire l’università al merito e cacciarne i mummificati ed improduttivi.

Non so quanto tempo ci metteranno gli studenti per capire che la difesa degli interessi dei docenti è antitetica a quella dei loro. So che ogni giorno passato senza porre rimedio impoverisce l’Italia sotto il profilo dei soldi e della conoscenza: i primi buttati in pasto alla burocrazia cattedratica, la seconda costretta alla fuga.

Davide Giacalone
Direttore Dei Periodici “La Ragione” E “Smoking”,

Già Capo Della Segreteria Del Presidente Del Consiglio Dei Ministri
www.davidegiacalone.it

 

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Massimiliano Fanni Canelles

Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles 

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